«Lei Mi Parla Ancora» di Pupi Avati su Sky Cinema e NOW TV

«Lei Mi Parla Ancora» di Pupi Avati su Sky Cinema e NOW TV

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Fonte: Digital-News (original)

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Sky Italia
  lunedì, 08 febbraio 2021
 06:00

«Lei Mi Parla Ancora» di Pupi Avati su Sky Cinema e NOW TVUn nuovo film italiano targato Sky Original è pronto al debutto su Sky: lunedì 8 febbraio arriva in prima assoluta su Sky Cinema e in streaming su NOW TV “LEI MI PARLA ANCORA”, scritto e diretto da Pupi Avati, una co-produzione Bartlebyfilm e Vision Distribution in collaborazione con la storica Duea Film dei fratelli Avati, prodotto da Antonio Avati, Luigi Napoleone e Massimo Di Rocco per Vision Distribution e Bartleby film in collaborazione con Duea Film.

Nel cast Renato Pozzetto e Stefania Sandrelli interpretano Nino e Caterina, insieme a Isabella Ragonese (Caterina da giovane), Lino Musella (Nino da giovane) e Fabrizio Gifuni nei panni dello scrittore Amicangelo. Insieme a loro anche Chiara Caselli, Alessandro Haber, Serena Grandi, Gioele Dix, Nicola Nocella. La sceneggiatura e il soggetto sono di Pupi e Tommaso Avati.

Il film, liberamente tratto dall’omonimo libro di Giuseppe Sgarbi, racconta la storia d’amore tra Nino e Caterina: un amore lungo 65 anni e mai finito, neanche con la morte di lei, come scrisse lo stesso autore. «Finché morte non vi separi è una bugia. Il minimo sindacale. Un amore come il nostro arriva molto più in là. E il tuo lo sento anche da qui».

SINOSSI - Nino e Caterina sono sposati da sessantacinque anni e si amano profondamente dal primo momento che si sono visti. Alla morte di Caterina, la figlia, nella speranza di aiutare il padre a superare la perdita della donna che ha amato per tutta la vita, gli affianca un editor con velleità da romanziere per scrivere, attraverso i suoi ricordi, un libro sulla storia d’amore fra Nino e Caterina. Amicangelo, scrittore che ha alle spalle un divorzio costoso e complicato, accetta il lavoro solo per soldi e si scontra immediatamente con la personalità di Nino, un uomo profondamente diverso da lui. Ma, poco a poco, Amicangelo riuscirà ad entrare nel mondo di Nino fatto di ricordi vividi e sentimenti pulsanti. Nino, anche dopo la scomparsa dell’amata Caterina riesce ancora a comunicare con lei, a sentirla accanto a sé ogni giorno. Amicangelo si avvicinerà sempre di più al mondo ricco di pensieri, di amore, di emozioni che Nino tenta di conservare gelosamente. Nascerà così tra i due uomini una complicità sincera che porterà Nino a fidarsi del suo editor e a raccontargli i suoi pensieri più profondi. Amicangelo, dal canto suo, imparerà quanta ricchezza nella vita di un uomo può portare un sentimento così profondo e inattaccabile.

LE DICHIARAZIONI DI PRESENTAZIONE DELLA SERIE

Nicola Maccanico (Executive Vice President Programming Sky Italia - CEO Vision Distribution) ha dichiarato:

«Poter offrire al pubblico di Sky questo nuovo film Sky Original, firmato da Pupi Avati, è la conferma del nostro impegno e della qualità dei film che intendiamo offrire in anteprima ai nostri abbonati. Una storia intima, umana e straordinariamente universale, Lei mi parla ancora è un lavoro pienamente riuscito, nel quale si incontrano e confrontano epoche diverse, generazioni diverse, esseri umani con interessi diversi, ma tutti uniti da un legame indissolubile. Con questo film Pupi Avati ci porta in quel territorio intimo e sacro che è una grande storia d’amore, raccontandocela con delicatezza struggente e attraverso le interpretazioni di un cast straordinario. A partire dal ritorno al cinema di Renato Pozzetto, qui in un ruolo decisamente originale per lui, assieme a Stefania Sandrelli, Fabrizio Gifuni, Isabella Ragonese e Lino Musella. Alcuni tra i migliori interpreti del cinema italiano per raccontare la storia di un amore profondo e inesauribile.».

