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Televisione RAI

Rai, venditori di tappeti rossi

• 5 min lettura
Fonte: L'Unità (via articolo21) | Condividi 📲

Mauro Mazza, direttore di un Tg2 deperito all'interno di una Raidue addirittura soccombente, in qualità e ascolti, ha affermato due cose fondamentali al Meeting ciellino di Rimini (fra applausi scroscianti, raccontano): 1) «da quando è cambiato il governo non vedo molte schiene dritte nella mia azienda»; 2) «Vedo tanti tappeti rossi, sottolineo rossi» (affermazioni tratte dalle cronache de Il Giornale del 23 agosto).

Mauro Mazza fa parte del gruppo di giornalisti del Secolo d'Italia, che, come troppi ignorano, vinse qualche anno fa il Premio Pulitzer di giornalismo e quindi va ascoltato con attenzione. Come Gasparri e Storace, suoi antichi sodali.

Dal suo argomentare si dovrebbe arguire che:
1) nella RaiMed dell'era berlusconiana le «schiene dritte» erano davvero tante, tutte pronte ad opporsi al dilagare del presidente-padrone, soprattutto nei posti dirigenziali;
2) al governo Berlusconi, ai suoi ministri e vice-ministri, nonché capigruppo (l'indimenticato Schifani) nessuno mai stese tappeti né azzurri, né biancoscudati né verdi, né tantomeno neri (il colore a lungo prediletto da Mauro Mazza).

Ora, ogni telespettatore minimamente avvertito rammenta quale fiumana di presenzialismo berlusconiano alluvionasse, fra il 2002 e il 2006, la Tv di Stato, con cifre da regime videocratico, per cui si parlava di cinque canali, e quindi telegiornali, resi vassalli dal Grande Comunicatore, con l'eccezione, per la Rai, di Raitre, del Tg3, di RaiNews24 (non però di vari Tg regionali sdraiati a tappetino, per lo più). Ogni telespettatore dotato di memoria ricorda quanti quintali di «panini» ci siamo dovuti sorbire, con dichiarazioni che finivano sempre in gloria, cioè con l'opinione conclusiva, in genere sprezzante per «i comunisti», del sullodato Schifani, di Elio Vito o del finto serafico Sandro Bondi. Per non parlare del Capo, dilagante quasi quanto Vespa.

Fece qualcosa Mauro Mazza per assicurare un dignitoso pluralismo alla informazione del Tg2? Non risulta da nessuna parte. Fu invece, come Clemente J. Mimun, la tromba del berlusconismo trionfante. Altro che pluralismo. Ma, allora, ci assicura Mazza, c'erano dentro la Rai tante «schiene dritte». Se allude ai giornalisti messi da parte, o comunque emarginati, certo che ce n'erano, e ce ne sono tuttora, visto che una nuova Rai in grado di ristabilire un reale pluralismo politico-culturale ha ancora da spuntare. Specialmente al Tg1 e al Tg2, oltre che a Televideo, nei radiogiornali, in intere reti e canali.

Gli appelli quasi quotidiani del presidente Ciampi al rispetto delle regole democratiche di una informazione «al plurale» hanno costituito, negli anni passati, la dolorosa riprova della latitanza del servizio pubblico in materia, della sua reale sottomissione alla egemonia berlusconiana. Fu in quelle amare circostanze che Carlo Azeglio Ciampi esortò gli operatori italiani dell'informazione a tenere «la schiena dritta». Ma non fu facile per nessuno. Comunque vennero pagati prezzi elevati da parte di chi si arrischiava a resistere a quella informazione irreggimentata. Confesso che il recente dibattito su «regime sì, regime no» non mi ha particolarmente avvinto, anche perché il pensiero corre subito ai Tribunali speciali, alle galere, alle isole per confinati coatti (e non per turisti) del regime mussoloniano. Con una evidente sproporzione.

Ciò non toglie però che, nel campo dell'informazione, di quella radiotelevisiva in particolare, siano stati anni molto duri, di esclusione, di emarginazione, di discriminazione anche crudele.

Le esclusioni interne furono tante con l'avvento del duo Baldassarre-Saccà: via Albino Longhi dal Tg1, via, ad ammuffire in un ufficio, Carlo Freccero brillante direttore di Raidue, via Renato Parascandolo da Rai Educational nonostante il successo di tante sue iniziative (a cominciare da Verdincanto), via Alberto Severi da Televideo, ecc. ecc. Con sostituzioni spesso decisamente imbarazzanti e tali da distruggere telegiornali, radiogiornali e canali interi, a partire dalla diroccata Raidue appaltata alla Lega Nord, con Marano, Ferrario e poi ancora Marano. Risultato: lo share medio di giugno nell'intera giornata è stato pari all'11,28 per cento e quello dell'ultima settimana è precipitato al 10,6 per cento. Quando fa ascolti, li fa con L'isola dei famosi e dintorni. In alcune posizione strategiche di Viale Mazzini ci sono state immissioni dirette da Mediaset quali quelle di Alessio Gorla e di Debora Bergamini, provenienti dallo staff di Berlusconi.

Non dimentico naturalmente l'editto di Sofia con la esclusione, per anni e anni, di Enzo Biagi e Michele Santoro dalla Tv di Stato (cioè di tutti), e con la cancellazione, praticamente in toto, della satira.

Operazione, anche questa, che ha profumato molto di regime, checché se ne dica. È vero, ci vogliono molte «schiene dritte» per ricostruire una Rai degna di questo nome dopo le devastazioni inferte dal centrodestra e dai suoi dirigenti, spesso mediocri, fuori ruolo e di basso livello (basta dare un'occhiata a Televideo, ai suoi ritardi cronici, alla sua partigianeria). Ci vogliono anche maggioranze che coerentemente puntino ad un progetto industriale competitivo e ad operazioni di palinsesto altamente innovative, ad una «nuova» Rai.

Della quale aspettiamo qualche marcato segnale. L'estate sta finendo. Il pubblico della radio e della tv si ricompone, in massa. E cosa trova? Ancora i Tg di Clemente Mimun e di Mauro Mazza. Ancora i radiogiornali, nientemeno, di Bruno Socillo. Ancora lo sport plumbeo e conformista di Fabrizio Maffei. Ancora la Raiuno di Fabrizio Del Noce e di Bruno Vespa tuttofare, la Raidue di Marano, le Anne La Rosa e magari i Gigi Moncalvo... Fino a quando? Possibile che non si possa produrre niente di meglio? Poi, non lamentatevi se l'evasione del canone s'impenna al 27-28 per cento e magari, con l'allargarsi della platea delle famiglie reali, supera il 30 per cento. Se ci siete, battete un colpo. Presto però.

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