Il dottor Castellitto ha chiuso, ma solo temporaneamente, il suo studio psicanalitico regalando a Sky un primato e una una novità. Il record è quello degli ascolti di In Treatment con una media di oltre 290 mila spettatori per un prodotto idealmente destinato a un pubblico d'elite; l'innovazione è nella composizione dell'audience che vede un radicale cambiamento nella fruizione della televisione.
«L'audience totale - dice Andrea Scrosati, vice president cinema e intrattenimento dell'emittente satellitare - è elevatissima se consideriamo che, anche se non è carino dirlo, la serie Hbo trasmessa in Italia da Fox si assestava sugli 8-10 mila spettatori. La vera rivoluzione sta però nel fatto che poco più del 50 per cento degli spettatori non ha visto le puntate su Sky Cinema ma sul tablet o registrato con MySky».
Non è esagerato parlare di rivoluzione?
«No, non è un fenomeno da poco. Si tratta di una platea pregiata non generata dello zapping ma da una scelta consapevole: in altre parole, gli spettatori sono andati a cercare proprio In Treatment. La tv, quindi, non è morta ma sperimenta una nuova vita; importante è anche aver recuperato una generazione che stavamo perdendo, adesso ci fronteggiamo con uno spettatore che si basa solo sulla qualità e non sull'abitudine. La platea degli over 60, per esempio, è condizionata da una serie di abitudini a iniziare dal posizionamento dei canali sui tasti del telecomando».
Qual è il merito di una fiction claustrofobica, senza azione e basata esclusivamente su due persone che parlano?
«L'ideatore della serie, Hagai Levi, ha ammesso che la versione italiana è la migliore in assoluto nel mondo. Questo è un fatto che al di là di Sky deve rendere fiera la nostra industria dell'intrattenimento: di solito succedeva che gli americani - vedi il film Profumo di donna - prendevano un nostro prodotto e lo modificavano, adesso è successo il contrario: siamo stati noi a prendere un loro format e a migliorarlo. Viene da sé che, a iniziare da Sergio Castellitto, i nostri attori e registi sono di primissimo livello. È ora di uscire dalla logica per cui se lo hanno fatto gli americani possiamo rifarlo anche noi simile. No, noi dobbiamo farlo meglio».
Niki Barbati
per "Il Messaggero"