La tv compì il «miracolo italiano» sessant'anni fa e ancora oggi può salvare la coscienza di una nazione. Ne è convinto Ettore Bernabei, tra il '60 e il '74 storico direttore generale della Rai e oggi, a 92 primavere, produttore di fiction con la sua Lux Vide.
«Il 3 gennaio 1954 - racconta all'ANSA alla vigilia dei primi 60 anni di trasmissioni italiane - ero a Firenze. Dirigevo il Giornale del Mattino e seguii la prima diretta con la curiosità di chi deve dare la notizia. Mi era chiara la portata dell'evento e forse per questo rimasi un pò deluso. Mi aspettavo qualcosa di rivoluzionario, invece i primi telegiornali sembravano radiogiornali con fotogrammi. Mai avrei pensato comunque di arrivare a dirigere la Rai».
Ci arrivò, invece, di lì a poco, «a 40 anni ancora non compiuti» e con un compito difficilissimo: dare una svolta a quell'azienda nazionale ancora troppo legata al passato. «Ricordo la difficoltà - dice Bernabei - perchè mi trovai davanti a professionisti e venerabili dirigenti, ben più grandi di me, che erano lì 'prestatì dalla radio e in carica addirittura dagli anni Trenta. Oggi si parla facilmente di 'rottamazionè, ma quelli erano indeformabili e inamovibili».
Tra le prime decisioni, Enzo Biagi a dirigere il telegiornale. «Se ne andò dopo un pò - prosegue l'ex direttore generale - perchè, mi disse, fare le cose con il bilancino del farmacista non era il suo mestiere». Poi toccò alle orchestre. «Chiamai il maestro Siciliani, che però a La Scala prendeva uno stipendio tre volte superiore al mio. Mi attivai con il governo, perchè si devono riconoscere le personalità eccezionali, senza falsi moralismi».
Ma dopo tanti anni, quanto è cambiata la missione di una tv di servizio pubblico? «Credo sia sempre la stessa - risponde Bernabei - Oggi ci si entusiasma per il web, per Google o Amazon. Ma la tv pubblica è rimasta l'unica difesa dei cittadini. Se non si usa il cervello, se i bambini a scuola usano solo il computer e smettono di studiare la tavola Pitagorica, si finirà in mano a ciò che raccontano i motori di ricerca e non si saprà più scegliere tra vero e falso, giusto e iniquo, che sulla rete sono tutti sullo stesso piano. La tv pubblica, invece, come i giornali o i libri, può ancora raccontare un'azione come delittuosa o benefica, aiutare a decidere cosa fare della propria vita e non finire tutti come polli in batteria. Può ancora salvare l'umanità. Quello che cercammo di fare negli anni Sessanta fu non solo dare informazione, ma stimolare il dibattito delle idee».
Non a caso, tra i tanti protagonisti di questi anni, Bernabei sceglie un volto simbolo: il maestro Alberto Manzi, che dal piccolo schermo insegnò a leggere e scrivere a un'Italia che nel 1960 ancora contava il 35% di analfabeti. «La tribuna politica - aggiunge - iniziò sei mesi prima del mio mandato, per volontà del governo Fanfani, ma fu la prima al mondo costruita in modo che anche l'opposizione avesse gli stessi tempi e spazi della maggioranza. I grandi dibattiti dei presidenti degli Sati Uniti vennero dopo. Noi demmo a tutti la possibilità di esprimersi e farsi capire». Con lo stesso spirito nacquero anche gli sceneggiati. «Gli spettacoli di teatro classico o borghese che la Rai riprendeva - spiega - parlavano solo a un'elite. Noi puntammo sui grandi romanzi popolari, come 'La Pisanà o 'Il mulino del Po', stando però attenti ad affidare una parte come Don Abbondio ad Alberto Sordi. Bisogna fare la tv per i 'piu', non per ristrette clientele. Così si costruisce il rapporto tra classe dirigente e gente comune». Se invece, prosegue, «si da a intendere che la vita è tutto un Luna Park, beh, la tv è una macchina di voti e si è visto come è andata alle ultime elezioni».
Per il futuro? «Con tutte le difficoltà del caso - conclude - mi pare che la Rai stia iniziando a fare servizio pubblico. L'augurio è che la tv italiana compia quest'opera di integrazione e conoscienza umana. Perchè la tv può essere la buona coscienza di un popolo e di una nazione, difendendo gli interessi legittimi e rispettando i legittimi interessi».
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