A fine luglio, con l' intervista ad Antonella Baccaro, il ministro delle Comunicazioni, Paolo Gentiloni, ha confermato l' idea delle due Rai, anzi ne ha proposto una terza per le antenne, ma ha cancellato la privatizzazione, ha prospettato un po' di pubblicità anche sul servizio pubblico e non ha più parlato di antitrust per tranquillizzare, oltre al partito Rai, anche quello Mediaset.
L' architrave di tutto resta dunque il servizio pubblico. Ma che cos' è oggi il servizio pubblico? Per cominciare, è un insieme di attività i cui conti non sono chiari. Dal bilancio Rai 2005 si capisce solo che nel 2004 i costi, poco meno di 2 miliardi, sono stati superiori di 300 milioni ai ricavi (canone più convenzioni). È dunque la pubblicità a turare le falle e a consentire alla Rai un modesto profitto. Che nel 2005 è stato di 23 milioni contro gli 82 dell' esercizio precedente, un po' perché han giocato contro le maggiori imposte e l' accantonamento di 35 milioni per esodi (non certo biblici) di personale e un po' perché ha giocato a favore l' assenza dei grandi eventi sportivi che avevano pesato sul 2004. Se fine a sé stessa, questa contabilità separata appare un' inutile complicazione perché ricostruita all' interno di un' unica azienda che fa le stesse cose: tg, film, fiction, sport, talk show, varietà.
Servirebbe se desse conto di aziende diverse con ricavi di natura diversa, anche se poste sotto un' unica holding. Ma anche quando ci fossero le due Rai, queste funzionerebbero solo se l' azionista avesse prima stabilito i loro mestieri. E qui casca l' asino. Servizio pubblico, si sostiene, è la tv di qualità. Ma regge? Non è forse di qualità la Cnn che pubblica non è? Forse sarebbe meglio dirsi la verità: in Europa la tv è un' industria avviata dai governi e pagata dal canone. Per decenni tv e servizio pubblico sono stati sinonimi. Poi, con il dilagare della tv commerciale in tutti i campi, il servizio pubblico è diventato la giustificazione ideologica della tv di Stato. Ma l' ideologia, come si diceva una volta, è falsa coscienza.
E allora tanto vale ammettere che l' unica, reale differenza tra servizio pubblico e tv commerciale, a parte le trasmissioni in lingua ladina che anche Mediaset potrebbe fare dietro compenso, è la natura della proprietà. In mercati non enormi, come quelli europei, dove la tv commerciale e il sistema dei media sono spesso intrecciati ai centri del potere economico, fonti di contaminazioni non minori di quelle dei partiti, una tv a proprietà pubblica può anche portare un segno di contraddizione. Ma come insegna la parabola del Giorno, quotidiano che ruppe il conformismo dell' editoria privata italiana quando all' Eni c'era Mattei e poi triste oggetto di lottizzazione negli anni dell'Eni prona ai partiti, molto dipende dalla qualità dell' azionista pubblico: dalla sua capacità di tenersi lontano dal governo, dai partiti e dalla pubblicità ma vicino al mercato, anche attraverso la produzione di format da rivendere alle altre televisioni. Ma non si copia la Bbc senza rimettere in discussione gli interessi costituiti nel mondo dei media. E allora, siccome si cerca di fare la frittata senza rompere le uova, per non cambiare niente nella sostanza si promette di voler cambiare tutto nell' apparenza.
di Massimo Mucchetti dal 'Corriere della Sera'
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