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Enrico Vaime: ''Ma perche le donne in tv urlano così?''

• 5 min lettura
Fonte: La Stampa | Condividi 📲
Immagine nel testo correlata a: Enrico Vaime: ''Ma perche le donne in tv urlano così?''E' d'accordo anche lei, signor Vaime, sulla bruttezza della tv? O pensa che il dirlo sia diventata l'ultima moda scatenata dalla potenza comunicativa di Fiorello?
«Ma quale moda. Fiorello ha ragione, e fa bene a starne fuori: il suo talento non può che giovarsene. Io trovo la tv fatiscente, quando non putrescente».

Perbacco, che giudizi. Ma Enrico Vaime, dall'alto dei suoi 200 programmi realizzati, tra cui «Quelli della domenica», alcune «Canzonissime», «Tante scuse», per non parlare dei libri e delle commedie musicali per il teatro, sente di poterseli permettere. Lui che entrò alla Rai nel 1960, vincendo uno di quei mitici concorsi che poi non si fecero più. Da tempo conduce «Black out» su RadiodueRai e, su La7, «Anni luce» e la rubrica di «Omnibus», «Traffico & Traffici».

E dunque, perché fatiscente?
«Perchè è fatta da chi non la sa fare. Basta passare di lì e si diventa popolari. Giudizi avallati anche dalla stampa. Non va bene. E' fatiscente perché noi autori non abbiamo avuto la forza di difendere la nostra professionalità. Perché abbiamo consentito che imperassero i format. Perché la politica ha creato uno sconquasso, trasformando i committenti in meri esecutori di volontà, politiche per l'appunto, o di mercato».

La tv è stata ridotta così dalle tv commerciali o dalla Rai?
«La tv commerciale ha massacrato il mezzo televisivo, concependolo come un qualcosa da sfruttare, che non deve migliorare la gente ma far vendere saponette o carne in scatola. Però, che siano commerciali le emittenti private è meno grave; che lo sia la Rai è gravissimo. E' come se la Chiesa facesse concorrenza al circo. Anche se, a ben pensarci, talvolta la fa. Il povero Popper, che auspicava una sorta di "patente" pubblica per chi voleva comunicare attraverso la tv, se avesse visto come andava a finire avrebbe scritto altro».

In che modo è cambiata la committenza?
«Quando ho cominciato io i committenti erano Sergio Pugliese, Peppino Patroni Griffi, Dudù La Capria, Aldo Nicolai, Fulvio Palmieri, tutte persone che conoscevano l'arte e il suo stato. Poi scalzati da prigionieri catturati durante le retate nelle sagrestie e nelle segreterie dei partiti e fatti lavorare in tv, senza nemmeno cercare i migliori. Mi ricordo... Anche se chi dice "mi ricordo" andrebbe abbattuto. Comunque: mi ricordo che i dirigenti Rai stavano lì, guardavano la trasmissione, e alla fine ti dicevano subito se era andata bene o male. Adesso tutti aspettano l'indomani, i risultati dell'Auditel».

Non c'è spesso Del Noce, ormai ex direttore di Raiuno, seduto in prima fila?
«Del Noce è un caso umano, che ci vuole fare? Era un bravo giornalista, poi è stato preso di peso dalla politica e messo a fare un altro mestiere. E' capitato a tanti. Stando nei nuovi posti, qualcosa acquisiscono: a quel punto li spostano. Una volta le proposte per nuove trasmissioni, o anche semplicemente le idee, si comunicavano ai dirigenti; si discuteva e si arrivava al programma. Adesso, quand'anche un autore avesse qualcosa in mente, non sa neppure a chi dirlo. Sono i produttori esterni che trattano con la Rai: ma loro niente hanno a che spartire con la Rai, se non il malloppo».

Anche se arrivano dall'esterno, non potrebbero essere programmi buoni?
«Se li sapessero fare. E li sapessero scegliere».

Il pubblico della tv generalista diminuisce, però ce n'è sempre tanto. La quantità non dimostra che i dirigenti attuali hanno ragione?
«Non è vero che i programmi sono così perché li vuole la gente. Non è vero che la tv la fa il pubblico. La gente vorrebbe di meglio e, non trovandolo, si rassegna. Nessuno rischia, c'è paura di sbagliare. Con il format sembra di rischiare di meno: questo programma ha funzionato in Lussemburgo... Capirai!».

Lei però la tv la fa: solo nella nicchia?
«Faccio pezzi di costume, che si potrebbero fare su qualsiasi rete, a tutte le ore: ma chi glielo spiega? E a chi?».

Che cosa guarda?
«A volte mi impegno per seguire un varietà. Spesso mi addormento durante i titoli di testa, quando vedo sette autori che lavorano sul format. La Clerici ci ha messo anche il suo fidanzato. D'altronde, perché lo devono fare solo gli uomini?».

E davanti a che cosa non si addormenta?
«Guardo i tg e le trasmissioni giornalistiche. Le quali, checché se ne dica, sono ancora quelle fatte meglio. Sono sopportabili. Poi seguo Fazio».

Che lavorava con lei a «Blackout»?
«Ma adesso non ce la fa più. E' arrivato Marcorè».

Che cosa non sopporta?
«I programmi con intenzioni pedagogiche, sociali, "Il treno dei desideri". La tv intesa come una befana dispensatrice di tranquillità e di bontà. Questa è una mascalzonata. La tv potrebbe fare del bene informando. E non lo fa».
«Carràmba»?
«Mi viene voglia di vedere se fuori ci sono ancora i tedeschi. Brava la Carrà, per carità, però, mamma mia che roba vecchia».

Zelig?
«Ormai racconta solo barzellette, nonostante Gino & Michele siano due professionisti veri».
Bonolis?
«Un grande talento. Forte. E' ondivago e non deve avere un buon carattere ma è il più televisivo di tutti, anche più di Fiorello».

Le donne?
«Avere la Cortellesi e non farle fare una prima serata è una follia. E' una follia non aver lasciato emergere i talenti femminili. In tv le donne sono tutte uguali, anche Luxuria sembra una donna. Quelle che ci sono urlano, dappertutto, la Ventura, la D'Amico».

I reality?
«Fanno perdere la dignità. Ma forse siamo proprio così come ne veniamo fuori. Questo mi innervosisce».

Dove andiamo a parare?
«Forse il pubblica si stuferà, tornerà nei teatri. I giovani hanno il web. Ma hanno anche "Amici"».

E lei, Vaime, lo farebbe un programma in prima serata?
«Dovrebbe essere un varietà di un'ora, a dimensione umana. Ma forse no, non lo farei. Sa, io sono uno che dice sempre la verità. Anche a costo di mentire».

Alessandra Comazzi
per "La Stampa"

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