L’attrice racconta la serie Sky: personaggio,
generazione e sfide sul set tra thriller e introspezione.
L'atmosfera che si respira alla presentazione di Rosa Elettrica – In fuga con il nemico è quella delle grandi occasioni , un mix di adrenalina da "on the road" e profondità analitica su una generazione che fatica a trovare il proprio baricentro. La nuova serie originale Sky, in arrivo l'8 maggio con un ritmo di due episodi ogni venerdì, non è solo un thriller d'azione che attraversa l'Italia da Nord a Sud , ma un viaggio introspettivo guidato da una protagonista d'eccezione. Maria Chiara Giannetta veste i panni di Rosa Valera , una giovane poliziotta che si ritrova, quasi suo malgrado, a gestire una situazione più grande di lei. In questa conversazione, l'attrice sviscera l'anima del suo personaggio , rivelando come la rigidità di una divisa possa nascondere le fragilità di un'intera generazione .
Maria Chiara, partiamo dall’anima di questo progetto. Come definiresti Rosa Valera e cosa ti ha spinto ad accettare questa sfida?
«Rosa è un'eroina per caso, una ragazza che non cercava affatto la gloria e non inseguiva l'azione, ma si ritrova catapultata in una situazione estrema. Per me è stato quasi naturale innamorarmi di lei: quando Rosario e Maddalena Rinaldo mi hanno proposto il libro di Giampaolo Simi, ho sentito subito che era il momento giusto per raccontare la mia generazione. Scelgo i progetti se sento che risuonano dentro di me, altrimenti si rischia di fare un danno sia a se stessi che al lavoro complessivo. Rosa incarna perfettamente le insicurezze di chi oggi ha trent'anni: è una giovane donna che ha enormi difficoltà a compiere delle scelte definitive. Le sceneggiatrici sono state bravissime a restituire questo senso di smarrimento che accomuna molti di noi; spesso, per difesa, ci costruiamo un’armatura, fingiamo una sicurezza che non abbiamo per nascondere una paura profonda.»
Questa insicurezza sembra riflettersi anche nel modo in cui Rosa si presenta fisicamente. È stato un lavoro di sottrazione?
«Esattamente. Insieme alla costumista Noemi e al regista Davide Marengo, abbiamo lavorato per dare a Rosa un’immagine molto compatta e rigida. Volevamo che i suoi movimenti trasmettessero questa idea di una persona che cerca di non scomporsi mai, ma che in realtà è terrorizzata. Mi sono ispirata a diverse ragazze che conosco, osservando come lo sfoggio di un'eccessiva sicurezza sia spesso il segnale più chiaro di una fragilità interiore. Non ho dovuto scavare in lati nascosti, perché sono sentimenti che conosco bene; ho solo dovuto far partire il motore di quelle emozioni.»
La serie è stata definita un "light crime thriller on the road". Com'è stato girare costantemente in movimento, attraversando dodici diverse location tra città e paesi?
«È stato un sogno che si avvera, specialmente per la parte legata alla guida. Quando mi hanno detto che avrei dovuto pilotare una Mustang del '73, non volevo crederci; adoro stare al volante e quelle macchine hanno un fascino incredibile. Al di là del divertimento, però, c'è stato un impegno fisico notevole. Abbiamo girato tutto dal vivo, affrontando il caldo e la stanchezza reale della fuga. Questa verità produttiva restituisce allo spettatore l’ansia e la tensione che vivevamo sul set; ogni goccia di sudore che vedrete è autentica, perché non ci siamo mai fermati. È una serie "sporca", reale, dove la polvere e la fatica diventano parte integrante del racconto.»
Il cuore del racconto è il rapporto forzato tra Rosa e Cocis, interpretato da Francesco di Napoli. Come si evolve questo legame tra due mondi così distanti?
«È un incontro tra due generazioni e due mondi opposti che, all'interno di una situazione estrema, devono necessariamente trovare un punto di contatto. All'inizio c’è una diffidenza totale, entrambi indossano una maschera e non hanno fiducia l'uno nell'altra . Tuttavia, nel momento in cui il pericolo diventa imminente, capiscono che l'unico modo per sopravvivere è collaborare. Questo li costringe ad ascoltarsi e a rompere tutti gli schemi, anche quelli formali legati alla protezione testimoni. Iniziano a intravedere delle ferite comuni e si rendono conto di avere molti più punti d'incontro di quanto avrebbero mai immaginato. Con Francesco il legame è stato immediato: abbiamo fatto una full immersion di tre giorni a casa mia prima di iniziare, lavorando con il coach Enrico Roccaforte per restare costantemente in relazione con i nostri personaggi. Davide Marengo doveva persino ricordarci, durante i primi episodi, di mantenere una certa distanza, perché avevamo preso troppa confidenza subito.»
Un elemento originale della serie è la presenza di Margherita Pantaleo, che interpreta Rosa da bambina. Rappresenta una sorta di coscienza critica?
«Margherita è straordinaria e interpreta quella "voce autosabotante" che tutti abbiamo dentro. È il nostro giudice interiore, quella parte che ci critica costantemente . Mentre Rosa cerca di soffocare questa voce per apparire sicura, la serie la mette in scena fisicamente per dare voce alla sua interiorità, dato che il personaggio trascorre molto tempo da solo con un criminale e non può parlare con nessuno. Personalmente, ho un bel dialogo con la mia voce autosabotante, grazie anche alla terapia. Ho capito che non bisogna far finta che non esista; bisogna accettarla come parte di sé per essere completi e umani. Anche Rosa, nel corso della storia, imparerà a far vivere questa sua parte giudicante invece di separarsene, trovando finalmente una sua integrità.»
Oltre all'azione, c'è anche una componente di commedia. Quanto è importante la leggerezza in una storia così tesa?
«È fondamentale perché rende i personaggi umani. Rosa e Cocis non sono supereroi, sono persone goffe che si ritrovano in situazioni incredibili. Questa loro vulnerabilità permette al pubblico di empatizzare subito. All'inizio la serie fa anche molto ridere proprio per questo contrasto, prima di arrivare al cuore della vicenda. Per me è stata una sfida preparare anche le scene d'azione e di lotta con gli stuntman; abbiamo iniziato il training un mese prima ed è stato divertentissimo, anche se per le manovre più pericolose con le auto non mi hanno dato il permesso, nonostante avessi chiesto di provare. Il risultato finale è un mix di generi che spero il pubblico apprezzerà per la sua originalità e per l'umanità che mette in campo.»
Articolo a cura di Simone Rossi
per "Digital-News.it"
(twitter: @simone__rossi)
