Giuseppe De Bellis a La Freccia: «Sky TG24, la notizia e tutto il resto»

Giuseppe De Bellis a La Freccia: «Sky TG24, la notizia e tutto il resto»

News inserita da:

Fonte: La Freccia Magazine

S
Sky Italia
  giovedì, 02 aprile 2020
 19:05

Giuseppe De Bellis a La Freccia: «Sky TG24, la notizia e tutto il resto»Medialogando, la rubrica curata da Marco Mancini nel nuovo numero di Aprile del magazine La Freccia incontra virtualmente, come si conviene ai tempi del coronavirus, Giuseppe De Bellis, 42 anni, direttore di Sky TG24 dal 1° gennaio 2019.

Voi con Sky TG24 avevate comunque già messo a punto adeguate contromosse. Perché la grande cavalcata dell’informazione digitale, e soprattutto dei social media, imponeva alla tv una riflessione. Parlo della tv che fa informazione 24 ore su 24. Che per anni è stato il mezzo più veloce e immediato e all’improvviso rischiava di diventare vecchio. Possibile?
«Sì, possibile. A questo punto c’erano due scenari: resistere o rilanciare. Noi da un anno e mezzo abbiamo rilanciato.»

Come?
«Integrando. Sviluppiamo tantissimo l’informazione web e social con il nostro brand che significa rigore, autorevolezza e velocità. La tv resta però il nostro punto di forza, sebbene per la gran parte delle notizie piccole, quotidiane, basic non può competere sulla velocità con il web e i social. Quindi, oltre a dare le notizie, le contestualizza, le spiega, le interpreta e le sviluppa.»

In che modo?
«Scegliendo di più. L’ordine cronologico delle notizie conta meno, notizia nuova non scalza più notizia vecchia, ma notizia importante scalza notiziola. E la più grande merita approfondimento, quindi momenti dedicati con esperti per capire di più e meglio. Il nostro claim è: «Per farsi un’opinione, serve uno sguardo d’insieme. Sky TG24, la notizia e tutto il resto».

Sei alla guida di questa testata da 15 mesi, come si connota la “tua” Sky TG24?
«Come detto, il nostro claim editoriale spiega bene la nuova filosofia. Puntiamo allo sguardo d’insieme. «Sky TG24, la notizia e tutto il resto» significa aggiungere da subito più informazioni di contesto, punti di vista laterali e tutti gli elementi che davvero permettono di capire. E poi si tratta anche di togliere. Oggi la sfida per una testata che si voglia qualificare come autorevole non è più la copertura totale, ma la scelta di non parlare del superfluo, del ridondante, in qualche caso anche del fittizio che dilaga e ci invade. È un esercizio essenziale se vuoi rafforzare la tua identità e accrescere la credibilità. Ma scegli bene solo se sai chi sei e dove hai deciso di andare.»

Radici solide fanno albero robusto.
«Noi ci posizioniamo nel solco segnato da 15 anni di lavoro corretto ed efficace di chi mi ha preceduto e di tutta la redazione. Quando è arrivata in Italia, Sky TG24 è stata subito percepita come una tv all news con un respiro e un’immagine internazionali, che fa della tensione verso un’informazione obiettiva un valore chiave, con una proposta diversa e riconoscibile rispetto ad altre testate. L’indiscutibile terzietà e l’indipendenza rimangono l’aspetto più importante del nostro posizionamento.»

Torno alla metafora di prima, radici editoriali estese in altri Paesi e continenti fanno la differenza.
«Aggiungono la possibilità di avere una rete di collaborazioni, contenuti, esperienze uniche. Essere entrati in Comcast, proprietaria di NbcNews, ci offre possibilità che in pochi possono avere. Così come condividere l’esperienza di informazione con Sky News nel Regno Unito alimenta le nostre possibilità tecniche, tecnologiche ed editoriali. Ci ha permesso di andare in giro per il mondo a raccontare grandi storie e di lavorare a inchieste molto delicate collaborando con le altre testate del Gruppo. La nostra intervista a Nicolás Maduro l’abbiamo data a tutto il Gruppo e ceduta anche a Reuters e CNN. La mia intervista a Yuval Noah Harari è andata anche su Nbc e Sky News. Sul coronavirus abbiamo lavorato tantissimo insieme ai nostri colleghi americani e inglesi. Al di là della straordinarietà di queste settimane, per farsi preferire ad altre, una testata giornalistica oltre ad autorevolezza e indipendenza deve offrire anche un menù attrattivo e gradevole.»

Qual è il vostro?
«Il nostro palinsesto ordinario ormai non è più caratterizzato dalle varie edizioni delle news che si susseguono una dietro l’altra, con il riferimento all’ultim’ora e all’agenda quotidiana come elementi che aggiornano una proposizione fisiologicamente ripetitiva. L’enfasi adesso è sui mini contenitori, una sorta di tessuto connettivo e piattaforma di lancio dei notiziari. Con i volti dei colleghi alla conduzione, sempre gli stessi, così da diventare familiari al nostro pubblico. Questo al netto delle grandi notizie. Perché la grande notizia resta la nostra vita: di fronte alla quale tutto si annulla e tutto ricomincia. È stato così per la crisi di governo dell’estate scorsa. In un giorno è cambiata l’Italia e per raccontarla abbiamo cambiato registro anche noi: siamo andati in edizione monografica per tre settimane. La copertura del coronavirus è stata una sfida ancora più forte: la monografica dura da mesi.»

