Bruno Pizzul viene raccontato da Fabio Caressa
nel podcast Echo di Sky,
ripercorrendo la voce della Nazionale
e l'umanità che ha cambiato la telecronaca
C'è un'eco che attraversa i decenni della storia sportiva italiana, una vibrazione che ha trasformato il racconto del calcio in un esercizio di stile, cultura e, soprattutto, umanità. Non è solo una questione di timbro vocale, ma di una filosofia narrativa che ha saputo unire l'Italia davanti ai primi televisori a colori e poi attraverso l'era digitale. Di questa eredità profonda si è discusso in una recente puntata di "Echo - quello che rimane", il podcast co-prodotto da Sky Italia e Radio 24, dove Matteo Caccia ha ospitato Fabio Caressa per tracciare il profilo di colui che, per antonomasia, è stato la voce della Nazionale: Bruno Pizzul.
La parabola di Pizzul non nasce però dietro un microfono, ma tra i polverosi campi di gioco e le cattedre scolastiche. Come ha confessato lo stesso protagonista, l'idea di diventare giornalista non era affatto nei suoi piani giovanili, anzi, i suoi rapporti con la stampa erano stati spesso tesi a causa delle critiche ricevute durante la sua breve carriera da calciatore. Dopo il ritiro dal calcio agonistico, Pizzul si era rifugiato nella sua terra d'origine, conseguendo la laurea e l'abilitazione all'insegnamento per stabilirsi a Gorizia. Lì, tra le aule delle medie, insegnava italiano, latino, storia e geografia, convinto di aver finalmente trovato la sua dimensione stanziale e di aver chiuso per sempre con la vita da girovago.
Il destino, tuttavia, bussò alla sua porta sotto forma di una lettera nominale della RAI di Trieste. In un'epoca in cui i concorsi nazionali per programmisti rischiavano di andare deserti, i funzionari pubblici sollecitarono i giovani laureati della regione a partecipare. Pizzul accettò la sfida, superando i colloqui di cultura generale a Trieste e le prove scritte a Roma. Fu proprio durante l'ultimo passaggio nella Capitale che gli venne suggerito di tentare anche la selezione per radiotelecronisti. Con sua enorme sorpresa, e quella della moglie, si ritrovò catapultato in un corso di formazione professionale di sei mesi insieme a futuri pilastri del giornalismo come Bruno Vespa e Fraiese. Da un giorno all'altro, l'insegnante di Gorizia divenne un apprendista del racconto sportivo, un mestiere che, ammette sinceramente, in gioventù non sollevava affatto i suoi entusiasmi.
L'esordio di Pizzul nel mondo della telecronaca fu tutt'altro che accademico, segnato da un episodio che oggi appartiene alla mitologia del settore. Incaricato di seguire lo spareggio di Coppa Italia tra Bologna e Juventus a Como, il giovane cronista incrociò nei corridoi della sede RAI di Milano il leggendario Beppe Viola. Quest'ultimo, con la sua proverbiale sfrontatezza, convinse Pizzul a congedare l'autista ufficiale per raggiungerlo con i propri mezzi. Quello che doveva essere un semplice tragitto si trasformò in un lungo pranzo e in una partita a scopa che si protrasse oltre il dovuto. "Mi misi nelle mani di questo disperato di Beppe Viola," ricordava Pizzul, descrivendo come i due arrivarono allo stadio Sinigaglia con quindici minuti di ritardo rispetto al fischio d'inizio. Fortunatamente, la differita televisiva permise di colmare il buco audio in post-produzione, ma il "ca..iatone" dei capi RAI fu inevitabile, mitigato solo quando emerse il coinvolgimento di Viola, figura per la quale i vertici nutrivano una rassegnata indulgenza.
Secondo Fabio Caressa, che ha condiviso con Pizzul i campi di Serie A e numerosi palchi, la vera forza di Bruno risiedeva in una straordinaria capacità di affabulazione. "Aveva una capacità di giocare con le parole, con l'italiano, che non era una cosa normale," osserva Caressa, sottolineando come la cultura classica di Pizzul fosse un'arma supplementare rispetto alla pura conoscenza tecnica del calcio. Mentre il suo predecessore Nando Martellini rappresentava uno stile istituzionale e rigoroso, Pizzul ha saputo innovare il linguaggio della telecronaca introducendo il cuore e una loquela colta ma accessibile, capace di trasformare termini comuni in icone del gergo popolare.
Il percorso di Pizzul è stato segnato anche da momenti di estrema durezza professionale, come la gestione della diretta durante la tragedia dell'Heysel. Caressa identifica in quell'evento uno dei momenti più difficili dell'intera storia della televisione, una prova di controllo e dignità umana che ha richiesto una forza d'animo fuori dall'ordinario per essere raccontata. Nonostante le delusioni sportive, come la finale mondiale persa nel 1994, Pizzul non ha mai manifestato rimpianti per non aver "gridato" al trionfo azzurro, guardando sempre con serenità e soddisfazione al proprio lavoro.
Il passaggio di testimone verso la generazione di Caressa ha segnato un mutamento nei ritmi e nella funzione della telecronaca. Con l'avvento della concorrenza tra testate come Sky e Mediaset, la voce è diventata l'estensione di un brand, richiedendo una scansione metrica più veloce per adattarsi all'accelerazione del calcio moderno. "La telecronaca è fondamentalmente la colonna sonora della partita," spiega Caressa, che ha cercato di mutuare da Pizzul l'uso consapevole della lingua italiana, pur adottando uno stile più sincopato e focalizzato sull'emozione profonda. Per Caressa, il lessico è fondamentale: non leggere per mesi significa impoverire la narrazione e tradire quel mandato di precisione e ricchezza che Pizzul aveva inaugurato.
L'immortalità di Bruno Pizzul, scomparso nel marzo del 2025 all'età di 86 anni, non è affidata solo alle teche della RAI, ma a una sorta di memoria collettiva emozionale. Memorabile, a tal proposito, resta l'episodio della falsa notizia della sua morte circolata anni prima. Come raccontato con la consueta ironia dallo stesso Pizzul, ricevette una telefonata da Giovanni Marzini, caporedattore della sede di Trieste, che con schiettezza friulana gli chiese: "Ma brutto mona, ma te sei vivo". Pizzul, che stava tranquillamente giocando a carte in un bar di Milano, si limitò a spegnere il cellulare, lasciando che la moglie gestisse le chiamate di condoglianze con un tono surreale e gioioso, consapevole che Bruno fosse semplicemente uscito di casa poco prima.
Cosa rimane, dunque, di Bruno Pizzul? Rimane l'esempio di un professionista che sapeva di calcio perché lo aveva vissuto sul campo, un uomo che ha dimostrato come la cultura possa elevare lo sport senza mai renderlo distante. Fabio Caressa è convinto che lo stile di Pizzul funzionerebbe ancora oggi, adattandosi ai nuovi ritmi grazie a un'intelligenza vivace che non ha mai smesso di dialogare con il presente. La sua voce resta sigillata in una memoria profonda che, come dice Caressa, non è mentale ma dell'anima, un'eredità che continuerà a parlare anche a chi non ha avuto il privilegio di ascoltarlo in diretta.