Donelli: 'Nessuna guerra, Canale 5 non ha concorrenza'

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Fonte: Italia Oggi

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Televisione
  mercoledì, 06 febbraio 2008
 00:00

DonelliLa guerra tra Rai e Mediaset?
«Un teatrino».

La stampa che parla di tv?
Spesso «c'è da ridere».

Il nuovo piano industriale Rai?
«E la conferma di quello che non mi stanco mai di ripetere: per una tv che vuol far quadrare i conti è indispensabile avere un'audience pregiata. Lo stesso vale anche per i giornali, del resto. Puoi vendere tante copie, anche tantissime. Ma se non hai un target di lettori pregiato, i conti pubblicitari non tornano».

È questa la versione di Massimo Donelli (54 anni), direttore della prima rete commerciale italiana, Canale 5, con 40 anni di carriera giornalistica alle spalle. E proprio in virtù del suo passato, per ItaliaOggi ha voluto smontare una manciata di luoghi comuni sull'industria dell'intrattenimento televisivo nazionale. 

Donelli, da giornalista prima che da direttore di rete, promette di dire tutta la verità nient'altro che la verità sulla tv italiana?
Assolutamente sì. Ho l'abitudine di dirla anche quando è sgradevole. A Piersilvio Berlusconi il giorno in cui sono stato assunto ho chiesto: «Ti hanno avvisato che sono un rompiscatole?». Fino all'ultimo dico quello che penso e difendo le mie ragioni. Se poi dall'altra parte trovo ragioni altrettanto valide mi adeguo, altrimenti me ne vado. Non si preoccupi: parlerò chiaro.

Allora partiamo dal primo grande luogo comune della chiacchiera televisiva: la guerra degli ascolti tra Rai e Mediaset. È vera o è una sceneggiata, appunto, televisiva?
Secondo me sfugge sempre all'osservazione un punto: oggi in Italia c'è una larghissima offerta. C'è la televisione analogica terrestre, la tv satellitare, la tv digitale terrestre, la web tv e poi la tv via fibra ottica. I tre player maggiori italiani sono Rai, Mediaset e Sky. Uno può contare sugli abbonamenti e sulla raccolta pubblicitaria, e mi riferisco a Sky. L'altro può contare sul canone e sulla raccolta pubblicitaria, e questa è la Rai. Il terzo può contare solo sulla raccolta pubblicitaria: Mediaset. Ecco perché la mission di ciascuno dovrebbe essere diversa. Noi lo abbiamo molto chiaro: la nostra è quella di fare una buona televisione che da un lato vada a rispettare il pubblico e dall'altro che consegni agli inserzionisti, l'unica fonte di ricavo, un'audience pregiata. Si chiama la tv commerciale.

Quindi?
Quindi smontiamo il primo luogo comune sulla guerra degli ascolti: facendo la tv commerciale noi non abbiamo concorrenti. Perché la Rai fa o dovrebbe fare il servizio pubblico e Sky ha la sua leva principale di ricavi negli abbonamenti. Nonostante quello che si scriva e si dica, non esiste nessuna forma di competizione tra RaiUno e Canale 5.

Eppure sembra l'unica cosa che interessa ai giornali.
C'è da ridere. Addirittura si è arrivati a scrivere che Striscia la notizia, il programma di più grande successo di ascolti e durata nel tempo della tv italiana (è in onda da 20 anni, ndr), cominciava quando finiva Fiorello. Eh no, era Fiorello che finiva quando cominciava Striscia, la quale non ha modificato i suoi orari.

Ma perché, allora, resisterebbe questo luogo comune?
Perché fa gioco al teatrino della televisione.

E a chi fa gioco il teatrino?
Alla stampa. Come c'è il teatrino della politica, che è fatto di battibecchi e dichiarazioni, c'è bisogno di quello della tv.

Come funziona?
C'è una grande attenzione ai balletti delle poltrone Rai, per esempio, perché su quel terreno è facile creare polemiche e antagonismi. A Mediaset non ci sono balletti di poltrone: la nostra è una squadra stabile e unita. Così quando si vuole sfruculiare la Rai si parla dei suoi problemi politici e di governance. Quando si vuole sfruculiare Mediaset si parla della contrapposizione del tutto artificiosa tra Canale 5 e RaiUno.

