Frequenze Tv, le opzioni sul tavolo dopo lo stop al beauty contest

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Fonte: Reuters Italia

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Digitale Terrestre
  venerdì, 10 febbraio 2012
 10:33

Il 20 gennaio il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, ha annunciato la sospensione per 90 giorni della procedura del 'beauty contest' per l'assegnazione dei diritti d'uso di frequenze televisive per il digitale terrestre derivanti dal cosiddetto "dividendo digitale", ossia dall'esubero di frequenze ottenute grazie al passaggio dalla tecnica analogica a quella digitale.

I partecipanti alla gara sono stati invitati a far pervenire le loro osservazioni entro sessanta giorni. Il governo ha spiegato di aver messo in discussione la modalità di assegnazione gratuita delle frequenze - "bene scarso e pubblico" secondo la definizione di Monti - assunta dal precedente esecutivo alla luce della crisi economica che sta attraversando l'Italia e dei pesanti sacrifici chiesti ai cittadini per riequilibrare i conti pubblici. Cosa farà ora il governo è tutto da capire. La strada appare stretta, principalmente per una questione di equilibri politici: il beauty contest, voluto dal governo di Silvio Berlusconi (proprietario di Mediaset ) era stato aspramente criticato dall'opposizione perchè ritenuto "un regalo" agli operatori dominanti, Biscione in primis. Oggi Pd e Pdl si trovano sullo stesso fronte a sostegno di Mario Monti, che non a caso ha recentemente parlato di "maggioranza evanescente".

Due i punti fermi che il governo non potrà ignorare: l'impegno assunto davanti ai cittadini a non concedere un bene pubblico gratuitamente e la necessità di rispettare i requisiti di pluralismo e trasparenza pretesi dall'Europa.

LE OPZIONI DEL GOVERNO:

Il beauty contest è nato di fatto come risposta alla Commissione europea, che nel 2006 aveva aperto una procedura di infrazione contro l'Italia perchè il processo di switch-over (la transizione dall'analogico al digitale) codificato dalla legge Gasparri (2004) a suo parere non garantiva il pluralismo e favoriva invece gli operatori dominanti (incumbent). Tornati al punto zero, l'Italia deve ancora una volta rispondere alle osservazioni dell'Europa, che aveva sospeso - e non ritirato - la procedura in attesa di conoscere l'esito del beauty contest.

Una premessa necessaria, di cui anche il governo dovrà tenere conto, è che da fine dicembre è stata recepita anche in Italia la posizione europea secondo cui i diritti d'uso delle frequenze sono cedibili a meno che non siano stati originariamente ottenuti a titolo gratuito: diventa pertanto impossibile la replica di una delle norme più dibattute del beauty contest che permetteva agli operatori di vendere le frequenze dopo cinque anni. Secondo alcuni legali, anche l'assegnazione di frequenze in cambio di canoni d'uso non dovrebbe renderle cedibili in quanto la proprietà resterebbe allo Stato.
Sono sostanzialmente cinque le opzioni che il governo ha davanti, ciascuna più o meno bilanciata tra l'esigenza di recuperare risorse e rendere più variegato il panorama televisivo italiano.

1) mantenere del beauty contest l'idea di assegnare le frequenze solamente ad uso televisivo e conservare la distinzione tra nuovi e vecchi operatori, scegliendo però una procedura di asta a pagamento. In questo caso diventerebbe meno scontato l'esito dell'assegnazione delle frequenze per i broadcaster storici perchè si baserebbe unicamente sulla loro capacità di spesa.

2) fare un'asta ma senza distinzione sull'utilizzo delle frequenze (l'ultima asta riservata alle tlc offriva frequenze che in origine erano delle Tv locali, quindi in una direzione questa distinzione è già stata superata dai fatti). Parteciperebbero in questo caso anche gli operatori tlc, sempre affamati di frequenze per la banda larga, anche se hanno appena preso parte a un'asta piuttosto onerosa. Sarebbe la soluzione che garantirebbe maggiori guadagni per il Tesoro, ma rischierebbe di trascurare le richieste Ue di riequilibrare i pesi nel mercato televisivo.

3) mantenere il principio del beauty contest ma riservato solo ai nuovi soggetti: il governo rinuncerebbe a un incasso ma aprirebbe davvero il mercato, in linea con lo spirito delle osservazioni della Commissione europea. Tra tutte è considerata la più "utopica" e la meno probabile delle scelte.

4) mescolare le varie opzioni, ad esempio riservando una parte delle frequenze ai nuovi soggetti e per le restanti fare una gara a rilanci aperta a tutti. Un elemento innovativo potrebbe essere la partecipazione di operatori di rete "puri" (cioè non fornitori di contenuti) non italiani, che potrebbero contaminare un panorama domestico da molti considerato troppo asfittico.

5) Rinunciare o rinviare la gara e tenere tutte o parte delle frequenze nella disponibilità del Tesoro.

COM'ERA IL BEAUTY CONTEST:

La gara è iniziata il 30 settembre 2011 dopo la pubblicazione del bando nella GU dell'8 luglio 2011 ed è nata, come già scritto, come risposta alla procedura di infrazione della Commissione europea.