Antonio Avati (Produzione) ha aggiunto:

«L’idea di realizzare il film sul romanzo di Giuseppe Sgarbi -edito da Skirà- “Lei mi parla ancora” ci è stata proposta da Paola Malanga di Rai Cinema un paio di anni fa. Accettandola, avevamo stipulato un contratto di attivazione per i diritti del soggetto e della sceneggiatura, firmata da Pupi e Tommaso Avati. I tempi però si erano protratti, poiché nel frattempo, sempre con Rai Cinema, avevamo già chiuso il progetto per “Il Signor Diavolo” e così quello di “ Lei mi parla ancora” era rimasto in sospeso con molte probabilità di non essere più realizzato. Dopo l’uscita del “Signor Diavolo” per una fortunata coincidenza, abbiamo avuto l’occasione di proporre la storia ad un vecchio amico, Massimiliano Orfei -ora COO di Vision Distribution-, e a Nicola Maccanico. L’idea è piaciuta subito come anche quella di un cast spiazzante ed originale e quindi da parte loro si dovevano riacquistare i diritti. La nostra società per problemi legali, avrebbe dovuto avvalersi nella produzione finanziaria, di un’altra società che comunque ci avrebbe consentito di svolgere la produzione esecutiva e il nostro lavoro abituale. E’ stata così la Bartleby Film con i produttori Massimo Di Rocco e Luigi Napoleone, che ha riacquistato i diritti del soggetto e della sceneggiatura e ci ha consentito di coprire il budget che oscilla tra i 2,5 / 3 milioni di euro per un film di 6 settimane girato a Cinecittà e nei luoghi a noi cari del Delta del Po emiliano-romagnolo e ferrarese. Questa formula di associazione rappresentava per me una novità assoluta e prima di prendere una decisione ci ho pensato molto, viziato dal fatto di avere sempre lavorato in completa autonomia senza dovere ‘rispondere’ mai a nessuno. Ma è stata una bellissima sorpresa, poiché ho trovato in Di Rocco e Napoleone due persone oltre che molto esperte che mi hanno lasciato completamente libero. Sono molto grato a Massimiliano Orfei per avermeli presentati consentendo a me a e Pupi di raccontare ancora una volta una storia alla nostra maniera.».

Alle parole ha fatto eco Pupi Avati (Regista):

«Lei mi parla ancora è una storia che si fonda sull’assenza, nella convinzione che non esista chi è più presente dell’assente. L’assente della nostra storia si chiama Caterina Cavallini. A ottantanove anni, la gran parte dei quali trascorsi accanto al suo sposo Giuseppe Sgarbi, ha lasciato il mondo. Questo l'incipit del romanzo rievocativo del loro lungo matrimonio che lo stesso Sgarbi scrisse coadiuvato da Giuseppe Cesaro, un ghost writer romano. E questo è anche l’incipit del mio film che tuttavia anziché illustrare gli eventi rievocati in quelle pagine, indugia su “come” quel romanzo fu scritto. Sull’incontro fra due uomini di età, cultura, visione della vita, diametralmente opposti. Così, senza tradire in alcun modo lo struggimento che produce l’opera letteraria, sono riuscito a far diventare questo racconto cosa mia portando la cinepresa nel back stage di questa fucina creativa. E l’ho fatto conducendo nei luoghi a me cari, in quel territorio dell’anima che è la bassa padana, un gruppo di attori in gran parte nuovi al nostro cinema, attori coi quali avrei voluto da tempo lavorare, attendendo l’occasione giusta. Da Fabrizio Gifuni a Stefania Sandrelli, da Isabella Ragonese a Lino Musella, Nicola Nocella e Joele Dix. Attori che sono andati ad aggiungersi a interpreti già di famiglia come Chiara Caselli, Alessandro Haber e Serena Grandi. Chi probabilmente rende ancora più incuriosente questo cast è di certo Renato Pozzetto, attore comico celeberrimo, chiamato a una prova d’attore agli antipodi di quel cinema che gli ha dato un così vasto successo. Raccontando la storia d’amore di Giuseppe Sgarbi credo di aver raccontato una storia universale, nel momento della sua rendicontazione, quando l’intero percorso è alle spalle e ti trovi all’improvviso solo. Quella compagna di viaggio con la quale hai spartito ogni istante, con la quale hai riso e urlato, che hai amato e odiato, quell’essere che ti ha visto in tutte le stagioni, al tuo meglio e al tuo peggio, quell’hard disk che contiene tutte le immagini della tua vita, se ne è andata. E allora il solo modo per non rassegnarsi alla sua assenza e’ nel continuare a parlarle, ricostruendo con sacralità ogni istante della loro unione. Al concludersi della storia abbiamo voluto, considerata la passione letteraria di chi è rimasto solo, evocare Pavese con una riflessione riguardante l’immortalità: “L’uomo mortale, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia”».

