Nella Rai olimpica, Carlo Paris e Claudio lcardi sono gli addetti ufficiali alla poesia. Già prima che partano i loro servizi, l'attesa di una briciola di sublime è palpabile in studio («un ispiratissimo lcardi...», «che gli vuoi dire a Paris? è così...»); i servizi di Paris sono soprattutto d'atmosfera, alla ricerca della Cina genuina: canali notturni nella «Venezia d'Oriente», o la signora che si dedica all'antica pesca coi cormorani.
Qualche osservazione ironico-critica, sul fatto che tutto questo è ormai Disneyland, il povero Paris ce la mette pure, ma in studio appiattiscono e trovano le immagini «suggestive».
lcardi si è specializzato nei medaglioni sugli atleti: Dara Torres che non vede l'ora di tornare dalla figlia, «a raccontarle la magia della luna di Pechino»; o una galleria di atleti in pianto, col finalìno micidiale «lacrime, gocce di umanità nel grande oceano olimpico».
Come succede spesso col poetichese, il discorso si monta da solo e arriva a frasi senza senso; a proposito della vittoria del tunisino Mellouli, è spuntato un «quando ci si batte per la storia, non si può essere vulnerabili» (questa bisognerebbe raccontarla a Liu Xiang).
Il volo lirico contagia i presenti: Bartoletti ha ricordato («da uomo») che il pallanuotista De Magistris era bellissimo: «era Apollo» -fortunatamente Fefé De Giorgi ha subito chiosato «Apollo, figlio di...» e la risata ha riportato coi piedi perterra.
Ma il peggio, peggio ancora dei servizi di Paris e lcardi, sono i «voltapagina» anonimi che intervallano i collegamenti dai campi di gara. La corsa a mani basse di Bolt riassume misteri di grazia, di orrore, di mutamenti epocali; la luna piena è carica di sogni e di paure terrestri; «Imagine» di John Lennon è il desiderio struggente di un adolescente eterno.
Però è inutile, l'icona di Bolt che corre, ripetuta mille volte, con la luna in dissolvenza flou e sotto le note di Lennon, è insopportabilmente retorica. E come se ci dicesse che possiamo mettere il cervello all'ammasso e accontentarci dei clichés. Il poeticismo è la cosa più lontana dalla poesia, ne è quasi l'opposto.
La retorica può servire al massimo per il tifo: il «vola Antonio» con Rossi che alza il braccio è spiritoso e va benissimo. Ma la cipria d'assoluto con cui si vuole ricoprire un materiale brutale e problematico come lo sport è solo una menzogna. Le punte di poetichese non sono i momenti alti nella rappresentazione di un grande evento, sono i suoi momenti sbagliati; possiamo chiedere alla Rai di risparmiarceli?
Walter Siti
per "La Stampa"