Massimo Giletti: 'L'orgoglio Rai va nell’Arena'

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Fonte: La Stampa

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Televisione
  venerdì, 07 dicembre 2007
 00:00

E dire che il nuovo orario dell’Arena di Domenica in, spostato da metà pomeriggio al primo dopopranzo, a Massimo Giletti non era proprio andato giù.

Affezione per una cadenza domenicale di buoni risultati, scaramanzia, fidelizzazione a rischio. Invece il cambiamento è stato foriero di successi tant’è che, dalle 14 alle 15,10, il gilettiano talk show si è attestato sui 5 milioni di telespettatori con uno share del 28%, tanto alto da costringere gli amanti dei confronti a tornare indietro di ben 11 anni per recuperare un dato di simile caratura.

E visto che di vittorie non si è mai satolli, Giletti ha battuto 9 domeniche su 9 la rivale di Canale 5, così da costringerli a piccoli ritocchi di orari.

Giletti, che riflessioni le suscitano questi risultati?
«Naturalmente ne sono orgoglioso, per me e per l’Azienda, ma se parliamo di riflessioni mi viene da ragionare sul tema annoso del prodotto Rai troppo spesso appaltato all’esterno».

Si riferisce ai format prodotti al di fuori della Rai?
«Dico che ci vorrebbe equilibrio tra prodotti appaltati e prodotti interni. Faccio un esempio che mi riguarda: l’Arena è un prodotto vincente Rai, realizzato a costi bassissimi, un progetto che abbiamo fatto nascere e affinato in tre anni di lavoro e che ha visto la luce grazie a Fabrizio Del Noce, l’unico a crederci con noi fino in fondo. E i fatti ci hanno dato ragione. Perché invece c’è questa tendenza forte a trascurare il materiale umano che dovrebbe pensare i programmi nuovi?» Pigrizia, forti interessi economici, procedure più snelle con l’esterno? O che altro? «Non saprei, certo è che la vera forza di un’azienda come questa sono i diritti tv e chi fa la tv deve produrre e vendere al mondo la tv. Invece qui si appalta l’80% del sistema».

Abbasso i format dei produttori esterni?
«Ma non scherziamo, io parlo di equilibrio che si trova con un lavoro di concerto. Faccio un altro esempio. Fabio Fazio mi pare abbia dichiarato che l’idea di Che tempo che fa fosse sua. Allora perché mediarla attraverso Endemol e non produrla direttamente in Rai? Non è un giudizio nei confronti di Bassetti (peraltro bravissimo) e la sua Endemol ma, ripeto, ci vuole equilibrio».

Boncompagni tempo addietro disse che la Rai ora produce solo la Santa Messa. La pensate nello stesso modo.
«L’importante è che alla fine non si rischi di dire Amen».

Quali timori nutre?
«Temo la globalizzazione delle menti con i programmi tutti uguali in tutte le parti del mondo, unica differenza, il nome e la lingua. Alle 20,30 si vedono i pacchi in Italia, in Brasile, in Giappone. E’ una logica che non mi piace. In fondo ci sono dei programmi complicatissimi da pensare».

Faccia un ulteriore esempio
«La prova del cuoco è una bella trasmissione ma in fondo sono solo due cuochi l’uno contro l’altro. I quiz pure. Aveva ragione Luca Cordero di Montezemolo a dire che l’Italia è famosa per il Made in Italy vedi Ferrari e la moda, l’unica a non rispondere a questa logica è la televisione sempre figlia di un format straniero: “Il genio italiano non penso sia minore del genio olandese” terminò chiamando in causa l’inventore del Grande Fratello».

Il momento Rai è dei più difficili eppure i risultati arrivano. Come se lo spiega?
«E’ una grande Azienda perché si mantiene viva nonostante la non progettualità di potere. Si vince comunque, a dispetto di balletti di poltrone grazie agli uomini di prodotto, bravissimi e insostituibili».

Michela Tamburrino
per "La Stampa"

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