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Televisione

Autori tivù in apnea (culturale): mancano incentivi e tutele sui diritti

• 6 min lettura
Fonte: Italia Oggi | Condividi 📲
Autori televisivi italiani più deboli senza una nuova tutela del copyright. E' il parere dei principali esponenti di una categoria che, da dieci anni a questa parte, sta attraversando profondi cambiamenti, dovuti all'evoluzione dei generi televisivi e all'introduzione dei format stranieri a discapito di quelli italiani, ma anche dall'arrivo di nuovi mezzi per la fruizione dei programmi, che richiedono una costante adattabilità dei contenuti.
Categoria alla riscossa. Gli Usa come modello -  In Italia si producono sempre meno trasmissioni, a vantaggio dei format stranieri. Se per gli autori storici è difficile proporre nuove idee, il problema si pone anche per i giovani che cercano di farsi largo in questo settore. «L'autore oggi è prevalentemente un redattore di lusso o riadattatore di format stranieri», esordisce Ugo Porcelli, autore di numerosi programmi di successo da quelli di Renzo Arbore fino all'attuale Domenica In di Pippo Bando. «Difficilmente vengono accettati progetti italiani. Eppure quei pochi che ci sono vanno alla grande e rimangono nella storia. Pensiamo ai vecchi varietà fino a Striscia la notizia, che continua a ottenere ampi ascolti. Da alcuni anni, con l'Anart (Associazione nazionale autori radiotelevisivi e teatrali, ndr), ci stiamo battendo per tutelare quel minimo che si è acquisito nel tempo. L'ultima battaglia è quella sui format. Al momento gli autori non hanno diritti su eventuali riadattamenti o rifacimenti di programmi da loro ideati».
Gli autori confidano molto nella proposta di legge sui format in discussione in parlamento, ma temono l'influenza di lobby avverse. «Un'altra legge indispensabile, come tra l'altro avviene in altri paesi» prosegue Porcelli, «è quella che garantisce nei palinsesti una buona percentuale di prodotto italiano. I giovani autori dovrebbero apprezzare che alcuni "anziani" si stanno preoccupando per loro, perché queste battaglie vanno a loro vantaggio. Non sanno che stanno perdendo rapidamente diritti acquisiti dopo anni e anni di lotte, confronti e discussioni tra Siae, autori e responsabili dei palinsesti. Stiamo vivendo un momento storico importante, in cui verranno riscritte tutte le nonne che hanno regolato questo settore. Per questo è necessario un'ampia partecipazione da parte di tutti. Gli sceneggiatori statunitensi, grazie alla loro anione compatta, sono riusciti a salvaguardare i loro diritti. Noi dobbiamo fare altrettanto».
Molto da dire, anche all'estero - D'accordo sulla posizione di Porcelli è Biagio Proietti, segretario generale di Anart. «Bisogna agire su più piani per invertire la tendenza e tornare a essere autori creativi, dando nobiltà e garanzie al format italiano», spiega Proietti. «La debolezza dell'autore in questo momento è dovuta alla debolezza della tutela dei diritti. Non credo che i giovani autori italiani non siano bravi come quelli di una volta. Ma la situazione produttiva è tale che l'autore viene chiamato solo a sistemare le cose, a fare la scaletta, piuttosto che a inventarsi cose nuove. Quando ci sarà una tutela precisa del format, sia attraverso una legge sia attraverso mi accordo con produttori e network, si potrà cominciare a far nascere format italiani che diano allo spettacolo d'intrattenimento la nobiltà che avevano i programmi di una volta. Certo rimpiangere il passato è sbagliato. I vari Studio Uno e Un due tre non si possono più fare. Ma da qualche trasmissione in programmazione si capisce che gli autori italiani hanno ancora molto da dire».
