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Televisione RAI SERIE A LA7

Mondiali: Pizzul, 'Rai, impara dalla televisione svizzera!'

• 5 min lettura
Fonte: lapadania.com | Condividi 📲

Finita l'orgia mondiale, arriva il momento dei bilanci. Per aiutarci a decifrare questo intenso mese di sport in televisione, abbiamo sentito il maestro della telecronaca italiana, Bruno Pizzul. Il giornalista friulano, che dal 2005 commenta le partite della serie A di La7 Carta Più, risponde alle nostre domande.
A parte la difesa d'ufficio che il veterano della televisione di stato ancora riserva ai suoi ex colleghi, la voce della Nazionale per quasi vent' anni si distanzia dall' ondata di retorica e dagli eccessi nazional-popolari espressi dalla Rai in questi giorni. Tra le righe, non è stato difficile cogliere la consapevolezza dell'inevitabile esigenza di una vera e propria rifondazione della redazione sportiva della Rai che, incalzata dalla concorrenza, sta sempre più scivolando negli eccessi da reality show.
Questo è stato il suo primo Mondiale da telespettatore. Che impressione le ha fatto tornare dopo così tanti anni ad osservare le partite con lo sguardo del tifoso?
«E' stata una sensazione strana, ma piacevole. Ho potuto seguire le partite dando libero sfogo alla passione, senza controllare il linguaggio, come si deve fare quando si è di fronte ad un microfono».
Domenica sera la mente di tutti è corsa all'11 luglio 1982, allo stadio "Santiago Bernabeu" di Madrid. Sembra che, oltre alla tecnologia, anche l'entusiasmo abbia fatto passi da gigante. E' solo un'impressione o forse è il frutto dell' overdose televisiva?
«Tutti gli eventi sportivi hanno un riflesso mediatico ma questa volta la vittoria è stata "gonfiata" dalla televisione. Il giubilo della domenica sera era prevedibile, naturale ed ampiamente giustificato. La ripetizione del giorno dopo lo era sinceramente molto meno. Si ha la sensazione che dietro a tanta isteria da parte dei tifosi ci sia anche il desiderio spasmodico di esserci a tutti i costi, anche solo per farsi riprendere dalle telecamere. L'entusiasmo nel 1982 appariva meno costruito, più genuino».
Dirette chilometriche, Paese bloccato, sconfinamenti tra sport, spettacolo e politica. Nel 1982 non successe niente del genere. Stiamo esagerando?
«Francamente credo che si sia superato il limite, ma la televisione ha una cartina di tornasole infallibile, l'auditel. Ad esempio, la diretta chilometrica di lunedì sera sulla Rai non mi è piaciuta per niente. L'ho trovata forzata, eccessiva, ridondante ma i riscontri dal punto di vista dell'ascolto sono stati buoni. Non vorrei che questa eccessiva attenzione mediatica nascondesse altri fini, come ad esempio sfruttare un fenomeno straordinariamente emotivo ma effimero come il calcio per distogliere l'attenzione della gente dai veri problemi».
La tecnica della ripresa televisiva si è molto evoluta mentre il commento continua a percorrere strade già tracciate. Pensa che sia ancora possibile trovare nuove formule?
«Il linguaggio delle immagini è molto cambiato. In Germania ho notato una maggiore attenzione alle riprese in campo largo ed è un bene, dato che spesso i registi pensano più a confezionare un prodotto attraente che alla partita. Anche se ogni cronista ha il suo stile, il linguaggio è diventato sicuramente più urlato. Non è che nel campo del commento ci sia molto da inventare, in fondo lo schema dell'affabulazione è sempre lo stesso: inizi descrivendo l'ambiente, poi segui l'evolversi della partita. Ho visto con attenzione le telecronache della Tsi (Televisione Svizzera Italiana, ndr): la partita è seguita da un solo cronista, mentre nell'intervallo e nel post-partita entra in campo un gruppo di commentatori. Potrebbe essere una soluzione giusta. Bisogna tenere presente che il destinatario finale, ovvero l'appassionato di sport, pensa di saperne più di tutti. Parlare troppo è un errore, bisognerebbe lasciare un margine di riflessione al telespettatore».
In questi giorni sono state fatte molte critiche verso la conduzione delle dirette Rai. Secondo lei, è solo una questione di stile o la formula giornalista-esperto sta iniziando a segnare il passo?
«In fondo non erano così male, Civoli ha fatto un buon lavoro, supportato da Mazzola. Lo stile era forse meno urlato rispetto al resto della televisione di oggi, ma non mi è dispiaciuto. Il compito era sicuramente più difficile, ora che la Rai ha perso l'esclusiva. Inoltre, quando ci sono più di 20 milioni di persone che guardano è impossibile compiacere tutti».
L'evento sportivo rischia di scomparire in un'orgia di pre, post-partita, commenti e tavole rotonde. Non è che la sovraesposizione riduce l'eccezionalità del momento?
«E' un processo che va avanti da anni. Nel calcio, la partita è come un optional, una scusa per la prossima polemica, manca l'approfondimento sul momento principale, sul gesto atletico. La vittoria ai mondiali e lo scandalo del calcio ci devono far capire che bisogna riportare l'attenzione sulla partita giocata, più che sul risultato e sulla rissa. Altrimenti le derive extratecniche sono dietro l'angolo».
L'offerta di La7, specie nel commento serale, è stata lodata per l'equilibrio e la pacatezza dei toni. Pensa che la credibilità guadagnata sul campo contribuirà in modo significativo alla crescita della rete?
«Penso di si. Ho avuto il piacere di lavorare con La7 e mi sembra che proprio la tendenza a mettere opinioni anche opposte a confronto e riuscire a proporre il tutto in termini equilibrati sia un modo corretto per riavvicinare la gente al mondo del calcio».
Il "nuovo corso" di La7Sport ha dato i suoi risultati; viste le critiche, pensa che sia arrivato il momento di dare una sterzata anche alla conduzione dei programmi sportivi Rai?
«Preferirei non parlare. Nonostante sia in pensione da anni, continuo a sentirmi un uomo Rai. In ogni caso, penso che sarebbe necessario ripensare profondamente la costruzione della redazione sportiva, più che i programmi. Trovare una soluzione che accontenti tutti sarà difficile ma bisogna provarci».
Per un grande appassionato di sport come lei, questo è un periodo infernale: prima Calciopoli, poi l'esclusione di Basso e Ullrich dal Tour. L'entusiasmo della vittoria ai Mondiali riuscirà a stemperare le delusioni future o rischia di rendere il tutto ancora più traumatico?
«Come giornalista, non sarò il primo a lamentarmi di avere un'infinità di storie interessanti da raccontare. Dal punto di vista del tifoso, mi sono sentito come un bambino cui è stato rubato il giocattolo. Prima questo orrendo scandalo legato al calcio, poi l'eliminazione dal Tour de France dei protagonisti più attesi, un colpo durissimo per chi, come me, è da sempre appassionato al ciclismo. La cosa triste per uno sportivo è che tutti questi scandali sono in gran parte dovuti a gente che con il mondo dello sport c'entra poco o niente. Passino i furbetti, razza che in Italia è sempre prosperata in ogni epoca, fino a quando cercano di dimostrare o millantare presunte onnipotenze per sentirsi i padroni del mondo. Ciò che mi demoralizza è che ci siano uomini di scienza, medici che volontariamente si mettono al servizio di un imbroglio che inoltre ha conseguenze terribili sul fisico degli atleti coinvolti».

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