Ma il nuovo piano editoriale Rai firmato da Claudio Cappon dice proprio questo: la nostra audience è troppo anziana, dobbiamo andare a catturare i giovani su tutte le piattaforme disponibili: analogica, digitale, web. Non è mettersi in competizione con Mediaset, questo?
Non spetta a me dirlo. Noi, per fortuna, non abbiamo simili problemi. Anzi, nel target 15-64 anni siamo leader assoluti. Io, piuttosto, ho una domanda: che cos'è davvero oggi, anno 2008, il servizio pubblico televisivo? Un po' provocatoriamente mi verrebbe da pensare ad alta voce che il servizio pubblico lo garantisca Mediaset con tre canali televisivi, accesi 24 ore su 24, assolutamente gratuiti.

E la mossa di Cappon come va interpretata?
Come una conferma di quello che non mi stanco mai di ripetere: per una tv che vuol far quadrare i conti è indispensabile avere un'audience pregiata. Lo stesso vale anche per i giornali, del resto. Puoi vendere tante copie, anche tantissime. Ma se non hai un target di lettori pregiato, i conti pubblicitari non tornano. E i ricavi edicola non sempre possono bastare.

Dalla Rai a Sky, altro luogo comune che proviene però dalle vostre parti: chi ha Sky lo usa per guardare i canali Mediaset. A parte le testate di approfondimento legate all'attualità italiana, perché dovrei vedere la prima serie di un telefilm su Mediaset se sui canali satellitari posso già vedere la seconda o addirittura la terza?
Non è un luogo comune ma un dato di fatto che Canale 5 sia il canale più guardato sul bouquet di Sky. E lo si spiega abbastanza facilmente. Canale 5 nei periodi di garanzia propone 200 serate esclusive, divise all'incirca tra 100 di fiction inedite e 100 di produzioni originali, con brand affermati e preziosi come Striscia, Zelig, C'è posta per te, Paperissima, Ciao Darwin, La Corrida. Questi sono programmi che puoi vedere solo su Canale 5. Sono prodotti unici, come la Nutella e la Coca Cola.

Passiamo al successivo luogo comune: la tv generalista è destinata a scomparire a favore dei canali tematici e dell'on demand.
La tv generalista, prima sull'analogico e successivamente in modalità gratuita sul digitale terrestre, continuerà a vivere bene e a lungo accanto alla tv a pagamento. Che, indubbiamente, è in fase ascensionale. Voglio però ricordare che tutte le profezie sulla fine imminente della tv generalista fino a oggi hanno solo smentito chi le ha fatte.

Andiamo avanti: la tv di qualità non fa share da Mondiali di calcio. Ergo: la tv commerciale, che vive di ascolti, non può fare una tv di qualità.
È uno di quei fantastici luoghi comuni che mi fanno un po' sorridere e molto arrabbiare. La tv di qualità secondo alcuni deve essere, chissà perché, una cosa alta, raffinata e per pochi. Se Benigni legge Dante è tv di qualità, e siamo d'accordo. Ma se Gerry Scotti fa impeccabilmente, come fa ogni sera, un quiz che viene declinato in decine di lingue al mondo come II milionario, qualcuno si sente di dire che quella non è tv di qualità? Hai un ottimo presentatore, uno studio di altissimo livello, luci meravigliose, musica perfetta che sottolinea i vari momenti del gioco insieme a una regia di serie A, una squadra di autori tra i migliori. Chi può dire che questo non è un prodotto televisivo di qualità impeccabile? Per fare Ciao Darwin ci vogliono 23 telecamere, ha presente cosa significa? Solo un grande regista come Roberto Cenci può farlo con successo. E muoversi in mezzo a 23 telecamere? O sei un campione come Paolo Bonolis o fai una figuraccia. Far bene la tv è fare tv di qualità. Perché in tv gli errori e i difetti si moltiplicano per mille. E un po' limitativo parlare di tv di qualità solo quando entra in scena il bravissimo Marco Paolini.

La differenziazione tra il pubblico televisivo ha un corrispettivo nella carta stampata?
Certo. Tv Sorrisi e Canzoni è il settimanale italiano in assoluto più diffuso, ma non certamente quello con la maggiore raccolta pubblicitaria. Bisogna usare più parametri per giudicare un giornale. Sicuramente Sandro Mayer con il suo DiPiù vende molte più copie de L'Espresso, ma non può confrontarsi con la raccolta del settimanale diretto da Daniela Hamaui. E qui torniamo al luogo comune degli ascolti: a noi interessa primeggiare su quel segmento di ascoltatori appetibili per gli inserzionisti perché, banalmente, senza pubblicità tutto questo campus multimediale alle porte di Milano in cui lavoriamo si spegnerebbe.

