Il personaggio - Stella, il Canaro, e il piano segreto sul digitale La7

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Fonte: La Repubblica - Affari & Finanza

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Economia
  martedì, 07 ottobre 2008
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L’Abate e il Canaro. Sarebbe difficile trovare due persone più diverse di Franco Bernabè e di Giovanni Stella. Tanto algido, british e composto il primo, quanto sanguigno, rustico e «informale» il secondo. Eppure questa strana coppia lavora assieme da 15 anni tondi. Assieme hanno passato l’Eni del dopo Tangentopoli, la prima scalata a Telecom Italia, un periodo di «esilio» in cui hanno di fatto guidato assieme la filiale italiana della banca Rotschild.
 
Ora che Bernabè è tornato per la seconda volta a capo di Telecom tra le sue prime mosse ha riportato nel gruppo Giovanni Stella. Il fatto è che Bernabè, che notoriamente non si fida di nessuno, ha invece la massima fiducia in Stella. Ed è a lui che affida le partite più spinose, quelle che devono essere risolte in tempi brevi, senza sbavature e senza tentennamenti. Tra di loro c’è un rapporto di fiducia paritaria, che nasce dalla reciproca lealtà.
 
Di questo sessantenne dai capelli rossi e gli occhi azzurri e dallo sguardo sulfureo si parla in questi giorni perché ha spiegato di punto in bianco che a La7, sotto la sua giurisdizione in quanto amministratore delegato di Telecom Italia Media, ci sono 25 giornalisti di troppo su una redazione di 100: più che un taglio sembra una specie di pulizia etnica. E perché lo ha spiegato alla redazione aggiungendo amabilmente che uno sciopero lui lo metteva tranquillamente in conto, ma se avessero fatto saltare i commenti alle partite gli esuberi sarebbero anche potuti aumentare.
 
Dal suo punto di vista non era una ritorsione ma un fatto matematico: gli esuberi sono in funzione delle perdite. E se le perdite aumentano o i ricavi calano perché salta una parte pregiata del palinsesto come le partite, il rapporto matematico dice che bisogna tagliare ancora un altro po’. Ecco, il personaggio è così. Dice pane al pane e vino al vino. Non indora la pillola e non usa giri di parole. Aggiungete il suo vezzo di parlare qualche decibel sopra la media ed ecco il perché della definizione di «canaro» che si porta dietro da anni. Il copyright sembra spettare non ad un suo nemico ma ad uno dei suoi più stretti collaboratori, ai quali tocca quotidianamente in dosi da antibiotico l’appellativo di «cotica», che lui usa però in termini quasi affettuosi, a sottolineare paternamente un errore o un ritardo o un’imprecisione.
 
Perché lui, invece, Stella, è di una precisione maniacale. Uno che passa il tempo a studiare meticolosamente ogni dossier che deve affrontare, che si studia le sue controparti per anticiparne mosse e contromosse e che probabilmente conosce a memoria ‘L’arte della guerra’ di Sun Tzu. Dopo di che, si presenta ai tavoli delle trattative cercando di convincere i suoi interlocutori di essere uno tutto muscoli e poco cervello: diciamo pure un po’ rozzo. Ma a lui piace giocarci. Con la voce sempre un tono sopra («Non è colpa mia dice sempre è che c’ho le corde vocali fatte così»); il frequente ricorso a proverbi umbri, anche se poi, lui di Orvieto, quando vuole accentua un romanesco che ricorda il miglior Funari, spesso anche nel lessico non sempre pubblicabile. E cerca di approfittare del vantaggio.
 
E’ uno che quando tratta cerca di prenderti per sfinimento: il suo autoritratto preferito è quello del contadino orvietano che si rivolge al somaro che non ne vuol sapere di muoversi dicendogli: «Tu sarai pure più intelligente di me, ma io so’ più cocciuto di te».
 
Chi se non Stella poteva mandare Bernabè ad occuparsi di media e soprattutto di tv? Perché se ne fida ciecamente, e lo abbiamo detto, perché sa che non è uno che può lasciarsi affascinare e abbacinare dal mondo della tv, come è accaduto a troppi manager prima di lui. Lui è uno refrattario a quel tipo di mondo. E’ tutto lavoro, famiglia e Orvieto (è lui che ci ha portato Bernabè e gli ha fatto insediare lì le sue tecnostart up). Gli eventi mondani li evita finché è possibile, e quando Bernabè lo costringe a presenziare a qualcosa .... diciamo che non è felice.
 
Ma al di là dei fattori caratteriali, a unire i due è quel passato comune di trincea in cui si sono conosciuti. Stella entra all’Eni negli anni Settanta, come uomo di audit, di bilanci e di controllo gestione. Si fa strada nella squadra di Vittorio Mincato. Quando Bernabè, nel 1993, diventa amministratore delegato del gruppo devastato da Tangentopoli, cerca uomini nuovi. Glielo segnalano e lui ne fa il capo della finanza di Enichem. Compito: sbrogliare un groviglio di scatole cinesi, controllate e partecipate in Italia e all’estero. Stella lavora di fino, vende, chiude, accorpa, taglia e nel giro di una ventina di mesi il portafoglio partecipazioni del gruppo si svuota di oltre 200 società. Quando Bernabè passa a Telecom Italia nell’ottobre 1998, Stella lo segue. Ed esce con lui sette mesi dopo, quando non riescono nell’intento di alleare Telecom Italia con Deutsche Telekom e gli azionisti danno il via libera all’Opa di Colaninno.
 
