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Stop agli hooligan del microfono Arriva il codice per parlare di sport

• 4 min lettura
Fonte: Il Corriere della Sera | Condividi 📲

Pagheranno anche gli hooligan insospettabili. Quelli delle radio, delle tv, dei giornali e di Internet.
Perché dopo la tragica morte dell'ispettore Filippo Raciti, fuori dallo stadio di Catania, il 2 febbraio scorso, non si può più fare finta di non vedere e non sentire.
Domani ci sarà la stesura definitiva del nuovo «Codice di autoregolamentazione delle trasmissioni di commento degli avvenimenti sportivi», un decreto ministeriale firmato dai dicasteri delle Comunicazioni, della Giustizia e delle Attività sportive, che regolerà il mondo del calcio parlato e scritto e che entrerà in vigore con il campionato (25-26 agosto).
CalcioSaranno proibite «risse» televisive, immagini di violenza che potrebbero suscitare nei più giovani istinti di emulazione, istigazioni radiofoniche più o meno velate alla «giustizia dei tifosi» verso calciatori, arbitri, addetti ai lavori.

Chi non si atterrà al Codice, pagherà: sono previsti il taglio dei contributi statali (il sistema radiotelevisivo locale attinge a una quota di 120 milioni di euro Tanno) e la revoca dell'accesso alle tribune stampa rilasciato dalla Lega Calcio.

L'intenzione è garantire un «marchio qualità» all'informazione sportiva. L'adesione al Codice sarà obbligatoria per fare la richiesta dei contributi statali, come già avviene con il Codice per la tutela dei minori, e 20 comitati regionali si occuperanno di monitorare rinformazione sportiva come già fanno, ad esempio, per la par condicio in campagna elettorale. 
Il presidente del comitato è il professor Giuseppe Sangiorgi, consigliere del ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni. Fanno parte del «tavolo» di discussione rappresentanti delle emittenti radiofoniche e tv, dei giornalisti e degli editori.
Come dice Sangiorgi. «Bisogna fermare quel malinteso senso dell'audience che fa dire e vedere di tutto. Bisogna capire l'intreccio dei mezzi di comunicazione, una reazione a catena che può partire anche da un articolo di giornale o una presenza su Internet e degenerare poi in una radio o una tv. O viceversa. Nessuna censura, ma nessuna complicità».

Il rischio è presto detto: per non attentare alla libertà di espressione, nella stesura del Codice si rischia di essere troppo generici. A parole, sono tutti d'accordo nell'abbassare i toni.
Sandro Piccinini, per nove anni conduttore di «Controcampo», esprime il pensiero di molti addetti ai lavori: «L'ultra non guarda "Controcampo" o la "Domenica Sportiva", vive proprio in un altro mondo e con altre regole. Vi pare che Mughini che difende la Triade, anche accalorandosi, possa essere un pericolo? Semmai ho visto di peggio in trasmissioni non sportive, dai pugni in diretta alle bestemmie. Sono d'accordo, invece, a non dare pubblicità agli striscioni provocatori o eccessivi che appaiono a volte negli stadi. È un gioco scoperto, c'è chi poi se ne vanta con gli altri».

Il direttore di Rai Sport, Massimo De Luca, ha partecipato in prima persona alle riunioni del comitato e sarà presente anche domani. Il suo contributo è stato importante, anche nella parte critica: «Giusto richiamare tutti alla massima serietà ma la materia dell'informazione è molto delicata. Posso non mostrare un fatto di cronaca?».
Ettore Rognoni, direttore della Testata Sportiva Mediaset promette massima collaborazione ma chiarisce: «Ai miei giornalisti non dovrò insegnare nulla che non sappiano già. Ma se c'è bisogno di un codice di autodisciplina significa che altrove la situazione è brutta».

Si sa, nel mirino ci sono soprattutto radio e tv locali, dove è più facile varcare il limite. Fabio Caressa, il telecronista di Sky che ha avuto la bravura e la fortuna di far appassionare mezza Italia all'ultimo Mondiale, è uno che viene dalla gavetta. Ha cominciato dal basso, nell'etere «privato» romano:
«E ho imparato tanto, perché lavorare in strutture piccole regala umiltà e capacità di adattamento. Certo, la situazione è peggiorata. C'è chi mi ha "editato" le telecronache per farmi dire cose che non avevo mai detto. Però io sono ottimista: c'è lo spazio per trasformare il calcio in uno strumento di comunicazione culturale importante. Io me ne sono accorto al Mondiale: possiamo far passare messaggi positivi».
Carlo Pelegatti, voce storica delle partite del Milan, fa un distinguo: «Sì alle radiocronache appassionate, no quando si perde attendibilità. C'è sempre un modo per dire le cose: io non attacco mai l'arbitro, perché penso che qualcuno possa ricordarsene, allo stadio, magari qualche settimana dopo».
Chiusura ad Aldo Biscardi, che è stato tante volte accusato di aver portato il trash nell'informazione sportiva ma che ha sempre trovato il modo di uscirne a modo suo: «Questo codice mi piace. Soprattutto quando dice che il conduttore è responsabile di tutto. Io sono conduttore e autore, direi quasi che ho sempre fatto l'arbitro nelle mie trasmissioni», il prossimo anno, il suo «Processo» celebrerà il compleanno numero 28.
«Un record mondiale», precisa lui. Forse esagera. Ma record italiano lo è di sicuro. E anche questo è un pezzo di storia del nostro pallone e del nostro Paese

Luca Valdiserri
per "Il Corriere della Sera"

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