Fenomeno Cesaroni, campioni d'ascolto su Canale 5

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Fonte: La Stampa

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Televisione
  martedì, 12 febbraio 2008
 00:00

I Cesaroni«I Cesaroni»: colorati, paradossali e allegri, cartoni molto animati, fumetti viventi e piacenti.

Il fenomeno di questa stagione televisiva tanto politicamente isterica quanto sonnacchiosa nei contenuti sono proprio loro, che in due serate su Canale 5 hanno sbaragliato la concorrenza di Raiuno, conquistando anche il pubblico più difficile, quello dei teen ager.

La serie è riscaldata dalla naturalezza di Claudio Amendola, Antonello Fassari, Max Tortora, Elena Sofia Ricci e via via di tutti gli altri interpreti, persino degli adolescenti, che è sempre difficile far recitare e però il regista Francesco Vicario riesce abbastanza nell’impresa. Nonostante i protagonisti siano romanissimi, come si vede dai dati il seguito viene prima di tutto dal Sud, e subito dopo dal Nord, soltanto al terzo posto sta il Centro. Forse perché gli antagonisti sono i veneti Barilon, capofamiglia Giancarlo Ratti, il bravo e simpatico «attore Ratti» del radiofonico Ruggito del coniglio. Il quale apre un negozio di sanitari davanti alla bottiglieria dei Cesaroni brothers, Amendola e Fassari. Quale sottofondo, un’idealizzata Garbatella.

Come si spiega una simile esplosione di ascolti e di gradimento? Ancora più significativa poiché avvenuta in un periodo in cui le reti generaliste soffrono di mancanza di identità e di idee, e dell’incapacità di realizzarle? Milly Buonanno è sociologa, insegna sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università La Sapienza di Roma e dirige l’Osservatorio sulla fiction italiana. Dice: «Ci sono due fattori fondamentali per il successo dei Cesaroni. Il primo: come già accadde con Un medico in famiglia, lo sceneggiato riempie paradossalmente un vuoto di , sempre un po’ sopra le righe, irreali, nrappresentazione della famiglia e delle relazioni familiari».

Laddove il paradosso non sta soltanto nelle situazioni descritte, sempre un po’ sopra le righe, irreali, non vere ma verosimili; ma anche nella scelta del format, che in entrambi i casi è spagnolo. Come se in Italia non fossimo capaci, partendo da idee autonome, di descrivere la nostra società e le famiglie che la compongono. Al format hanno fatto seguito gli adattamenti, che evidentemente sono riusciti a intercettare il bisogno sociale.

E il secondo fattore? «E’ leggermente prude - sostiene Buonanno - ed è l’ombra dell’incesto. I due ragazzi che si piacciono, e che alla fine dell’ultima puntata si scambiano pure un bacio, non sono veramente, biologicamente fratelli, essendo entrambi figli di prime nozze di lui e di lei, però vivono sotto lo stesso tetto: e quindi amandosi, o almeno attraendosi, una sorta di incesto la praticano comunque. Infatti il capofamiglia Amendola è preoccupatissimo. Questo è un elemento forte che stuzzica il pubblico, magari in maniera inconsapevole. Inoltre ci sono molti personaggi interessanti, ben delineati, come quello di Max Tortora».

Di lì a rappresentare veramente la realtà della famiglia italiana, però, ce ne corre. Si intrecciano, questo sì, svariati giochi degli equivoci ispirati all’attualità: il giovanotto Marco Cesaroni fa credere con un fotomontaggio che l’amico Walter sia gay. L’amico non solo abbozza, ma ci marcia, perché così le ragazze lo pensano innocuo e si spogliano davanti a lui. Con gli antagonisti del Nord, si sviluppa una serie di malintesi sul pizzo.

Il ragazzo cattivo Barilon cerca con la frode e con l’inganno di avere il sopravvento sul ragazzo buono Cesaroni, ma la famiglia si riunisce per sconfiggere il nemico, occhio per occhio. I toni sono accesi come i colori: eppure, ancorché in maniera surreale e leggera, la serie li tratta davvero i temi della realtà familiare e giovanile, dall’uso dei computer al bullismo all’omosessualità al burrascoso rapporto tra vicini. «Però - precisa Buonanno - su questi argomenti l’atteggiamento è sorvolante e svolazzante: mentre io credo che intorno alle questioni veramente serie non ci sia tanto da svolazzare.

Insomma: I Cesaroni non rappresentano il ritorno della commedia all’italiana, quella gloriosa del cinema: lo sceneggiato è però un buon prodotto che riempie un vuoto e lo fa titillando una leggerissima curiosità morbosa».

Alessandra Comazzi
per "La Stampa"

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