Tra colpi di luce e nebbie si riparte da Chievo-Inter (ore 12,30), da quella cosa brutta e cattiva, ma alla quale dovremo fare l'abitudine, che hanno chiamato "spezzatino". Il nostro calcio è un trabiccolo malfermo, piaccia o no siamo tutti sulla stessa zattera, la tv, tutti vittime o debitori, dipende dai punti di vista, dello strapotere delle tv. Togliete la zattera e non troverete nulla. Ma se il nostro è un campionato di plastica, divorato dagli appetiti televisivi, vuol dire che in fondo la plastica ci piace.
Si riparte dal saputo: la lotta per lo scudetto è un clone, il bel gioco un naufrago, i tornelli di Pisanu e la tessera di Maroni, voluti per canalizzare la violenza ultrà, sono vissuti come punizioni medievali. Per non dire degli stadi, che se per caso ghiaccia, a San Pietroburgo e Oslo giocano, da noi ti ricoverano.
Eppure la novità è che in tv il calcio ha ripreso a tirare. Nonostante il rapido congedo delle italiane, la scorsa stagione le teste d'uovo Rai hanno spostato «Speciale Champions», l'approfondimento condotto da Paola Ferrari, su Rai1, il contenitore pubblicitario di Viale Mazzini. Nella puntata del 16 dicembre 2009 l'ascolto ha sfiorato il 28% di share. Stesso discorso vale per Mediaset. I dati sul digitale, non ancora ufficiali, lo sottolineano. Dunque il pallone sembra aver rimesso radici anche nelle tv generaliste e nella piattaforma digitale, nonostante gli agguati dello switch off, la traversata del Mar Rosso dei decoder e la concorrenza delle pay, le cui card peraltro non sono alla portata di tutti.
Ma in fatto di ascolti le cifre più interessanti riguardano Sky. Con lo sport la pay di Murdoch vola. Più 17% l'incremento complessivo in termini di ascolto rispetto a un anno fa, che tradotto in share significa un + 1%. Per la Champions il record stagionale è del 16 settembre scorso (Inter-Barcellona, 5,9), in campionato Juve-Inter del 5 dicembre ha segnato l'8,57. Stupiscono anche i dati di "Mondo gol" (punte intorno al 25%), della coppia Caressa-De Grandis.
«Sono numeri interessanti - dice Caressa - Segreti?, no, Sky è una tv legata alla notizia. La tipologia del tifoso è cambiata, il biscardismo militante non ha più senso. Chi ci guarda oggi è una persona curiosa, va su Internet, si documenta, la rissa da osteria la disorienta. Non dico che bisogna mettere il gesso, tutt'altro. C'è un clima plumbeo in giro. Mi piace pensare a una tv capace di far pensare ma anche di far sorridere». Da oggi Caressa sostituirà Ilaria D'Amico nella conduzione di Sky Calcio Show, insieme a Sconcerti al suo fianco ci sarà Beppe Bergomi: «La trasmissione resta la stessa ma io non sono Ilaria, proverò a darle più ritmo, ad avvicinare campo e studio. La scommessa? Far ridere Mourinho».
Vorremmo ridere anche noi, ma noi tifosi in effetti non siamo più gli stessi. Tornelli e filo spinato ci hanno dato il colpo di grazia, la vista di uno stadio ci deprime. Eravamo una tribù eroica, siamo una massa obesa, pantofolata e rassegnata, un esercito di guardoni compulsivi. Guardiamo troppo (380 gare contro le 130 della Premiership, che in diritti incassa 320 milioni l'anno, più del triplo rispetto alla serie A).
Servirebbero stadi civili, ma la parola stadio è un moltiplicatore di strategie grottesche: megalopoli alla Huxley spacciate per opere filantropiche, speculazioni immobiliari a costo zero (a parte il progetto Juve, concreto come le ruspe che stanno lavorando alla Continassa, si raccolgono solo belle intenzioni). Una curva vuota è un obbrobrio ma è anche uno sgorbio televisivo. «L'equazione tv-stadi vuoti è un non senso», dice Sandro Piccinini, ex storico conduttore di Controcampo e attuale prima voce di Mediaset. «Il dramma non sono le tv, è la politica stracciona dei presidenti. Che vorrebbero speculare senza aprire il portafoglio. Questo ambiente è popolato di personaggi antistorici. Antistorici sono i nostri stadi, in Inghilterra e Spagna, ma anche in Germania, ironizzano. Quali sarebbero le colpe delle tv, lo spezzatino?, per favore, così perdiamo tutti».