Altro luogo comune: internet. I giovani navigano e non guardano la televisione.
Questa è una balla. E clamorosa. Intanto: la rete si nutre. Non mi vergogno a dire che voglio bene alla Mondadori di tv. Basti ricordare il fenomeno YouTube. Poi ci sono un sacco di community e blog che si occupano di programmi televisivi o di personaggi del piccolo schermo. Anzi, i bloggers televisivi italiani sono fantastici, ogni giorno ti riservano sorprese, sono preparatissimi. Anche più di molti giornalisti professionisti.

Umberto Brindani, che oggi dirige Tv Sorrisi e Canzoni, recentemente ha guidato una rivolta di telespettatori contro i cambiamenti nei palinsesti, considerati poco rispettosi del pubblico. Come la risolviamo questa?
La risolviamo subito. Nella garanzia di autunno noi di Canale 5 abbiamo fatto una sola variazione di palinsesto: una di numero. Me la ricordo ancora bene: mettemmo il film Troy al posto di Un ciclone in famiglia perché quella sera avremmo avuto uno scontro con ItaliaUno, che mandava D.House. Ma le variazioni non sono un divertimento sadico dei direttori di rete. La tv commerciale risponde a una logica di risultati. Quando si sbaglia programmazione si cerca di rimediare.

E gli sforamenti di orario? Con chi me la prendo se mi si raffredda il pop com?
Guardi, non ha cominciato Mediaset a sconvolgere gli orari. Per noi il rispetto degli orari è un must. Mediaset ha dovuto reagire a forzature di altri (ovviamente RaiUno, ndr) solo per proteggere i suoi programmi.

Allora vede che un po' di reciproco fastidio ve lo date...
Non è reciproco. È unilaterale.

Ma lei che cosa ne pensa della Rai?
Credo che questo paese sarebbe peggiore se non avesse avuto una grande impresa culturale come la Rai. Io sono un ragazzo di periferia, grazie alla Rai ho potuto, avere una straordinaria finestra sul mondo. Quindi provo gratitudine nei suoi confronti

Allora parliamo di lei. Non le manca il menabò di un giornale di carta?
Dopo quasi 40 anni di vita nei giornali avrei scommesso con me stesso, e avrei perso, che mi sarebbe venuta nostalgia della stampa. Posso dirlo? Zero. Forse, avendo cambiato 15 testate, ho potuto vivere tutte le emozioni che la carta è in grado di dare. Però mi sono commosso quando ho visto le mie fotografie sul libro del centenario della Mondadori. Perché la Mondadori è un pezzo importante della mia vita. Io non mi vergogno a dire che voglio bene alla Mondadori

E se un giorno venisse un nuovo editore globale e le dicesse: Donelli, faccia un po' quello che vuole...
Dopo aver provato, nella mia carriera, tutti i mezzi di comunicazione, c'è un rimpianto che mi rimane e che è grande come questo palazzo: non aver mai lavorato alla radio. Eppure la radio è il grande amore della mia vita. Quando ero bambino, mia mamma stirava la sera in cucina e insieme ascoltavamo il quiz di Mike Buongiorno che regalava confezioni di shampoo Vividop. Sì, sono un radiomane: la ascolto mentre mi rado, in macchina, in ufficio. Quando andrò in pensione mi piacerebbe fare un bel programma notturno, che tenga compagnia agli automobilisti

Dal futuro al momento zero della professione: quale è stato il suo primo pezzo?
Quando ho cominciato a fare il giornalista nel novembre 1967, a Genova, avevo 13 anni. Era un pezzo per la Gazzetta dello sport. Una corsa ciclistica di allievi. Dovevo fare 20 righe mettendo i nomi dei primi dieci. Correvano in 11 e io per tutta la vita ho pensato a quel poverino che è arrivato undicesimo ed è stato l'unico a non avere il nome pubblicato sulla Gazzetta dello Sport. Non me lo perdonerò mai.

Valentina Giannella
per "Italia Oggi"

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