Nel 2009 la Commissione ha sospeso la procedura di infrazione a seguito dell'adozione, da parte dell'Agcom, di un piano che stabiliva nuovi criteri per l'assegnazione delle frequenze digitali: Rai, Mediaset e Telecom dovevano lasciare ciascuna uno dei multiplex (blocchi di frequenze) ricevuti gratuitamente; questi sarebbero stati messi all'asta - insieme ad altre frequenze - prima dello switch-off (il passaggio definitivo al digitale) fissato al 31 dicembre 2012. La soluzione proposta alla fine alla Commissione è il beauty contest ("concorso di bellezza") che prevedeva l'assegnazione gratuita - sulla base di parametri economici e qualitativi - di sei multiplex per la realizzazione di reti televisive nazionali: cinque per il digitale terrestre (DVB-T) e uno per la Tv mobile (DVB-H) o per la seconda generazione del digitale terrestre (DVB-T2).

L'Ue ha mantenuto sospesa la procedura di infrazione in attesa di conoscere l'esito del beauty contest, giudicato positivamente - in linea di principio - per il fatto che non ostacolava l'ingresso di nuovi soggetti sulla base della sola capacità economica, come invece avrebbe fatto un'asta onerosa. Dei cinque multiplex per il digitale terrestre, tre (A1, A2, A3) erano riservati a operatori nuovi entranti, due (B1, B2) - secondo diversi esperti quelli di migliore qualità - erano destinati alle Tv già attive sul digitale: Rai, Mediaset e Telecom Italia Media (gruppo Telecom). Praticamente scontata l'assegnazione ai primi due (che sarebbero stati obbligati ad affittare ad altre emittenti almeno il 40% della capacità trasmissiva realizzata), a scapito di TI Media, che aveva al riguardo anche fatto ricorso.

Per le frequenze destinate ai "nuovi entranti" era riuscito a partecipare - dopo non poche difficoltà - anche Sky Italia (per il lotto A2), a condizione che trasmettesse in chiaro per almeno cinque anni, ma il 30 novembre scorso la Tv satellitare del gruppo Murdoch ha annunciato a sorpresa il suo ritiro dalla gara. Il gruppo era vincolato dall'Ue a non utilizzare il digitale terrestre per la Tv a pagamento fino a
inizio 2012; una condizione ormai decaduta.

Alla fine erano in gara:

  • Rai (lotti B1 e B2)
  • Elettronica Industriale (Mediaset) (lotti B1 e B2)
  • Telecom Italia Media Broadcasting (lotti B1, B2 e C1)
  • Europa Way (gruppo Europa7 di Francesco Di Stefano) (lotto A1)
  • Prima Tv (lotti A2 e A3)
  • Canale Italia (lotti A2 e A3)
  • 3lettronica Industriale (gruppo Tre, che fa capo ad Hutchinson Whampoa )(lotto A2)
  • Erano state escluse Tivuitalia e Dbox.

In base al regolamento, le frequenze ottenute avrebbero potuto essere cedute dopo cinque anni dall'assegnazione, con un guadagno netto per il broadcaster che le avevano ricevute gratuitamente.

Di fatto il beauty contest avrebbe sostanzialmente replicato il panorama attuale, avvantaggiando soprattutto Rai e Mediaset, che si sarebbero viste restituire i multiplex pregiati che l'AGcom aveva chiesto di cedere.

OBIEZIONI A SOSPENSIONE:

Non a caso le maggiori opposizioni alla sospensione sono giunte da Mediaset, che ha parlato di "sospensione di una situazione di legalità" e si è riservata di valutare eventuali azioni per tutelare i propri interessi. Più cauti gli altri operatori interessati, che attendono di capire quale direzione prenderà il governo.

TI media ha più volte sottolineato l'auspicio di veder riparato il torto che ritiene di aver subito quando, in previsione del riassetto, le è stato riconosciuto un unico multiplo digitale a fronte dei due canali analogici detenuti.

Una delle obiezioni all'ipotesi di un'asta è che all'estero le frequenze ottenute dal passaggio al digitale sono state assegnate gratuitamente. Si configurerebbe pertanto una disparità di trattatmento all'interno di un unico mercato. Notano però gli esperti del settore che in Europa il panorama televisivo è molto diverso, con un effetto evidente in termini di (minore) concentrazione.

Innanzitutto esiste nei principali paesi europei una distinzione tra operatori di rete che gestiscono i multiplex e i produttori di contenuti che li prendono in affitto; in Italia invece chi detiene le frequenze è lo stesso che le utilizza per trasmettere i propri contenuti. In secondo luogo, in Italia le frequenze derivanti dallo switch-over sono state assegnate con maggiore generosità che all'estero, dove già in partenza il paesaggio era molto più frastagliato. Rai e Mediaset hanno ricevuto infatti per ogni canale analogico un intero multiplex (ossia 5-6 canali in digitale) e a Mediaset è stato dato anche quello relativo a Rete4, che pure trasmetteva senza concessione.

In più è stato permesso - fin dal 2001 - il trading delle frequenze con cui gli operatori televisivi hanno potuto arricchire il loro portafoglio. E' questo uno dei punti principali criticati dall'Ue nella sua procedura di infrazione. Per finire, in molti paesi europei le forme di fruizione televisiva sono già da tempo molteplici, ad esempio con la Tv via cavo, mentre in Italia, con l'eccezione del satellite di Sky, tutto era sull'etere e tutto si è trasferito sul digitale terrestre.

Il risultato è che Rai e Mediaset si trovano con una dozzina di canali ciascuno in digitale free; in più Mediaset ha i canali pay. Difficile trovare un panorama simile nei principali paesi occidentali.

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