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Televisione RAI LAZIO

Dall'annunciatrice Nicoletta a Beshir, i volti della tv che raccontano l'Italia

• 5 min lettura
Fonte: Corriere.it | Condividi 📲
«Signore e signori, buonasera ... ». Per non farsi mancare nulla, la Rai ha ritenuto che il suo primo annunciatore maschile dovesse anche essere di colore: un segno dei tempi, come si dice, sia in senso semiologico che in quello sociologico.
Ma che fatica: per diventare «signorino buonasera», Livio Beshir si è laureato con lode in Scienze della Comunicazione, è diventato giornalista pubblicista, ha vinto una borsa di Studio Erasmus alla Facoltà di Scienze Sociali della Sorbonne di Parigi, ha studiato tecniche recitative al Living Theatre e conta al suo attivo esperienze di lavoro nel teatro, nella tv, nel cinema e nella pubblicità. Messa così, sembra la riedizione della storia di Guglielmo il dentone.

Ricordate il film «I complessi»? Nell'episodio del «dentone», Alberto Sordi interpretava un giovane e brillante giornalista dalla dentatura prominente che aspira a diventare lettore del tg. La sua preparazione è così vasta e approfondita da eccellere in otto lingue, in storia, geografia, politica. Unico difetto del dottor Bertone è la sporgenza, così poco telegenica. E sarà appunto per i dentoni che la giuria tenterà con ogni pretesto di eliminarlo. Invano. In verità, nelle sue fila la Rai ha già un conduttore di colore. Si chiama Fidel Mbanga Bauna, lavora per il Tg3 del Lazio.

 Nel 2003, fu il primo extracomunitario nero a presentarsi nelle liste di Alleanza nazionale a Montecitorio. Il quotidiano La Padania diretto da Gigi Moncalvo titolò così: «Faccetta nera entra in Parlamento», ricevendo in cambio risentite reazioni. Da un po' di anni, il ruolo delle annunciatrici è a rischio. Nel 1999 la Rai tentò crudelmente di sbarazzarsene. Loro si sentivano inutilizzate, poco considerate. Il mansionario dell'azienda le aveva ormai trasformate in anonime funzionarie dedite più al controllo degli orari che al compito storico di intrattenere un rapporto virtuale con lo spettatore, spalmato di rassicurazioni e buone intenzioni.

L'unica frase che ormai pronunciavano era questa: «Le trasmissioni proseguono ora a diffusione regionale. Da ciascuna delle sedi Rai verranno trasmessi i tiggì regionali». Dal 2003, ogni rete Rai ha a disposizione freschi volti femminili per annunciare le trasmissioni: dizione incerta ma facce sbarazzine da tv moderna, commerciale. Sono quelle ragazze che all'inizio parevano sedute su un divano letto (un divano letto?) e che poi si alzavano e puntavano il dito contro lo schermo. Qualche nome è rimasto impigliato nelle cronache, tipo Virginia Sanjust di Teulada o Barbara Matera. Per l'occasione, un'annunciatrice storica come Alessandra Canale fece una scenataccia, con tanto di lacrime in diretta e prime pagine dei giornali. A parte il periodo d'oro delle origini, quando molti spettatori erano convinti che l'annunciatrice si rivolgesse a loro e solo a loro, suscitando pulsioni e infinite proposte di matrimonio, a parte la notorietà, il lamento delle annunciatrici è una ricorrenza di vecchia data, fin dai tempi di Fulvia Colombo (1954) che aveva sempre l'aria di annunciare una disgrazia. Il grande Achille Campanile le aveva circonfuse di incantevole humour: annunciatrici, «ragazze che hanno l'abilità di farsi la fama di serie, col sorridere a tutti»; Nicoletta Orsomando: «A dir le sue virtù, basta un sorriso »; Nives Zegna: «Sorrisotto alla milanese ».

Facili prede della papera e delle imitazioni di Alighiero Noschese, le «signorine buonasera» hanno svolto un compito importante: erano l'incarnazione dell'azienda, un volto amico e rasserenante, un ospite fisso della famiglia. Quando annunciavano una diretta avevano la premura di farci intendere, ontologicamente, che la diretta apparteneva solo alla tv e non alla vita, come succede oggi. Di loro, aveva capito tutto quel dirigente della terza rete che nel 1979 decise di usarle in bianco e nero, tra virgolette. Come si fa con le citazioni. Perché, in effetti, le annunciatrici sono un lascito di una tv che ormai si fatica a riconoscere. Eppure si prova ancora piacere nello sgranare il rosario dei loro nomi: Fulvia Colombo, Nicoletta Orsomando, Emma Danieli, Nives Zegna, Adriana Serra, Anna Maria Gambineri, Gabriella Farinon, Aba Cercato, Mariolina Cannuli, Marisa Borroni, Rosanna Vaudetti, Maria Giovanna Elmi, Paola Perissi, Marina Morgan, Beatrice Cori, Bepi Franzelin, Ilaria Moscato, Maria Brivio. Pare si detestassero, come spesso succede fra prime donne.

Nella Rai di via Arsenale 21, Torino, l'annunciatrice era una padrona di casa, una hostess dalla dizione impeccabile, una guida autorizzata; adesso è solo rappresentanza, un brand, secondo la lezione di Mediaset, che ha subito puntato all'identificazione del volto con la rete: Eleonora Brigliadori, in seguito sostituta da Fiorella Pierobon, per Canale 5; Gabriella Golia per Italia 1; Cinzia Lenzi, poi rimpiazzata da Emanuela Folliero, per Rete4. Oltre a scommettere su una marcata personalizzazione, le emittenti private hanno inaugurato modalità diverse di presentazione. Alle annunciatrici, riprese talvolta in figura intera, talvolta seguite nei loro movimenti dalle telecamere è stato affidato il compito di offrire un'immagine disinvolta e dinamica della rete attraverso un linguaggio colloquiale, fino al velinismo, lontano dal tono protocollare delle colleghe Rai. Il volto delle annunciatrici è così riconoscibile e caratterizzato che attraverso una galleria ideale si potrebbe ricostruire l'evoluzione del costume in Italia: gli anni 50 della Orsomando, i 60 della Vaudetti, i 70 della fatina Maria Giovanna Elmi, e poi gli 80 delle tv commerciali con Fabrizia Carminati, Patrizia Rossetti, Alba Parietti, Paola Perego, Susanna Messaggio, Licia Colò, Roberta Capua (il Cavaliere non ha mai sbagliato un colpo). E le ragazze che si affacciano nelle tv locali in cerca di gloria e di identità (per la rete che rappresentano): Federica Panicucci per SuperSix, Didi Leoni del Tg5 per Odeon Tv, Antonella Clerici per Telereporter. Ho sempre avuto un debole per le annunciatrici perché il loro compito, almeno una volta, aveva qualcosa di angelicato, di liturgico. Più che una comunicazione, la loro era una promessa di felicità.

Articolo tratto da
"Corriere.it"

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