Il mistero non più glorioso del Festival di Sanremo

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Fonte: Il Riformista

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Televisione
  martedì, 03 febbraio 2009
 00:00
Il Festival di Sanremo, da fenomeno nazional-popolare che era, è ormai diventato un mistero "irrazionalpopolare", per usare la definizione di Mastrantonio e Bonami nel loro libro omonimo.
 
In effetti il mistero del Festival consiste ormai nel fatto che la Rai continui a realizzarlo con la stessa "grancassa" di sempre. Una grancassa che comincia con gli investimenti, tuttora altissimi, anche in tempo di vacche magre. Continua con il lancio mediatico del tutto speciale, come se si trattasse ancora del massimo evento nazional-popolare. Coinvolge non solo l'azienda di stato ma anche il suo dirimpettaio, chiamato in ripetuto soccorso per la scelta del conduttore e di qualche ospite famoso. Si espande a giornali e rotocalchi, che accorrono numerosi per la celebrazione di un rito in cui sono ormai in pochi a credere. Ad ogni fine edizione, i dirigenti Rai tutti a dichiarare: "mai più come prima". E poi invece si ricomincia sempre nello stesso modo.
 
Sanremo ormai non è più una grande saga musicale. L'industria musicale italiana, purtroppo ormai da anni, non è più in grado di produrre quantità significative di belle canzoni. La crisi creativa può toccare tanti campi. E' avvenuta nella poesia, nel teatro, in parte anche nel cinema. Eppure sembra che, per quanto riguarda le canzoni, questa presa d'atto sia dolorosa da fare.
 
Se poi si guarda a Sanremo come un fatto di intrattenimento, lo spettacolo è tra i più bolsi e ingessati. Certi eventi sportivi, o alcune fiction come Montalbano, ormai conseguono medie di ascolto più elevate (Montalbano, in aggiunta, ha il vantaggio di poter essere replicato più volte, sempre ad alta resa). Ma allora? Perché c'è in Rai così tanta paura di ridimensionare un evento sulla proporzione dei suoi stessi risultati? Paura che qualcun altro ne approfitti?
 
A mio parere c'è una ragione ancora più profonda: la forza della tradizione, anche quando consunta. Sanremo è legato alla storia della Rai e al costume degli italiani. Farne una trasmissione qualsiasi significherebbe come sanzionare il ridimensionamento e il declino non solo del festival ma della stessa Rai. E così c'è l'utopia dell'araba fenice, che può rinascere dalle sue ceneri. Dopo Bando, forse può fare meglio Bonolis... La speranza è ultima a morire. Vedremo se anche in questo campo avranno ragione gli ottimisti o i realisti.
 
Stefano Munafò
per "Il Riformista"

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