Puntuale come le tasse, con la ripresa del campionato il faccione di Aldo Biscardi allieterà anche quest'anno i nostri lunedì sera. L'uomo che fa errori di grammatica anche quando pensa (così lo liquidò Beppe Grillo), il più grande giornalista di tutti i tempi escluso il congiuntivo, si appresta a condurre la trentesima edizione del Brogesso.Per l'occasione, ha scritto le parole della sigla, il cui titolo, «Dammi la moviola», promette emozioni indescrivibili. Intendiamo qui interrogarci sull'importanza dell'illustre larinese nella cultura contemporanea, ragionando sulla categoria dello spirito ai più nota come «biscardismo», ossia quel modo sguaiato, demagogico, assurdamente enfatico di fare informazione televisiva che dalla chiacchiera calcistica ha tracimato nei varietà e nelle tribune politiche, lasciando per il momento immuni soltanto la Messa della domenica, il meteo e le estrazioni del lotto.
Ci viene in soccorso dall'antica Grecia l'anonimo autore del Trattato del Sublime. La «naturale facondia, senza la quale non c'è assolutamente nulla da fare», è l'immancabile presupposto delle cinque fonti della sublimità dello stile: il biscardi-smo si nutre di proclami roboanti, di ardimentose costruzioni sintattiche, di climax spericolati che scatenano gli applausi scroscianti del pubblico in studio.
La prima delle cinque fonti è Inattitudine alle grandi concezioni: Biscardi millanta miliardi di. telespettatori, esclusive planetarie, telefonate da tutto il mondo. Una volta annunciò, con la solennità dì Armstrong sul suolo lunare, l'intervento dalla Francia di Platinette. Perplessità in studio, successiva rettìfica: era Platini.
La seconda fonte del sublime è la «passione profonda e ispirata», quella con cui il Nostro reclama l'introduzione della moviola in campo, suo ineludibile cavallo di battaglia.
Terza fonte è la «speciale foggia delle figure»: qui si può scegliere tra la tintura dei capelli color rosso Gabibbo e l'avvenenza delle squinzie, annoiatissime e di poche parole, che a turno lo affiancano nella conduzione. Seguono la nobiltà dell'espressione e la collocazione delle parole «intonata a gravità e grandezza»: e qui Biscardi ha dato il meglio di sé, non solo in televisione. Così concludeva, nel 1978, un pezzo da Buenos Aires per "Paese Sera".
Fabio Caressa: ''Aldo ha cambiato il modo di parlare di calcio"
Biscardi si appresta ad occupare la tv per la 30a stagione consecutiva.
«Gli va dato atto comunque di aver cambiato la comunicazione sul calcio nell'Italia dei primissimi anni 80».
Tempi eroici.
«Non sono un nostalgico. Al crepuscolo dei '70, c'era fame di notizie e un'assoluta mancanza di informazioni. Abitavo a Roma, nei pressi dello stadio, e ogni domenica mi inerpicavo sulla finestra con mio padre per vedere il tabellone dell'Olimpico. Sapere i risultati prima che li desse la tv ci regalava una certa ebbrezza».
Poi toccò a lei.
«Era un mondo difficile, si lavorava in condizioni romanzesche. Un giorno mi inviano a Belgrado per Partizan-Roma. In mano un biglietto di curva e un incoraggiamento minaccioso: "Se non riesci a raccontare la partita, non sei nessuno". Aspettammo Viola e con la scusa di intervistarlo, entrammo con lui dicendo "Siamo la quarta troupe della Rai" Un'altra volta, a Genova, mi nascosi sotto la borsa di una collega per inviare la corrispondenza».
Biscardi, oggi, sembra già preistoria
«Quel tipo di tv basava la sua forza su una narrazione deputata alla sola parola. Ora, non si può più. Le immagini sono ovunque, di qualità altissima, senza zone franche, paratie o restrizioni. Perciò la preparazione sovrasta i sofismi e non lascia spazio all'improvvisazione. Sappiamo il regolamento come e meglio degli arbitri. Ci aggiorniamo e, in fondo, è meglio così».
Valerio Rosi
per "L'Unità"