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Il flop della tv sul cellulare via Dvb-H: Tim e la prima a spegnerla

• 3 min lettura
Fonte: repubblica.it | Condividi 📲
Immagine nel testo correlata a: Il flop della tv sul cellulare via Dvb-H: Tim e la prima a spegnerlaVa in frantumi il progetto di portare la tv sui cellulari: Tim ha annunciato che a fine anno chiuderà il suo canale di mobile tv (il Dvb-h). A Repubblica.it risulta che Vodafone starebbe valutando un passo simile. "Al momento è prematuro parlarne, visto che il nostro contratto con Mediaset scadrà nel corso del 2011", dicono dall'operatore, ma subito aggiungono, per chiarire, che "il Dvb-h al momento non è un investimento prioritario per la nostra azienda". La tv sui telefonini, insomma, ha deluso le attese di mercato.

Tim e Vodafone avevano stretto un contratto "chiavi in mano" di cinque anni con Mediaset per usarne le frequenze e la rete su cui trasmettere in Dvb-h. Sono le stesse frequenze del dividendo digitale terrestre. 3 Italia invece ha comprato un'intera emittente (Canale 7), per mettere le mani sulle frequenze. Anche alla luce di questo investimento, 3 è il solo operatore a dire con certezza, a Repubblica.it, che continuerà a scommettere sul Dvb-h. Ormai lo offre gratis ai propri utenti. Wind, al contrario, è stato il solo operatore a non credere fin dall'inizio nell'offerta di programmi televisivi agli utenti mobili.

Una scommessa milionaria. L'investimento da fare, del resto, non era piccolo. Il contratto Tim e Vodafone con Mediaset prevedeva 14 milioni di euro ogni anno solo per l'uso delle frequenze e della rete, a cui vanno sommati i costi per i contenuti. E' noto per esempio che nell'accordo con Tim i contenuti Mediaset costavano 140 milioni di euro. Per 3 Italia la spesa è stata di 220 milioni per l'acquisto di Canale 7. Cifre giustificate dalle grandi aspettative nei confronti del Dvb-h. 3 Italia, ad esempio, per bocca dell'amministratore delegato Vincenzo Novari, prevedeva "7 milioni di utenti attivi e un fatturato di 3 miliardi nel 2011, in Italia".

Le ragioni del fallimento. Tv da una parte, internet dall'altra, come legioni contrapposte: la fallita scommessa sul Dvb-h sta tutta qui. Gli operatori (italiani ed europei) nel 2006 hanno investito infatti su un servizio con capacità innovative molto basse, di fatto riproponendo in mobilità i classici programmi televisivi. Gli utenti hanno sbadigliato e si sono gettati in massa su internet, tramite chiavette collegate ai computer e, più di recente, smartphone e tablet. Nell'errore strategico degli operatori c'è un'occasione mancata e un danno per tutti: sarebbe stato meglio, per gli operatori, per gli utenti e per l'innovazione, che quelle risorse fossero state investite sulle reti internet mobili invece che sul Dvb-h.
L'Umts/Hspa, la tecnologia che permette la navigazione veloce in mobilità, è già a rischio di saturazione. La velocità di connessione è penalizzata dalla scarsità delle risorse. I principali operatori mobili mondiali, per razionare le (poche) risorse disponibili, stanno andando verso tariffe differenziate: solo chi paga di più potrà usare, via internet mobile, alcuni servizi critici (come VoIP e YouTube). L'hanno confermato la scorsa settimana al DigiWorld Summit di Montepellier. Una scelta già fatta, in modi diversi, da Vodafone, T-Mobile, O2, AT&T.

Gli scenari futuri. E ora che i canali tv sul telefonino si avviano alla chiusura, che ne sarà delle preziosissime frequenze? Mediaset probabilmente le utilizzerà per il digitale terrestre, scelta oggi molto più fruttuosa rispetto al 2006. Il tutto però è in divenire: una parte delle frequenze del digitale terrestre sarà riassegnata all'asta, per lasciare spazio a nuovi entranti nel mondo televisivo e non solo. E' atteso a giorni, infatti, l'annuncio da parte del ministero dello Sviluppo Economico di un'asta che - probabilmente nel 2011- darà alcune frequenze anche agli operatori di telecomunicazioni, per la banda larga mobile. La strategia comune quindi adesso di investire nelle reti internet mobili e attendere con ansia nuove frequenze. Il Dvb-h è un ricordo da dimenticare nel cassetto.
Alessandro Longo
per "Repubblica.it"

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