Gli ultimi anni sono stati quelli dell’attività all’interno della Franco Bernabè. Anni in cui entra e esce dai consigli di amministrazione delle società di cui il gruppo si occupa. Per quattro anni è anche nel cda della Roma calcio, chiamato direttamente da Franco Sensi. Poi, quando Bernabè fonda di fatto la filiale italiana della banca d’affari Rotschild, Stella ne diventa amministratore delegato e si dedica alla sua attività preferita: lo studio dei dossier societari per scandagliare conti, strategie e operazioni finanziarie. E’ anche consulente per Finmeccanica in un’operazione in Russia.
 
Tutto questo per dire che Giovanni Stella, a dispetto delle prime apparenze, è uno che difficilmente sbaglia la misura. Quando è arrivato a TI Media, e ha cominciato a fare l’orco, ha fatto scappare raccontano Antonio Campo Dell’Orto, ha tagliato cachet di star e contratti dei volti della rete. Nella nuova stagione non ci saranno più Ferrara e Chiambretti, il verbo del taglio dei costi è stato imperante su tutto. E tutto questo Stella ha portato avanti in modo relativamente tranquillo. Non poteva non sapere che il taglio di un quarto dei giornalisti avrebbe fatto invece rumore. Tanto più pensando che in quegli stessi giorni Telecom ha tagliato 5 mila addetti senza un giorno di sciopero, con garanzie e scivoli e una pax sindacale di altri tempi.
 
Vero è che Telecom non perde soldi mentre La7 sì, e sono mezzo milione di euro al giorno. Vero è anche che le news di La7 hanno uno share di gran lunga inferiore alla media delle rete, la metà di quel 3% a cui quello che doveva essere il terzo polo è rimasto inchiodato. Ma Stella non può non sapere ciò che sanno tutti gli addetti ai lavori. Nelle tv esiste un effetto rete che penalizza La7 al di là dei suoi difetti. Insomma, molti programmi che sulla rete di Telecom fanno il 4% di share, su Italia1 farebbero più del doppio. E il tg di La7 non si può misurare sul suo 1,5% di ascolti se ha contro la massima potenza di fuoco del duopolio nel ‘prime time’: il Tg1 e il Tg5.
 
Quanto ai numeri degli esuberi, i giornalisti a La7 sono un centinaio: per fare un raffronto, Mediaset ne ha circa 250, Sky 140. Che La7 abbia problemi di bilancio non c’è dubbio. Ma anche ApCom, l’agenzia giornalistica di TI Media è in passivo. E poi più di tanto una tv non può tagliare: oltre un certo livello il calo delle risorse impiegate e degli investimenti si traduce in calo di share e di pubblicità che avviterebbe la società in una picchiata fuori controllo verso il fallimento.
 
E allora c’è chi avanza il dubbio che la sortita di Stella abbia almeno un altro obiettivo. Quello di creare attenzione attorno alla società per far andare a buon fine una mossa che invece potrebbe avere un peso strategico notevole: la vendita di CartaPiù. Sono i canali pay della rete sul digitale terrestre, quelli dove si vedono le partite per cui La7 ha acquisito i diritti, e qualche serie tv. CartaPiù è stata messa all’asta e ci sono diversi soggetti interessati.
 
Se la vendita va come previsto, TI Media deconsolida un po’ di costi di acquisizione di diritti, che da soli valgono una buona fetta del passivo della società. Che resterebbe nel settore, però con una quota di minoranza e con il solo obiettivo di guardare alle possibili sinergie con il settore della Iptv. Ma se tutto questo accade, entra sul mercato italiano un nuovo operatore straniero.
 
Il gigante americano Espn, specializzato in sport, o uno dei due gruppi europei in lizza, Top Up Tv e Air Tv. Il primo è inglese, il secondo svedese. Entrambi hanno lanciato canali a pagamento sul digitale terrestre in Gran Bretagna, Scandinavia, Francia, Spagna e Portogallo. Per Mediaset, che oggi nella pay tv sul digitale terrestre è in una situazione di sostanziale monopolio, vista proprio la paralisi di La7, sarebbe il momento di fare i conti con un concorrente vero. E’ una prospettiva che non cade nel momento migliore. Ai tempi di Tronchetti c’è chi scommette che pressioni per evitare che La7 non facesse la cosa giusta in qualche occasione ci sarebbero state. Oggi probabilmente non sarebbe più così. Ma non si sa mai.
 
Stefano Carli
per "La Repubblica - Affari & Finanza"
(06/10/08)

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