Giampiero Galeazzi 'Domenica in mi ha rovinato la linea'

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Fonte: La Stampa

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Televisione
  lunedì, 24 settembre 2007
 00:00

Giampiero Galeazzi«Il mio canto del cigno saranno i mondiali di calcio del 2010 in Sudafrica, morirò con Nelson Mandela».

L'ambizioso programma ha la voce inconfondibile di Giampiero Galeazzi, appena ammorbidita dai languori che salgono dal presentimento della cena. Incastrato nella sua poltrona di vimini il Bisteccone al tramonto è un'immagine lirica che infonde pace. Gli siedi accanto e senti di volergli bene, a questo smisurato omone, ostaggio di un mondo che ha solo sapori.

Il Canottieri Roma, storico circolo sulle sponde del Tevere, è la sua seconda casa da sempre. «E' la mia infanzia. So' cresciuto a remi e racchette, mio padre era un allenatore di canottaggio, vedevo giocare a tennis Nicola Pietrangeli, ho visto passare di qua tutto il generone romano. Professionisti, commercianti, nullafacenti, ricchi veri e ricchi immaginari».

Si fa lobby nei circoli?
«Appena me so’ laureato ho pensato: mo' me sistemo, e invece niente. Come laureato in statistica non me filava nessuno. Più che lobby se faceva ca..eggio».

Da ricercatore statistico a giornalista.
«Dovevo andare alla Doxa, invece finii alla Fiat, a Torino, come atleta. Qualche mese, poi er ghiaccio, er gelo, scappai a Roma. Me volevano mannà in Sudamerica. Me sarvò che i tupamaros ammazzarono dodici dirigenti della Fiat. Lo dissi a mia madre: vedi che succede da quelle parti? E così rimasi a Roma a fa' er vitellone».

Eri uno smilzo talento con i remi.
«Campione del mondo junior, olimpionico in Messico nel '68. Cinque vittorie negli assoluti. Dovevo prende' le medicine pe' ingrassa'. 1 e 93 per 90 chili. Ero trasparente».

Beh, proprio trasparente…
«Mo' so due anni che so' stazionario, tra i 160 e i 162. M'hanno rovinato dieci anni di “Domenica In”. Magnavo la sera e non venivo più al circolo a fare la partitella. Me so' ritrovato in poco tempo addosso un set de valigie de 50 chili».

T'ha rovinato Mara Venier.
«Glielo dico sempre a Mara. Però m'ha completato professionalmente. Ballando e intervistando, stando accanto ai personaggi più vari ho imparato a comunicare. Se stai tutta la vita a parlare col centravanti della Roma o il terzino della Cremonese, resti limitato».

Come ti convinsero a entrare nel circo?
«Uscivo la sera con Mara Venier e Renzo Arbore all'epoca dei mondiali in America. Facevamo il giro delle buche jazz di New York. Ogni sera se cambiava buca, Arbore sentiva la musica, io magnavo e parlavo con Mara, le bistecche più grosse, la birra più buona. Un giorno, attraversando una strada in mezzo al traffico, Mara me fa senza giri di parole: “Faresti Domenica In con me?”».

All'epoca presentavi «Novantesimo Minuto».
«Pensai che sta paracula de Mara se voleva impossessa' dei dieci milioni di spettatori di Novantesimo. Presi tempo. Due giorni dopo me chiama Brando Giordani, direttore di rete. “Qui c'è 'na bionda che te vole a tutti i costi”. Era Mara. “Le ho presentato una lista de Hollywood ma vole solo te, che devo fa Bistecco'”?».

Fu subito trionfo di ascolti.
«I duetti con Mara erano naturali. Niente testo. Guai a damme un testo a me, io non so’ attore. Facevo er 40 de share con la scena del letto».

La scena del letto?
«Me presentavo con la valigia, ballavo e me dimenavo. Partiva la sigla de Novantesimo e stavo già da Mara che m'aspettava sul letto, tipo Fregoli. “Che m'hai portato oggi?”. “Ecco qua bella bisteccona mia” e dalla valigia uscivano salami e reggipetti. Un successo clamoroso. Acchiappavo tutti, ero una bomba a mano. All'italiano je tocchi er letto…».

Reazioni in famiglia?
«I figli non mi salutavano più. Specie il maschio, Gianluca. “Ma papà sei un grande giornalista sportivo, a scuola me prendono in giro”. Andai da Brando Giordani. “Non me la sento di continuare, me pijano tutti per c..o”. “Un giornalista televisivo deve essere a 360 gradi”. Mi convinse a continuare».

Hai una figlia molto bella
«Anche troppo pe fa' la giornalista. Susanna lavora a Canale 5 e da me ha preso la grinta. Per quattro anni a Sky se sveijava alle sei de’ mattina, le hanno fatto un mazzo tale».

