«La tv italiana, con le sue banalità e le sue volgarità (quelle, per esempio, dei reality che affollano la prima serata) è al di sotto di altre tv europee e il divario rispetto alle reti Ue è crescente». Un'altra bella intemerata contro l'emittenza della cara patria proviene da Corrado Calabrò, presidente dell'Autorità per le garanzie nelle comunicazioni, l'Agcom. Ancora: «La tv italiana ignora il ritrovato interesse dei giovani per il teatro, per i concerti, anche di musica classica, per le mostre, per i musei e preferisce insistere sul ripetitivo, quando non sul becero». E poi: «I bambini italiani sono bombardati dagli spot alimentari. Bibite, merendine, patatine, cibi precotti, gelati, rispondono e sollecitano gli stimoli dell'appetito. E questo sebbene in Italia sia vietata la trasmissione di spot nei programmi per bambini». Infatti i programmi specificamente dedicati ai bambini e ai ragazzi, come quelli che Raitre manda in onda tutti i giorni, non hanno pubblicità. Ma l'accusa di Calabro è rivolta alla tv in generale, che può soltanto far del male alle giovani generazioni. «L'Autorità ha in animo di avviare uno studio specifico che analizzi la programmazione televisiva (e l'uso dei media vecchi e nuovi), verifichi la sua qualità e se essa possa produrre effetti sui cosiddetti "comportamenti sociali". Penso al bullismo o al consumo di alcol da parte dei minori. La tv propone modelli che possono indurre all'emulazione da parte dei giovani». Obiettivo finale: «Redigere un Libro bianco sugli effetti della programmazione nei confronti dei bambini e sulla qualità della tv». Parole subito applaudite (da Antonio Diomede presidente della Rea, Radiotelevisioni europee associate; da Luca Borgomeo, presidente del Consiglio nazionale degli utenti) ma non certo originali.
Da Karl Popper in avanti, è un continuo rimasticare il concetto di tv «cattiva maestra». Paolo Ruffini, direttore di Raitre, non rivendica soltanto il ruolo che la sua rete ha nella programmazione dedicata al pubblico più giovane, ma ribatte alle accuse: «Mi sembra che proprio questo non si debba fare; considerare i bambini come dei cretini. Non lo sono. E il problema della loro educazione non è soltanto della tv, ma della scuola, delle famiglie, della società. Non si può nemmeno costruire intorno a loro un mondo di bambagia». Però, scusi, è vero che di pubblicità sono bombardati. «Intanto ci sono delle norme, anche severe, sulla pubblicità. E le rispettiamo: nei nostri pomeriggi non ce n'è mai. Inoltre, sa che le dico? La pubblicità non è lo sterco del diavolo, nemmeno sulla tv pubblica. Contribuisce anche a fare la storia del costume. Mi sembra che questo Paese stia prendendo sempre più delle vie fondamentaliste: bisogna essere più laici. Un po' più di laicità farebbe bene a tutti».
Ma Calabro non è che attacchi la tv dei ragazzi o dica che non c'è, attaccarla tv, questa tv, che fa male anche ai ragazzi. Le prime serate sono spesso raccappriccianti, inutili, ebbene sì, diseducative: come negarlo? «Sì, ma in tv c'è molto altro - aggiunge Mussi Bollini, capostruttura per la tv dei ragazzi di Raitre -, Provare ad accendere il televisore, prima di criticate?». Le accuse le sembrano senza motivo? «Mi sembrano le accuse di chi ricorda gli Anni Sessanta con la tv dei ragazzi sul primo canale. Adesso le cose sono cambiate, e vogliamo metterci in testa che siamo i primi in Europa? Sono amareggiata perché c'è un grande sforzo da parte della rete, anche di Raidue, e sembra che non facciamo mai niente. Noi, a Trebisonda e a Gran concerto mostriamo i ragazzi come sono veramente. E non sono dei bellimbusti obesi, ottusi e bulli».
per "La Stampa"