Piero Angela, il principe della Tv di qualità
Piero Angela, qual è il segreto di un legame così intenso col pubblico: forse la capacità di fondere cultura e intrattenimento ?
Penso che il successo di una trasmissione come la mia sia garantito dalla varietà degli argomenti trattati, delle notizie date, oltre naturalmente che dalla qualità del modo in cui queste sono confezionate. Cerchiamo sempre di abbinare al tema prettamente scientifico la curiosità.
Quanta preparazione richiede una puntata della serie di Superquark?
Parecchia, per la verità. Noi viaggiamo sempre su tempi piuttosto lunghi, e diversamente da una trasmissione sull'attualità, impieghiamo anche alcuni mesi per preparare un programma. Gli argomenti li attingiamo quasi sempre di prima mano nei laboratori che visitiamo o dalle riviste scientifiche fin da quando pubblicano i primi dati su una determinata questione. Dobbiamo arrivare molto in anticipo sugli argomenti, prima che diventino di dominio pubblico. Il lavoro di ricerca, dunque, è molto importante, e si fonda sull'esperienza diretta dei singoli autori che vanno in giro per il mondo a realizzare servizi.
C'è stata qualche vostra trasmissione che abbia fatto impennare gli indici d'ascolto?
Veramente l'ascolto della rubrica, che controlliamo minuto per minuto, rimane sostanzialmente lineare dall'inizio alla fine, e questo ci conforta molto perché vuol dire che c'è un interesse diffuso e costante. Certamente ci sono argomenti che interessano più di altri, e sono quelli legati alla medicina, alle nuove frontiere della ricerca o al comportamento umano nei suoi vari aspetti.
Lei è la prova che è possibile fare una televisione di qualità. Come si può arginare la sguaiataggine a base di realities che oggi dilaga in tutte le reti nostrane ?
Penso che ognuno debba fare la sua parte. Con i nostri autori, noi di Quark cerchiamo di fare il meglio possibile ed effettivamente siamo premiati dagli ascolti. L'importante, e ciò vale in ogni campo, anche per i realities, è fare bene quello che si fa e crederci.
Oggi si parla tanto di televisione generalista: cosa s'intende di preciso con questa espressione ?
S'intende quel genere di televisione che è tipica delle reti Rai e Mediaset, ma non solo. Sono reti nelle quali c'è di tutto. Si differenziano dalle TV satellitari o del digitale perché non si limitano a trattare un particolare settore. E' la stessa differenza che c'è fra un quotidiano dove si parla di politica, attualità, cronaca, cultura, sport e spettacolo, e dove il lettore può scegliere su quali pagine soffermarsi con più attenzione, e uno consacrato invece esclusivamente a uno dei suddetti temi. La TV generalista ha il merito di permettere allo spettatore di imbattersi in cose delle quali non ha una conoscenza approfondita, ma che possono stimolarlo a volerne sapere di più.
La televisione pubblica in cosa si deve distinguere dalle reti commerciali?
Intanto ci sono alcuni aspetti strutturali. Esempio : la Rai ha le sedi regionali che offrono un servizio che le televisioni private non assicurano perché meno redditizio, ma che per una televisione pubblica è una prestazione dovuta. E poi ci sono degli aspetti non strutturali, legati al contratto di servizio stipulato col ministero delle Comunicazioni, per cui la Rai è tenuta a offrire almeno una certa quota di programmi culturali e di qualità, cosa che avviene solo in parte, e a vegliare a che i programmi non scadano nella volgarità. In realtà, però, questo è affidato alla responsabilità dei singoli autori.
La pubblicità quanto pesa sulla scelta dei programmi proposti?
La pubblicità pesa in modo consistente sulla scelta dei programmi della Rai. Secondo quanto ha rivelato tempo fa un presidente della nostra televisione pubblica, un punto in meno di ascolto significa una perdita di pubblicità per il valore di circa 50 milioni di euro. Perciò, per far quadrare i bilanci, la Rai non dev'essere perdente negli ascolti, e questa esigenza naturalmente influisce pesantemente sulla programmazione in generale.
Si avverte, secondo lei, un'effettiva volontà politica di migliorare i programmi della Rai?
Devo dire che in questo momento mi sembra che ci sia una maggiore attenzione in questo senso. Il ministro Gentiloni ha aperto una consultazione in Internet e ha inserito nel suo sito anche un documento da me preparato sulla televisione di qualità, e ha annunciato la sua intenzione di rendere più stringente il contratto di servizio, che è uno dei punti dolenti di tutta la questione.
Nonostante la scuola dell'obbligo e la TV, pare che in Italia ci siano ancora oltre un milione e mezzo di analfabeti. La televisione come maestra culturale ha fallito il suo compito?
La televisione non ha il compito di sostituirsi alla scuola. E' vero che in passato ci fu quella famosa trasmissione "Non è mai troppo tardi" in cui si insegnava agli analfabeti a scrivere, ma oggi tutto è diverso. Oggi il vero problema non è tanto quel residuo di analfabetismo di persone molto anziane che appartengono a un mondo arretrato, quanto, ed è questo il peggio, "l'analfabetismo relativo": noi abbiamo bisogno di una società più viva e più colta, invece siamo agli ultimi posti tra le nazioni industriali come resa scolastica. La cultura oggi è il carburante dello sviluppo di un Paese, e invece in Italia c'è un analfabetismo che impedisce di capire le regole dell'economia e della competizione, l'importanza della ricerca per l'innovazione o della scuola come strumento per rendere i ragazzi all'altezza di una società competitiva. Questo è un problema gravissimo, che la televisione non può certo risolvere. Può però contribuire a farlo, favorendo la presa di coscienza dei problemi del Paese.