I colleghi della redazione sportiva?
«Non mi hanno mai amato. Ero al centro delle invidie totali. Quando ho finito Novantesimo non c'avevo più una sedia, un grado, niente, tabula rasa».

Il più ostile?
«Marino Bartoletti mi dichiarò guerra. Prese Mara a brutte parole. “Non finisce qui!”, col ditino alzato. Finale, cacciarono via Bartoletti. E' dal '70 che sto sempre sur bidone della benzina, arrivi tu nel '96 e me rompi i cojioni. E namo…».

Dovevi andare all'«Isola dei famosi».
«L'avevano già annunciato a Cannes. Poi presero quello magro, come se chiama, Bisio, Brosio… Me chiamò un amico regista: “Guarda che la nuova locazione è un'isola in mezzo al mare, te devi arza’ alle quattro per fare lo speech, un'ora de barca, se il mare se arza soffri l'iradiddio”. Ho fatto uno più uno e non ce so' andato. Dovevo sta' a stecchetto in mezzo al mare».

La segui questa nuova edizione?
«Ho visto che Cecchi Paone ha fatto subito il numero da isterica».

La più grossa abboffata della vita?
«Non sono mai stato un grande mangione».

Colpo di scena. A Casa Italia durante le Olimpiadi i cuochi dovevano blindare le dispense.
«Dovevo fa' i collegamenti, il cameriere era lento, allora andavo direttamente alla fonte. Me pijavo tre, quattro piatti pe' avvantagiamme».

Le tue telecronache viscerali sono da culto: tutto il corpo che partecipa, cuore, fegato, budella, polmoni.
«Quando vedo una barca italiana, me sento là dentro. M'hanno istruito a dare le sensazioni. Non me tengo niente. Sono l'ultimo della grande generazione di telecronisti. Paolo Rosi, il più moderno degli antichi, l'eleganza di Giubilo nell'ippica, il ritmo di Adriano Dezan, i tempi televisivi di Nando Martellini. Di quelli di oggi c'è Fabio Caressa, un po' troppo colorato, però la sensazione me la da».

La telecronaca da manuale del Galeazzi.
«Quella dei fratelloni Abbagnale del'88 a Seul. In quei casi anch'io sto a rema', arrivo col fiatone. Gli ultimi 500 metri me li faccio in piedi, non guardo più il monitor, guardo solo er bacino».

Una volta hai detto: «questo rovescio di Lendl è una bomba al nepal».
«Un'altra volta me scappò “roulotte russa”, ma sai che per anni ho trasmesso otto ore di tennis al giorno. E' che 'sta voce gira dal '72».

Strangolavi i giocatori a fine partita nella tua morsa.
«Mi feci chiudere dal guardiano dentro gli spogliatoi il giorno dello scudetto del Napoli. C'erano ducentocinquanta televisioni, me ritrovai solo con tutta la squadra in mutande. Il colpo di genio fu far fare a Maradona le interviste ai compagni».

Eri il preferito di Maradona.
«Andavamo nei locali come lupi mannari, io, lui e Carnevale. Diego parcheggiava il Testanera addosso al muro come fosse un motorino. Le più brutte donne di Napoli erano le sue. Gli piacevano quelle alla Botero. A me invece piacciono le americane Wasp, tipo Nicole Kidman, quel bianco lì. La mora, la creola non mi richiamano l'istinto».

Mai scatenato come quando vinse lo scudetto la Lazio.
«Mollai la diretta della finale di tennis al Foro Italico, quando me dissero dello scudetto. L'ultimo game andò in silenzio. Me precipitai di corsa allo stadio con un microfono in pugno. Il primo che acchiappai fu un frate».

Prezzolini diceva che essere grassi è mancanza di educazione.
«Io non mi sento un obeso. Me lo ricordano gli altri. Me ne accorgo quando m'arzo a fatica o devo prende' un treno in corsa. Le scale le affronto come la mangusta affronta un serpente. Uno che come me ha fatto l'atleta, che da giovane era l'ira de Giove, non pensa d'ingrassare».

La dieta più feroce?
«Mai fatte veramente. Per vent'anni ho magnato riso e filetto, se crea un metabolismo che appena cambi esplodi. Mia moglie magna più de me ed è magra. Non rinuncio a pane e frutta, quanto di peggio per la glicemia».

Nicola Savino fa scompisciare con le tue imitazioni.
«E' diventato miliardario. Ha messo il santino con la mio foto in camera da letto. Me ringrazia tre volte ar giorno. Certe volte, quando l'ascolto, me piego anch'io dalle risate».

Giancarlo Dotto
per "La Stampa"

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