La notizia che fa più piacere aver dato? L'ultima. Quella che ha lasciato il rammarico maggiore? Naturalmente quella che non si è avuto il tempo di raccontare. In entrambi i casi, Emilio Carelli è sicuro di aver fatto un ottimo lavoro. Da caposcuola. Da pioniere. Quasi tre anni fa, esattamente il 31 agosto 2003, lui, cremasco, classe 1952, abbandonava la corazzata televisiva Mediaset e si imbarcava in una avventura senza paragoni in Italia, quella delle news mandate in onda attraverso il satellite. Nasceva SkyTg24, telegiornale 24 ore al giorno per sette giorni la settimana. E oggi, tre anni dopo, Carelli dice di averci preso gusto al punto che di quella tolda di comando, lui non riesce proprio a farne a meno. Probabilmente anche grazie ai risultati degli ascolti che gli attribuiscono 4 milioni e 850 mila spettatori giorno, con un incremento negli ultimi 12 mesi dell'85 per cento.
Direttore, quali sono le cose più belle che le sono accadute durante questa avventura a SkyTg24?
«Sono molte. L'ultima è l'intervista al Premio Nobel e vicepremier israeliano Shimon Peres. In questo momento storico, averlo potuto incontrare è stato un motivo di prestigio per SkyTg24».
Altro?
«Senza dubbio, la maratona elettorale delle politiche. Siamo stati in onda in diretta per 21 ore consecutive e siamo stati l'unico canale televisivo a non cambiare mai le previsioni dei risultati».
Una rivincita su Rai e Mediaset?
«Sono momenti piacevoli del nostro lavoro».
In cosa pensa potrebbe migliorare SkyTg24?
«C'è sempre tempo per migliorarsi. Credo che potremo avere una qualità del telegiornale ancora migliore».
Cioè?
«Riuscire ad essere ancora di più in diretta e più di come facciamo oggi dare per primi le notizie. Riuscire a collegarsi immediatamente con i luoghi dove avvengono i fatti che per noi diventano notizie. Questa è la nostra sfida per il futuro».
Ha già un progetto?
«Stiamo aumentando la flotta dei ponti satellitari, che è già arrivata a 11. Nessun telegiornale in Italia ha una struttura simile. E poi abbiamo incrementato il numero di giornalisti: siamo a 120 a tempo pieno. Abbiamo anche aperto due nuove sedi regionali a Firenze e Ancona, portando il numero totale a 11».
L'appuntamento più importante delle prossime settimane per il suo Tg sarà il Libano?
«Non potrebbe essere altrimenti. Abbiamo già aumentato i nostri inviati e i corrispondenti sul luogo per seguire il più possibile da vicino gli avvenimenti».
Direttore, è in corso il Raibaltone. Si fanno mille nomi per la direzione dei Tg della tv pubblica. Ma il suo non lo abbiamo ancora sentito da nessuna parte. Come mai?
«Perché non sono in corsa. E poi, come diceva Tito Livio: Hic manebimus optime (qui staremo benissimo). Dopotutto, sono qui soltanto da tre anni e considero questa avventura appena cominciata».
Non le interesserebbe di andare in Rai?
«La Rai resta sempre un'azienda editoriale importante. Ma io credo di non rientrare nelle logiche politiche che determinano le nomine a Viale Mazzini».
Dice che in Rai la professionalità è un optional?
«Lo sanno tutti che le nomine nella tv pubblica sono fatte in base a logiche politiche».
Per questo lei se ne sta tranquillo a Sky?
«Io sono fuori da quelle logiche. Anche grazie a questa prerogativa ho caratterizzato SkyTg24 come testata indipendente dalla politica».
Dicono che sia scomodo stare lontani dai palazzi del potere.
«Noi non siamo fuori, siamo molto vicini alla politica e facciamo molta informazione politica. Ma non ci lasciamo condizionare. Preferiamo restare indipendenti».
Questo glielo ha chiesto il suo editore, Rupert Murdoch?
«No, è stata una mia scelta. Condivisa dall'editore. In un Paese come l'Italia dove tutti i telegiornali sono condizionati dalla politica, farne uno indipendente era già una garanzia di successo ».
Dice che anche quelli di Mediaset sono condizionati?
«Diciamo che i telegiornali sono percepiti come condizionati più o meno dalla politica».
Quante telefonate giornaliere di protesta riceve dai politici?
«Non di protesta. Chi chiama, lo fa perché chiede di partecipare ai nostri programmi».
Un motivo di orgoglio, oltre che un segnale di "trasversalità"?
«E' il segreto del successo del telegiornale».