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Lilli Gruber, i vescovi e La7: per ''Avvenire'' e troppo disinvolta

• 3 min lettura
Fonte: Il Corriere della Sera | Condividi 📲
Pentiti, Lilli. O perlomeno attenta a quel che dici. Glielo chiede l'Avvenire che dopo la prima settimana di «Otto e mezzo» invita la titolata neo-conduttrice a documentarsi prima di parlare, massima offesa (o quasi) per una giornalista.
«Se la Gruber critica senza leggere» si intitolava ieri la rubrica delle lettere al direttore. Poco misericordiosa reprimenda domenicale di Dino Boffo che in poche righe smonta una delle «divinità del video», come la chiama lui. E forse già rimpiange la conduzione del pio «orco» Giuliano Ferrara. Il peccato commesso dalla «disinvolta » Rossa sarebbe questo: nella puntata dopo la sentenza della Cassazione sul doppio cognome, materno e paterno, la Gruber ha parlato di una certa contrarietà dei vescovi, prendendo spunto da un editoriale del quotidiano Cei a firma di Francesco Riccardi. «Non l'ha proprio letto perché non diceva così», gli rinfaccia Boffo che le concede «un certo appeal».

E già che c'è rinforza il carico: «Devo mettere nero su bianco qualche considerazione purtroppo sgradevole». Prima le rinfaccia «l'abbandono anzitempo del seggio europeo ("La rappresentanza politica non è un giocattolo")», poi di non aver scioperato per i colleghi licenziati de La7 («Come può una giornalista di fama progressista »?) quindi ritorna sul tema caro. «Non c'è neppure una riga in quel nostro articolo che condanni l'ipotesi che al cognome paterno si aggiunga quello materno. Si contesta solo che ad innovare la legge sia la Cassazione e non il Parlamento ». Conclusione: Lilli, parli senza sapere.

Ma la Gruber gli rigira le accuse: «Devo dedurne che il direttore Boffo, di cui ho grande stima, non ha visto la trasmissione. Ho correttamente citato due loro editoriali. Contro le sentenze della Cassazione. Che poi Otto e mezzo entri nel merito, è lecito pure senza il permesso di Avvenire».

Il ritorno dell'ex primo mezzobusto del Tg1 che, per un contratto di 3 anni con La7 si è dimessa dalla Rai e da europarlamentare, è stato «bagnato» da lodi e tante critiche. «Me le aspettavo, sono stupefatta dal tono, alcuni mi hanno bocciata prima che andassi in onda». Una risposta cumulativa: «Non prendo lezioni di giornalismo da chi dimentica una regola base: sentire tutte le parti. Non mi ha cercato nessuno».

Qualcuno (non solo Boffo) ha tradotto così il suo percorso: da Lilli la Rossa a Lilli la Crumira. Lei non la fa passare: «Non c'era sciopero, solo un'astensione audio-video, nessun'altra trasmissione è stata sospesa. La seconda puntata poi era preregistrata ». Non si tratta, dice, di disimpegno: «Esprimo solidarietà ai colleghi licenziati in altro modo: questa settimana farò una trasmissione dedicata alla crisi dell'editoria».

Sul mandato politico interrotto anzitempo spiega: «Lascio dopo 4 anni e mezzo, la legislatura è ormai finita. Ho fatto ciò che dovevo. Preciso che così perdo i diritti alla pensione».
Sarà mica che Lilli risulta antipatica?
«Non so. Ma sono disposta a subire ancora critiche, purché con altri argomenti, per piacere».
Sarà che ora come giornaliste vanno le Borromeo e le Granbassi?

«Santoro, bravissimo a sceneggiare una lunga diretta, ha una trasmissione complessa, evidentemente ritiene che queste figure femminili siano essenziali». La carabiniera Margherita le piace: «È intelligente. Ma non lavori gratis, si faccia pagare, è giusto così».

Giovanna Cavalli
per "Il Corriere della Sera"

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