Aggressivo coi giornalisti, nervoso, anzi, furioso, come se su di lui incombesse chissà quale minaccia di epurazione (ma «i moderati come me non possono mai essere dei perseguitati», dice sarcastico), oscillante fra il vittimismo («Dovrebbero premiarmi per il successo, invece mi vogliono punire»), l'obbedienza («Sarò come un soldatino») e la minaccia («Se la Rai mi stringe, se viene meno la fiducia, potrei anche cercarmi un altro lavoro»).
E' un insolito Bruno Vespa, quello che si presenta in conferenza stampa in vista del nuovo ciclo di Porta a Porta, l'11°, che da lunedì prossimo «va avanti con 4 serate settimanali», come sempre, annuncia con tono di sfida. Un Vespa tutto in difesa e forse dotato di preveggenza. Perchè due ore dopo il presidente Petruccioli, sentito in commissione di Vigilanza insieme a tutto il cda, annuncia per la Rai «qualcosa di simile alle pulizie di Pasqua» perché «ci è chiarissimo che dobbiamo migliorare il prodotto»; aggiunge che serve «un'innovazione nell'informazione politica, impegno che collochiamo al primo posto fra i tanti».
E, dulcis in fundo, interpellato dai cronisti su Vespa e le sue 4 serate, risponde che «il cda ha approvato i palinsesti per il periodo di garanzia autunnale. Quando finirà, si discuteranno quelli relativi alla garanzia primaverile e non è detto che restino sempre quelli» anche se «questo riguarda tutti».
Rispettare il contratto - A Vespa non deve essere suonata come una gran rassicurazione, davanti alla richiesta del consigliere Rizzo Nervo (ma condivisa dagli altri di centrosinistra) di «rispettare il contratto», che prevede 100 serate annue, un tetto solitamente sforato. Il conduttore della «terza Camera» non ci sente e considera un eventuale ridimensionamento come un'offesa , un'ingratitudine, visto il successo del programma che in 142 serate ha avuto una media di 1.723.000 spettatori in seconda serata, e non ha mai avuto richiami dall'Authority. «Non piace il mio equilibrio? Vorrà dire che guarderò Ballarò, che ospita politici come Fisichella o manda troupe dietro Borghezio, minoranze nei loro partiti».
I vertici - Petruccioli a San Macuto difende la strategia adottata dal vertice Rai, alieno da «virate brusche». Però, «bisogna capire quando serve uno scatto straordinario»: «Non è vero che la nostra offerta sia tutta o quasi da liquidare, molto è più che accettabile, non poco è dignitoso, qualcosa è eccellente. Ma è anche vero che ci sono fasce nelle quali si scende sotto il livello minimo di decenza: queste vanno bonificate». A Francesco Storace si rizzano le orecchie. «Il presidente allude al Tg1 di Mimun, che finora è stato il solo a lasciare?». Petruccioli non cade nella trappola. «No. Il Tg1 è sempre stato un punto di forza della Rai, anche con Mimun». Con Riotta c'è stato «un normale avvicendamento».
Poco dopo tocca al dg Cappon puntare il dito, con stile asciutto, sulle «fragilità» della «pur forte» azienda e parlare esplicitamente di una situazione economica «che oscilla in modo precario intorno all'equilibrio» con «un trend di graduale deterioramento». A pesare è «il mancato adeguamento del canone», valutato in 70 milioni di euro, pari al budget di RaiDue. Quanto alla pubblicità, cresce sì, ma molto meno che negli anni '90, anche se rappresenta il 50% delle entrate di una Rai, che «ha la più bassa percentuale di risorse pubbliche in Europa», sottolinea Cappon. Considerando che un terzo dei costi per i programmi se ne va per fiction e diritti sportivi, i soldi scarseggiano. Quelli per investimenti nel digitale terrestre, poi, mancano del tutto, dice il dg. Che alla politica chiede «linee e tempi chiari».
Le polemiche - Con Petruccioli polemizza il prodiano Franco Monaco, poco convinto della sua rivendicazione di autonomia del cda. «Non vedo come si possa sostenere che l'unanimità sia sicuro indizio di autonomia. Talvolta è esattamente il contrario, sta a dire che tutti sono stati accontentati. E' tutto qui il paradosso dell'attuale assetto Rai e l'esigenza di una sua radicale riforma».
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