Tenere in piedi e far girare una testata giornalistica così possente non è un esercizio semplice. Quanti siete e come siete organizzati?
«Siamo una struttura complessa, che lavora a ritmi molto intensi nella quale devi delegare molto, sincronizzarti e fidarti. Facciamo quattro riunioni al giorno fisse, più altre in base agli eventi. Ma il lavoro è continuo e diverso ogni giorno. Siamo poco meno di 300, compresi produttori, montatori, registi, cameramen. I giornalisti sono 150 circa, con quelli della sede di Roma e di sette sedi regionali. Abbiamo quattro sedi estere a New York, Londra, Tokyo e Bruxelles. Ho una squadra forte e la sto riorganizzando in ragione del nuovo tipo di offerta che abbiamo cominciato a impostare. Se cambi la filosofia di messa in onda devi cambiare per forza anche l’organizzazione, però il gruppo di lavoro è rimasto sostanzialmente immutato.»

Allora parlaci dei tuoi più vicini collaboratori…
«Ci sono i vicedirettori che hanno contribuito al successo di Sky TG24 fino a oggi, come Ivano Santovincenzo, vicario, Alessandro Marenzi, delegato all’economia e alle inchieste, e Marco Marini, responsabile dell’organizzazione del lavoro, dell’intake. A loro si è aggiunto Omar Schillaci che viene da Wired e ha la delega allo spettacolo e alle iniziative offline, come gli eventi sul territorio. Un professionista contemporaneo, versatile, che si integra perfettamente con il resto del gruppo. Con tutti loro lavora a strettissimo contatto l’ufficio centrale, guidato da Daniele Moretti. Anche tra i caporedattori c’è grande complementarietà, le professionalità di ciascuno si incastrano con quelle degli altri. E poi un’ottima squadra di coordinatori, conduttori, inviati, redattori, produttori, registi, montatori, operatori e tecnici. È una redazione piena di talento. »

Perché alla fine l’organizzazione conta, ma sono le donne e gli uomini a fare la vera differenza.
«Ho avuto la fortuna di avere avuto editori che mi hanno concesso grande fiducia permettendomi di far emergere il merito. Se ci sono energie, talenti, professionalità che portano valore alla testata, brio e spunti nuovi, devono poter emergere ed essere premiati. Niente più di questo consente a un canale di essere sempre fresco e innovativo, vivo. Io ho il compito di guidarli, di indicare la direzione, tirare fuori da loro il meglio e far capire a tutti che anche noi ci evolviamo: non saremo mai quelli che eravamo nel 2003. La pandemia di coronavirus ha cambiato il modo di lavorare in tanti settori, con l’estesa adozione dello smart working. Sta cambiando molto anche il modo di fare informazione televisiva. È vero. Noi avevamo già cominciato un percorso di smart working, che in tv sembrava difficile da praticare per l’essenza stessa della tv, con la necessità di studi, regie, attrezzature e con i suoi riti, riunioni, fisicità. La crisi del coronavirus ha imposto un’accelerazione. Abbiamo innanzitutto lavorato su una nuova organizzazione, poi sugli strumenti: li abbiamo provati tutti e alla fine abbiamo trovato la nostra strada. La self production, ovvero il giornalista che con pochi strumenti, Skype, LiveU e altre applicazioni, può andare in onda quasi da solo. La stavamo sperimentando da mesi, ora è operativa in maniera massiccia. Sappiamo che si può fare, ma sappiamo anche che, in condizioni di normalità, la tv non può essere fatta tutta così.»

Gli strumenti di cui mi parli sono quelli che ti consentono anche di competere con l’immediatezza di altri media digitali.
«Ecco, quello della crossmedialità è un altro terreno interessante. Cambiano i linguaggi, in parte anche il pubblico. Come accennavo, abbiamo creato e sviluppato siti e pagine social molto competitivi e convincenti, integrati sempre più strettamente nel nostro sistema di offerta, e su questo aspetto investiremo ancora di più. Stiamo crescendo con numeri impressionanti e vogliamo scalare le graduatorie dei consensi digital. Ma non ha alcun senso per il canale misurarsi con i nuovi media in termini di velocità. Ogni mezzo ha la sua specificità ed è su questa che vogliamo lavorare: fare informazione su Instagram è diverso da farla su Facebook, Twitter o Tik Tok. Ognuno ha il suo linguaggio e la sua cifra, ma per ognuno c’è un filo conduttore: l’identità del brand.»

Che però in quelle arene non sempre è percepito come valore. Lì purtroppo le regole sono diverse, o non ci sono. Alcuni vostri giornalisti hanno subito persino offese e minacce. Come vi state muovendo?
«Le minacce non arrivano dal mezzo in sé, ma dall’utilizzo che l’utente ne fa. Noi possiamo solo continuare a fare bene il nostro lavoro e difenderci dagli attacchi con i fatti. Non ci eviterà di essere oggetto di insulti, ma ci renderà certi di aver fatto bene il nostro dovere. Gli insulti e le minacce qualificano chi li e le fa. Noi possiamo e dobbiamo denunciare.»

Torniamo a questi giorni difficili. Come saremo dopo, come ci cambierà, se ci cambierà, questa pandemia? E il nostro sistema economico e produttivo come ne uscirà?
«Saremo diversi. Credo più attenti agli spazi di condivisione, avremo uffici diversi,organizzazioni del lavoro diverse, abitudini diverse. E dovremo fare per forza i conti con un mondo che sarà alle prese con la più grande crisi economica dal Dopoguerra.  »

Ci rialzeremo? E come?
«Sarà dura. Ma ci rialzeremo sicuramente. E forse sarà anche l’occasione per disegnare un futuro migliore di quello che potevamo immaginare. Ma prima passeremo per una crisi di identità globale.»

Ultimi Video

Palinsesti TV