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In onda la protesta delle tv locali FRT: 'Con il digitale rischiamo di sparire'

• 4 min lettura
Fonte: Il Corriere della Sera | Condividi 📲
Scriva il finale, Giunco: «Non riusciranno a distruggerci. Molte forze politiche del governo e dell'opposizione ci sono vicine: sono molto attente al ruolo delle emittenti locali, alla loro forte penetrazione nel territorio. Rompere il consenso con noi è una pazzia».Nell'etere viaggiano frequenze e grandi tensioni. Sta per esplodere una battaglia che vede da una parte le tv locali («che lottano per la sopravvivenza»), dall'altra Mediaset. Maurizio Giunco è presidente dell'Associazione tv locali, e di televisione ne mastica davvero tanta, da molti anni. È raro vederlo così infuriato. Mai come ora l'associazione che riunisce il meglio delle tv locali italiane è stata tanto compatta (nel Paese sono stati stimati 500 soggetti che hanno una concessione/autorizzazione, ma quelli che si possono davvero chiamare editori televisivi sono circa 200, tra regionali e provinciali). Lui è diventato il punto di riferimento di tutte loro e sta portando avanti una durissima battaglia contro Mediaset.

Il primo passo l'ha fatto uscendo da Dgtvi (Associazione della televisione digitale terrestre), il secondo con una serie di ricorsi al Tar, il terzo con una protesta che sta mettendo a punto insieme all'Associazione Aeranti-Corallo (le tv locali di area cattolica, presiedute da Marco Rossignoli). Una protesta che partirà con una serie di spot, pare durissimi, su tutte le tv locali, contro chi «sta cercando di chiudere il mercato, uccidendo nella culla i possibili competitori». Cioè? «Mediaset».

Per capire la rabbia dell'associazione occorre fare un passo indietro e spiegare cosa sta accadendo nel mondo del digitale terrestre. La battaglia in corso è fatta di cavilli legali, ma in realtà si sta giocando una partita importante dal punto di vista economico. Su una frequenza analogica prima si poteva avere e vedere un solo canale televisivo, ora sempre su quella stessa frequenza, grazie alla tecnologia digitale, c'è spazio per sei o sette canali (il cosiddetto «multiplex»). Risultato? Le grandi emittenti nazionali (Rai, Mediaset, Telecom, il gruppo L'Espresso) non hanno grandissimi problemi a «riempire» tutti questi nuovi canali, le emittenti locali sì. Già faticano a proporre una buona programmazione per un canale ?" per esempio TeleLombardia, Primo Canale (Liguria), TeleNorba (Puglia), ?" immaginiamoci per sette.

Dunque che è accaduto? Premessa fondamentale: non esistono più frequenze nazionali disponibili. Quindi se uno volesse diffondere un canale nazionale non saprebbe a chi rivolgersi. Per questo, diversi fornitori di contenuti nazionali hanno deciso di affittare la banda dalle emittenti locali di ogni singola regione (è il caso di K2 dedicato ai bambini) con il risultato di ottenere una copertura nazionale del loro canale, a prezzi decisamente inferiori. Tutto questo ha profondamente allarmato le grandi emittenti che rischiano di trovarsi decine di concorrenti che entrerebbero sul mercato a costi molto bassi.

Giunco, cerchiamo di essere più chiari. Perché Mediaset si sarebbe spaventata secondo voi?
«Ora che tutto il nord Italia, Lazio e Campania sono interamente digitalizzate, a Mediaset si sono posti dei problemi: non è che la tv può farla anche qualcun altro? E così sono partiti i meccanismi politici per trovare soluzioni che impedissero di fatto agli operatori locali di crescere. Dal momento che cambiare la legge era complesso, hanno aggirato l'ostacolo infilando nelle pieghe della legge di Stabilità un semplice comma con il quale si conferisce al ministero dello Sviluppo economico il potere assoluto di definire nuovi obblighi e regole».

Il ministero a sua volta si è rivolto all'Agcom (Autorità per le garanzie nelle comunicazioni) perché emanasse un regolamento. Questo è arrivato e ha di fatto ordinato alle tv locali di dedicarsi solo alla «promozione delle culture regionali o locali»; ha spiegato che non si può creare un canale nazionale affittando frequenze regionali perché mancherebbe «la sicurezza della copertura nazionale» e ha negato la numerazione nazionale sul telecomando. Insomma, l'Autorità ha avvallato il disegno del ministero, e ha di fatto bloccato questo nuovo fenomeno regionale/nazionale.

È questo che ha scatenato la rabbia. Giunco ne fa proprio una questione di sopravvivenza poiché se le emittenti locali non riescono a «riempire» i nuovi canali che hanno a disposizione, lo stato requisisce loro le frequenze.

Ma non è finita qui. Aggiunge Giunco: «Ora, siccome servono 2 miliardi e 400 milioni per la Finanziaria, il comma 8 della legge di Stabilità ha stabilito di sottrarre nove frequenze alle emittenti locali e di venderle alla telefonia mobile, stiamo parlando di 157 emittenti locali che si troverebbero senza frequenza (e dunque dovrebbero chiudere, ndr). Parallelamente lo Stato ne regalerebbe 6 alle televisioni nazionali. Una vergogna».

Torna a parlare della protesta, quella più calda che sta per arrivare: una serie di spot su tutte le tv locali. Una campagna, pare, durissima. «Diremo chiaramente chi è l'ispiratore ?" spiega Giunco ?" a chi giova tutto ciò. C'è una forte valenza politica in questi spot. Alcuni di noi ritengono che Berlusconi non sia a conoscenza di quanto stia accadendo perché, da uomo di comunicazione quale è, non avrebbe mai fatto una scelta così. E mi spiego: l'ultima volta che Berlusconi ha perso le elezioni, lo ha fatto per circa 25 mila voti. Ha dovuto ringraziare il signor Giorgio Panto, grande editore scomparso di Antenna 3-Veneto, che con la sua lista aveva ottenuto appunto tali voti. Quindi se una sola emittente locale ha dimostrato di avere un tale peso politico, figuriamoci quanto ne possano avere 200 su tutto il territorio nazionale... E in un momento così delicato politicamente, perché il presidente del Consiglio dovrebbe mettersi in rotta di collisione con una realtà così forte?».

Scriva il finale, Giunco: «Non riusciranno a distruggerci. Molte forze politiche del governo e dell'opposizione ci sono vicine: sono molto attente al ruolo delle emittenti locali, alla loro forte penetrazione nel territorio. Rompere il consenso con noi è una pazzia».

Maria Volpe
per "Il Corriere della Sera"

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