Il Venerdìtoriale - La lezione di Carlo Freccero: dagli ascolti digitali ai talk show

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Fonte: Digital-Sat (original)

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Televisione
  venerdì, 01 aprile 2011
 06:55

Lo dicevamo già la scorsa settimana parlando di informazione: la tv generalista perde pian piano la preferenza da parte del pubblico appannaggio delle reti tematiche del digitale. Oggi, grazie ad alcune interviste rilasciate da Carlo Freccero, uno che di tv ne capisce sul serio, cerchiamo di allargare l’osservazione anche ad altri generi.

Prima di addentrarci nell’analisi un po’ di dati, rivelati mercoledì dal Sole 24 Ore: in un’epoca come la nostra di piena convergenza mediale, la televisione resta il medium di riferimento nelle famiglie. Dal 2000 a oggi il numero di persone che la guarda è aumentato del 5% (ora a quota 11,5 milioni), ma i canali Rai e Mediaset hanno registrato nello stesso periodo un calo dell’11%. Merito del digitale (terrestre e satellitare) e della sempre crescente frammentazione dell’offerta televisiva. Più andrà avanti il processo di switch off e più questo divario crescerà (non a caso i grandi broadcaster ora iniziano a ragionare più in ottica di network che di singola rete, anche per la vendita della pubblicità).

Ma quali sono le conseguenze di questo sul pubblico e sui prodotti che ogni giorno passano dalla tv? Ecco come ne ha parlato Carlo Freccero, direttore di Rai4, intervistato dal Giornale lo scorso 19 marzo: «La moltiplicazione delle reti impone una differenziazione delle stesse sulla base di prodotti fortemente identificati. Le reti tematiche ci hanno abituato alla possibilità di accedere in qualsiasi momento della giornata a contenuti specifici di nostro interesse. Non si parla più della prima o della seconda serata: a qualsiasi ora, con la pay tv o la net tv, posso vedermi il mio telefilm preferito, un “action”, un “crime”… È qui che nasce la presunta crisi della tv generalista, obbligata a praticare un’audience indifferenziata, massificata, al mattino o al pomeriggio».

La risposta della generalista è – per Freccero – messa in atto «creando degli eventi. È il trucco della televisione tradizionale: trasformare in fiction la cronaca rosa e nera. Avetrana, Brembate, le gemelline scomparse sono l'esempio più chiaro di questa strategia». E così torniamo alle news, sempre più romanzate in tutte le salse per attrarre quanta più attenzione possibile, ai limiti – in alcuni casi – della morbosità.

L’intervista prosegue parlando della “realityzzazione” dell’informazione e del ruolo dei social network e di internet nella relazione tra spettatori e televisione. Da qui parte anche la riflessione che lo stesso Freccero ha fatto mercoledì scorso, intervistato questa volta dal Secolo d’Italia, a proposito del possibile stop ai talk show dovuto alle imminenti elezioni amministrative: «Non zittiscono solo Santoro e Floris, con questa proposta di par condicio uccidono l'intera tv generalista. […] (L’informazione) è nel Dna del servizio pubblico, perché se la tv generalista vuole avere qualche chance davanti alle offerte della concorrenza di Premium e Sky, oltre alle grandi cerimonie mediatiche come Sanremo e Miss Italia, può contare principalmente proprio sui vari "Annozero" e "Ballarò". […] Le indico tre motivi per cui non vanno chiusi: oggi i programmi d'informazione sono fondamentali a livello mediatico perché danno dignità al servizio pubblico, a livello economico, perché fanno audience e portano pubblicità. È giusto infatti ricordare che programmi come quelli di Santoro, Floris, Vianello e Annunziata hanno un pubblico più colto e che ha più capacità di spesa, quindi in una logica liberista, questo è un fattore interessante. Terzo aspetto, come le dicevo, abbiamo la storia in diretta e non possiamo chiudere la porta alla storia».

Sergio ZavoliUn ragionamento che non fa una piega, sposato anche dal recente intervento del presidente della Commissione Parlamentare di Vigilanza, Sergio Zavoli: «Una equiparazione esplicita, oltre che di fatto, tra comunicazione politica e programmi di informazione determinerebbe effetti impropri sull’autonomia della Rai». Un’autonomia che invece possiede la rete, luogo sempre più scelto per reperire le proprie informazioni, come dimostrato anche da un recente studio della Camera di Commercio di Milano. La tv dovrà presto fare i conti con ciò per riuscire a differenziarsi e per poter continuare a offrire il proprio servizio, quanto più credibile e di qualità, a tutti coloro i quali non sono ancora raggiunti dalla rete, ovvero per il pubblico ormai “residuale” delle reti generaliste.

Giorgio Scorsone
per "Digital-Sat.it"
 
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