Le telecronache della discordia: intervengono Civoli e Caressa

News inserita da:

Fonte: Digital-Sat / La Stampa

S
Sport
  martedì, 24 giugno 2008
 00:00
Pubblichiamo di seguito due interviste, realizzate da Elio Pirari per "La Stampa", a Marco Civoli e Fabio Caressa, principali telecronisti calcistici rispettavamente in forza a Rai Sport e SKY Sport.
 
L'oggetto del contendere - comune ad entrambe le interviste - è ovviamente legato alle telecronache: molto criticate in questi giorni di Europei sono quelle Rai, mentre si rimpiange la completezza del servizio che Sky offrì nel 2006 per i Mondiali di Germania.
 
A tal proposito, approfitto per annunciare che venerdì usciremo in primo piano con la seconda parte dei vostri commenti sulla copertura Rai di Euro 2008. Siete ancora in tempo di dire la vostra: basta inviare una mail a redazione@digital-sat.it.
Se volete leggere la prima parte, invece, cliccate qui.
 
___________________

Civoli, voi della Rai siete meglio di un Roipnol, cronache oniriche, 5 minuti e buonanotte ai suonatori, tutti a nanna.
«Non esiste, chi dice che le nostre sono cronache soporifere è in perfetta malafede. Siamo al tiro al bersaglio. Un giorno o l'altro vorrei vederli al mio posto tutti questi geniacci, Aldo Grasso incluso. Lui però sostiene che saremmo nazionalisti, faziosi, cronisti ultrà. Noi abbiamo un nostro stile, chiaro, definito. Soporifere? E gli austriaci allora cosa sono, afasici?, I loro sono buchi spaziali, silenzi che durano anche 60 secondi, ma è un buon metodo anche quello».
 
Potrebbe rivelarsi straordinario. L'anima trasgressiva restano le seconde voci. Sono disinvolte, forse troppo.
«La seconda voce ha vent'anni, precursore Altafini su Tmc. Gli ex calciatori sentono l'odore del campo. Quando c'era Capello, il più bravo, ai critici sembrava indispensabile, ora dicono che è una mondezza, ma Bagni racconta anche lui, come faceva Capello».
 
La difficoltà più evidente quando si commenta una partita?
«I primi 15 minuti. Lì devi leggere la gara. Con la Spagna gli azzurri erano contratti, match in salita, così si è sviluppato il racconto. A me hanno sempre detto di parlare al nonnino novantenne e al bambino di 10 anni, regola prima la semplicità».
 
Troppe telecamere, bordocampisti, troppi replay, una mostruosità. Come fate a catturare un'idea tra mille fotogrammi?
«Alla fine ti guida ristinto. È l'esperienza. È la legge del contrappasso».
 
A partita conclusa cominciano quelle mestissime riunioni condominiali dove ci si scambia opinioni, uno sfinimento. Perché dovremmo ascoltarvi?
«Non mi sembrano meste, il dopo-partita è una liturgia, come la partita. Ma ripeto, contro di noi è un fuoco incrociato, non lo meritiamo».
 

 
Caressa, la vostra somiglia molto un'aggressività, simulata, un po' infantile. Americana, un quasi gol su Sky è un omicidio a colpi di scure, un gol un massacro, perché non vi date una calmata?
«Non esageriamo, è il nostro stile, anche se io sono un teorico dell'equilibrio. Mantenere l'equilibrio non significa usare il bilancino, vuol dire scegliere in tempi brevissimi. E non è così scontato. Perché le immagini arrivano come flash, sono tante e si sovrappongono. Una girandola infernale».
 
Tu e Bergomi siete in sintonia, leggere in due è più facile?
«In assoluto no, ma la seconda voce è indispensabile. Mi ritengo fortunato perché secondo me in Italia Beppe è il più bravo di tutti. Il racconto di una telecronaca è una faccenda di tempi, quasi cinematografici. Noi siamo un po' come i comici. Bergomi si esprime con concetti brevi, è un uomo-sintesi, usa il punto: straordinario».
 
Pensi qualcosa dell'Europeo targato Rai? Una cronaca urlata avrebbe venduto di più?
«Non penso nulla. Certo, sono venti giorni che sui colleghi Rai è come il tiro al piccione. La cronaca urlata non è una regola certa, la cronaca funziona quando ti proponi come medium, se sei nella corrente fai un buon lavoro, se questo non capita puoi sparare i decibel ma di là non ti ascoltano».
 
Ti hanno dato del fazioso.
«È il rischio maggiore, la solita accusa, siamo italiani, veneriamo la moviola. Ai francesi e tedeschi non capita».
 
Tra tanta tecnologia resta una sola suggestione: il sonoro, inteso come voce.
«Sono d'accordo. Personalmente le dedico un'attenzione maniacale, mi hanno anche preso per il culo per questo, mi chiamavano Virgilio. Magari non mi riesce, ma provo sempre a scandire la parola, a tener conto della metrica. Se da noi il calcio è una religione, il suo racconto deve sembrare una preghiera».
 
Interviste di
Elio Pirari
per "La Stampa"

Ultimi Video

Palinsesti TV