Programmi come I migliori anni e Fuoriclasse (entrambi condotti da Carlo Conti) sono un esempio di produzioni tutte italiane che hanno ottenuto interesse anche all'estero, ma per gli autori e ideatori del format non sono previsti diritti. «Il diritto d'autore in questo caso è un po' penalizzato», spiega Leopoldo Siano, autore di Magnolia nei programmi di Carlo Conti da L'eredità a I migliori anni. «Quando lavoriamo spesso guardiamo più al lavoro in sé che a tutelare una nostra idea. Nel nostro caso, come da contratto, cediamo tutti i diritti alla società di produzione. Succede però che un programma possa essere venduto all'estero con i tuoi adattamenti. In quel caso ci dovrebbe essere per legge un riconoscimento per gli autori. Anche la Siae in questo dovrebbe aiutarci. Tra l'altro non si capisce come alcune trasmissioni siano riconosciute come varietà e altre invece, magari di prima serata, vengono declassate».
Sotto il giogo dell'appiattimento della comunicazione - C'è chi poi ritiene che l'autore è oggi ridotto al ruolo di scalettatore, «Oggi la professionalità conta poco», afferma Andrea Lo Vecchio, che vanta nel suo curriculum programmi come Canzonissima, Premiatissima, Furore e Festa di classe. «Nell'ambiente conta soprattutto chi ti segnala e la qualità dei programmi ne risente. Molti giovani autori non sanno neanche cos'è un copione, visto che l'introduzione dei format ha ridotto tanti a fare gli "scalettatori". Resto del parere che anche per la nostra categoria serva un albo professionale, al quale devono attingere i produttori, con l'obbligo magari di affiancare giovani agli autori esperti».
C'è chi propone infatti di recuperare il «mestiere» e «l'artigianato» dell'autore televisivo. «Questo lavoro è nato negli anni 50 come mestiere translato da chi veniva dal teatro e dal cinema», spiega Massimo Cinque, che nella sua camera ha firmato programmi come Uno Mattina e La prova del cuoco. «Poi dagli anni 80, con l'avvento della tv commerciale, è nato l'autore puro televisivo. Questo ha implicato un allontanamento da quella che poteva essere una cultura storica dello spettacolo, ma dall'altro ha portato alla formazione di una cultura propria come scrittori della tv. La commercializzazione del piccolo schermo ha appiattito tutto il mondo della comunicazione. Non lo dico soltanto in termini negativi, visto che ha dato lavoro a tante persone, anche se purtroppo in questo momento l'autore tv vive una confusione professionale, visto che fa mi po' lo sceneggiatore, un po' l'adattatore, un po' il produttore. Bisogna dare a questa figura configurazioni più moderne. L'autore oggi non può essere identico a quello di 30 anni fa o di 10 anni fa, visto che sono arrivati nuovi strumenti per la fruizione dei programmi, come telefonini, internet, digitale terrestre e satellite».
Per questo gli autori propongono l'equiparazione, ai fini della tutela dei programmi, dei nuovi generi televisivi. «Real show e talk show», prosegue Cinque, «hanno cambiato il modo di fare tv. Prima invece c'erano solo varietà e rivista. Anzi il varietà è forse oggi uno dei generi tv meno utilizzati. Bisogna far capire ai nostri interlocutori che il talk show e il real show sono un modo di fare tv e che hanno bisogno di un tipo di scrittura che non è la stessa del varietà e della rivista, e per questo motivo devono essere tutelati come altri generi. Nel caso del real show ci sono autori che lavorano anche quattro mesi per trovare le persone giuste con le attitudini correte per la trasmissione. Così come chi lavora nel talk show non scrive solo su un argomento, ma pone anche idee creative. Eppure l'autore sta passando sempre più nei titoli di coda invece che in quelli di testa. Quando un programma va male, oppure quando è cheap o trash, si prendono di petto gli autori. Ed è giusto. Ma facciamo lo stesso quando il programma va bene. Anche questo è un problema culturale. Spesso i critici tv si dimenticano degli autori quando va bene il programma, e lo citano quando il programma va male. La cultura tv passa anche attraverso la serietà di chi scrive, progetta e idea programmi. È necessario che ci vengano dati i mezzi per assumerci questa responsabilità culturale».
 
Antonio Ranalli
per "Italia Oggi"
(20/08/08)

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