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La Rai che verrà: più cultura, meno reality, ma sempre col 'canone'

• 4 min lettura
Fonte: Il Secolo d'Italia | Condividi 📲
Quale scenario si delinea nella gestione futura della Rai come emittente di servizio pubblico che vive grazie anche all'abbonamento degli utenti? Domanda da cento milioni, alla quale il convegno che si è tenuto ieri a Roma nella sala convegni della Monte Paschi ha cercato di dare una risposta. Promosso dall'Istituto per lo Studio dell'Innovazione (l'Isimm, la cui denominazione però resta orfana delle due "emme" finali che rimangono oscure), l'incontro ha tentato di far quadrare il cerchio sui due punti interrogativi principali che riguardano l'azienda: chi la governa e chi la paga.
Su tutti gli interventi ha aleggiato la relazione che Corrado Calabrò, presidente dell'Agcom (l'Autorità garante per le comunicazioni), ha presentato il 15 luglio alla Camera con cui ha reso palese la necessità di una riforma dell'emittente di Stato nell'ottica di coniugare tanto la sua
natura di servizio pubblico quanto quello di azienda con delle necessità commerciali, al fine di evitare situazioni come l'attuale in cui le differenze tra i programmi del servizio pubblico e la tv commerciale sono diventate «evanescenti con una omologazione al ribasso che sbiadisce la missione del servizio pubblico» collocando la Rai «al di sotto di altre televisioni europee».
In sostanza quello che si chiede alla Rai è di uscire dalle spire di una concorrenza con il mercato delle tv commerciali che implicitamente pregiudica (o almeno mette pesantemente in discussione) anche l'esistenza dell'abbonamento. A parlare chiaro è il deputato Pdl di area forzista Paolo Romani, attuale sottosegretario alle Comunicazioni. «E' indubbio - dice Romani - che nella creazione di una coscienza nazionale abbia fatto più la Rai che le trincee della prima guerra mondiale, ma oggi è necessario che l'azienda riveda il proprio ruolo. Quella di oggi è una Rai che non parla del Paese reale. Spesso si parla della morsa politica che la attanaglia ma se si lasciasse maggiore spazio ad un giornalismo corrosivo piuttosto che ad uno militante o ai reality, l'arretramento della politica sarebbe fisiologico».
Non ci sono comunque gli estremi per modificare la legge sulla Rai - spiega - «Va garantita una migliore governance, vanno cambiati quindi alcuni meccanismi di decisione, ad esempio va ribadito il carattere privatistico del servizio pubblico». Romani spiega che «c'è sempre questa sorta di "inquinamento" tra Corte dei Conti e voglia di manifestarsi come Spa, e quindi c'è una società non libera di decidere cosa deve essere deciso. C'è un problema di governance a livello di decisioni che appartengono al direttore generale o al Cda: anche qui va fatta una scissione chiara. Lo statuto della Rai da questo punto di vista può anche aiutare - prosegue - perché il direttore generale è un organo nello statuto, quindi lo statuto già privilegia per certi versi il dg come strumento di governance». E aggiunge che il direttore generale è «molto simile a quell'amministratore unico o delegato che viene evocato da altre parti politiche».
A dispetto delle apparenze, però, il problema è di non facile soluzione perché, conti alla mano, oggi l'azienda Rai - sottolinea il consigliere Angelo Maria Petroni (di quota forzista, che ebbe il suo bel da fare ai tempi del governo Prodi) - deve fare i conti con una evasione dalle quote di abbonamento concentrata soprattutto nelle aree del centro sud d'Italia. Quote rilevanti che si aggirano intorno al 25% (circa 650 milioni di euro) e che, se recuperate, consentirebbero di ridurre gli spazi per gli introiti derivanti dalla pubblicità. In altre parole, il ritorno ad una funzione di servizio pubblico (e polo principale dell'industria culturale italiana) è vincolato ad una certa autonomia economica scollegata dai criteri dell'audience, parametri imprescindibili per la raccolta pubblicitaria (sulla quale, tra l'altro, la Rai è l'azienda pubblica che ne raccoglie di più al mondo).
Insomma un cane che si morde la coda: produrre contenuti più consoni alla linea editoriale di un'emittente di Stato e nello stesso tempo sottrarsi al giogo della politica che provvede alle nomine. Sembra un vicolo cieco sul quale inoltre pesano delle incognite imminenti. Da qui al 2012, perseguendo la normativa europea, è prevista la dismissione totale del sistema di trasmissione analogico per passare totalmente alla trasmissione televisiva digitale (switch-off) la quale amplierà in maniera sostanziale il bouquet di canali disponibili per lo spettatore.
A quel punto a fare la differenza sarà l'identità, la riconoscibilità di un emittente, ed è dunque necessario, ora che si è in tempo, ricollocare la funzione pubblica dell'azienda di Stato che, se da un lato vive la situazione denunciata appunto da Calabrò, dall'altra riscuote una sostanziale convergenza tra le forze dell'arco parlamentare per il mantenimento dello status quo purché riveduto e corretto secondo le esigenze del momento. A mettere l'accento su questo punto è il leghista Davide Caparmi che nel dibattito sul ruolo dell'azienda nota il pesante vuoto circa i suoi rapporti con i "new media", vale a dire internet e telefonia mobile.
Insomma sono molte le sollecitazioni che arrivano soprattutto in considerazione di un'uniformità al quadro europeo in cui l'emittenza di Stato viene tenuta in altissima considerazione (più volte sono stati citati gli interventi in questo senso di Sarkozy in Francia). Sfide difficili alle quali risponderà il prossimo Cda che uscirà dall'assemblea degli azionisti per ora spostata al 4 agosto.
 
Walter Vescovi
per "Il Secolo d'Italia"

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