Tommaso Avati (Sceneggiatura) ha raccontato così la sua esperienza nel film:

«Un autore sa scrivere una sua storia come se fosse la storia di chiunque altro. E la storia di chiunque altro come se fosse propria… La prima parte di questo assioma risulta piuttosto semplice: consiste sostanzialmente nel raccontare quel che si conosce bene, e nel farlo in modo talmente onesto che chi legge (o guarda il film) finisce con l’identificarsi in te. È la seconda parte che, a volte, può risultare più complicata. Scrivere la storia di qualcun altro come se fosse la tua… Quando lo si fa si ha soprattutto la tentazione di essere religiosamente fedeli ai fatti accaduti, a volte anche troppo, e si finisce col dimenticare che ciò che si sta creando è un prodotto di fiction, un film, e che dovrebbe più di ogni altra cosa intrattenere. Scrivere un film da un romanzo poi è ancora più arduo. Un libro ha infatti sempre già una sua anima dentro di sé, e una sua identità, e volerne trarre un lungometraggio rappresenta inevitabilmente una sorta di violazione di quella precisa identità. Quando mi accingevo ad affrontare "Lei mi parla ancora” ero doppiamente preoccupato: dovevamo raccontare una storia vera che era per di più un bel romanzo. Ricordo che lessi il libro con apprensione, prendendo lentamente dimestichezza con quei personaggi e con quelle vicende ma sempre con la sensazione crescente di profanare un territorio altrui. Un territorio peraltro sacro - quello di Giuseppe Sgarbi - che proprio per questo però meritava di essere divulgato anche attraverso le immagini. Iniziammo allora a lavorare allo Script cercando di immaginare una chiave che trasformasse quel racconto in una sceneggiatura. Il romanzo di Sgarbi si poggia su una narrazione ricca e articolata e per certi versi ha già una struttura filmica in tre atti. Ma noi avevamo bisogno di qualcosa di più, ci serviva un elemento che lo rendesse ancora più cinematografico. Lo trovammo, ci è sembrato, nel personaggio di Fabrizio Gifuni, e nella sua travagliata vicenda personale che si intrecciava in maniera armonica ed omogenea con la vicenda del protagonista. I miei timori, poco alla volta, stavano cominciarono ad allentare la morsa. Mi accorgevo che strutturando la sceneggiatura, l’anima di quel racconto così intimo in cui l’autore si era messo a nudo in modo così disarmato, rimaneva ben visibile in filigrana. Il senso ultimo e profondo del romanzo insomma rimaneva impresso in chi leggeva la sceneggiatura nonostante la storia fosse stata in qualche modo ripensata. E se quel senso profondo rimaneva fortemente impresso era perché lo avevamo fatto nostro, ci eravamo identificati intimamente con esso. Insomma forse ci eravamo riusciti: avevamo scritto la storia di un altro come se fosse stata nostra…».

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