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Sanremo, Baudo: 'Basta con il finto reality, si torni alla musica!'

• 4 min lettura
Fonte: lastampa.it | Condividi 📲
Il primo settembre Pippo Baudo rimette piede nel suo quartier generale in Rai per tornare a occuparsi, dopo quattro tempestosi anni, del Festival di Sanremo che abbandonò con scorno nel 2003. Per ora, è in vacanza nella sua casa in Sardegna dove, anche se viaggia accuratamente lontano dai Briatori e dai bilionari, par di capire che di bagni ne fa pochi. I telefoni squillano che neanche all'inferno, e in fila ci siamo anche noi. Però, dopo tanti anni di militanza all'Ariston (quello del 2007 sarà il suo tredicesimo Sanremone), sir Pippo è a dir poco abbottonato, con quella prudenza sorniona che sfodera quando il termometro della fama comincia a risalire.
Caro Pippo, alla fine è sempre lei il salvatore della patria canzonettara.
«Innanzitutto sono contento dell'incarico perché Sanremo mi ha dato più gioie che dolori. E poi, quando mi chiamano rispondo sempre "obbedisco". E' vero, negli ultimi anni c'è stato uno scadimento. Le canzoni sono sempre il problema più grave: non c'è nemmeno il tormentone dell'estate, e le manifestazioni analoghe non hanno fatto uscire granché. Il problema è uno: bisogna dare agli italiani qualcosa da cantare, in questi tempi soprattutto. Se non dài buone canzoni, il Festival finisce. Poi, ci vuole un po' di glamour in più».
Le canzoni paiono ormai un fastidioso ma indispensabile riempitivo.
«Da un punto di vista statistico, la musica abbassa l'audience. Ma non è vero per tutti i casi: al Festival, non puoi metter da parte la canzone, o ci credi o non ci credi. E se ci credi, il tuo credo non dev'esser limitato a tre minuti e mezzo: devi dare spazio alla musica. D'accordo, è un'operazione coraggiosa, ma come diceva Flaiano "torniamo al passato, sarà un progresso". In passato i cantanti erano protagonisti, ora non più».
Con tutto il rispetto, lei avrà grande esperienza, ma ha pure 70 anni. Davvero nessun altro ha cultura e conoscenza musicale tali da rimettere in piedi il baraccone?
«Io vengo dalla vecchia scuola Rai dove facevi un po' di tutto. Ora sono tutti trainati alla struttura del format, uno schema prefissato al quale ti devi adattare. Non c'è esperienza vasta, e io poi sono anche musicista: un piacere e un dramma, sento 10-15 volte le canzoni. Pensi, riuscire a costruire un mondo in 3 minuti è un piccolo capolavoro».
Ancora cinque lunghe serate?
«Sono tante, e sino a tardi. Bisogna starci attenti, perché non c'è più l'attesa dell'evento nazionale. Bisogna dare un ritmo che sia di classe, non trasformare anche Sanremo in un reality show che non se ne può più. E non basta il comico che piazza due o tre battute. Bisogna dare ai talenti la possibilità di farsi conoscere. Voglio collaborare con la discografia, sennò presto ci limiteremo a stampare i dischi internazionali. Bisogna creare gli strumenti, e rivolgere grandissima attenzione ai giovani: se cantano all'una e mezzo di notte, di loro non si accorge nessuno. Il vivaio giovanile ha sempre reso bene, pensi a Pausini e Bocelli, che ho avuto la fortuna di scoprire».
E' il momento del rap italiano. Ha sentito Fabri Fibra e Mondo Marcio?
«Secondo me sono fenomeni passeggeri, come le canzoni comiche che una volta si portavano a Sanremo. Però non bisogna porre barriere e staccionate. Devi costruire un mosaico nel quale ognuno si senta rappresentato».
I suoi colleghi in questi tre anni hanno come scardinato il Festival...
«Può essere anche un vantaggio. Tutti son concordi nel ritenere che bisogna svoltare. Ma Sanremo ha sempre avuto cali ciclici, è sembrato morto e poi si è risollevato. Quando hanno vinto Gilda o Vergnaghi, sembrava tutto finito, invece tanti altri sono stati lanciati: bene o male, chi circola è passato di lì».
Manterrà la divisione in categorie introdotta da Bonolis?
«Penso di no, perché rovina il finale. Voglio fare un regolamento in accordo con i discografici, presto avvieremo l'iter con incontri e stesura del regolamento, è come un processo diplomatico. Bisogna discutere anche sulla lunghezza, eccessiva».
Il Dopofestival?
«E' la mia creatura, ci sono affezionato».
Che significa portare il glamour a Sanremo?
«Grandi ospiti, che però debbono fare cose: non ci si può limitare all'intervista. E dobbiamo stare attenti a non comportarci da sottosviluppati nei confronti degli stranieri».
Si sente dire che lei sta trattando con Michael Jackson, per il grande ritorno.
«So che Jackson è in pista. Vedremo quando le cose si mettono in moto».
Grazie per averci liberato dell'attesa delle sue collaboratrici. Ha subito calato la carta Hunziker...
«Per la prima volta, non più la bionda e la bruna: è una rivoluzione copernicana, per me. Farà un bel Festival, ha tante cose da dire, è duttile, e ci mette pure l'autoironia...»
Italiani fuori gara, come quest'anno?
«Hanno turbato l'ultima serata, che dev'esser a tutto vantaggio di quelli che vanno nell'imbuto. Claudia Mori mi telefonò, una volta: "Adriano ha un pezzo bellissimo, verrebbe l'ultima sera a cantarlo", ma io dissi di no».
L'Accademia della Canzone è stata travolta da processi che hanno visto quasi tutti assolti...
«C'è stata molta esagerazione. Sanremo ci tiene all'Accademia, consente un flusso turistico. Però è una scuola che ha avuto momenti felici, ci sono passate la Pausini e la Tatangelo. Solo che bisogna farla in maniera rigorosa e attenta».
Nel 2007 cadono i quarant'anni dal suicidio di Luigi Tenco al Festival. Lo ricorderà?
«Una storia brutta. I grandi non bisogna mai dimenticarli. Anche questo dimostra che Sanremo ha una grande storia, nella rappresentazione collettiva».

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