Fastweb e la ricca cedola in perdita

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Fonte: Il Sole 24 Ore

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Internet e Tv
  domenica, 18 febbraio 2007
 00:00

Un maxi-dividendo da 300 milioni di euro a ottobre, altri trecento in arrivo nei prossimi mesi, E il tutto senza un solo euro di utile. È il paradosso di Fastweb che lunedì dirà probabilmente «sì» a una cedola straordinaria. Domani, infatti, il cda della compagnia di tic si riunirà pei esaminare i conti 2006, ma anche per proporre una nuova erogazione agli azionisti.

Che Fastweb avesse in mente di fare il bis con il dividendo pareva scontato, dopo che l'arnministratore delegato Stefano Parisi aveva anticipato che nel 2007 sarebbe stato possibile una cedola in linea con il 2006. Tanto più che la società ha adesso raggiunto il pareggio di cassa. Ma il mercato s'interroga sull'opportunità di pagare tali cifre per una società in perdita: sulla carta, infatti, Fastweb non è un titolo da «cassettista». E piuttosto quella che gli americani chiamerebbero una growth stock, vale a dire un'azione che si rivaluta con la crescita e l'apprezzamento in Borsa. Ma per la società italiana questo non c'è stato, perchè quotata nel 2000 a 160 euro, dopo sette anni vale attorno ai 45 euro per azione, E soprattutto dalla sua nascita, sette anni fa, Fastweb non ha mai prodotto un solo euro di utile. Ogni anno si è chiuso in perdita e a oggi il rosso cumulato è di un miliardo. Un passivo dovuto anche agli elevati investimenti per installare la rete, costata 3,6 miliardi nel periodo 2000-2007.

Quello che lascia perplessi molti analisti interpellati è la logica industriale della scelta perché, ipotizzando una cedola 2007 analoga al 2006, Fastweb avrà restituito agli azionisti ben 600 milioni, più della metà della cifra (800 milioni) chiesta al mercato solo due anni fa come aumento di capitale. La "restituzione" sembra elevata per una società che, come tutte le aziende hi-tech, dovrebbe essere orientata a investire più a che distribuire risorse interne. Per i soci minori, tra cui migliaia di piccoli risparmiatori, i dividendi sono una compensazione per il tracollo del titolo, per Scaglia invece una forma di introito aggiuntivo. L'anno scorso il presidente si è visto recapitare 75 milioni, quest'anno, visto che nel frattempo la sua quota è scesa dal 25% al 18,7%, l'incasso sarà di 50 milioni. Ma anche per l'a.d. Parisi il beneficio è evidente: la sua retribuzione, infatti, è stata agganciata fin dal suo arrivo nel 2004 alla media triennale delle cedole distribuite.

Attualmente Fastweb è la seconda compagnia di telecomunicazioni in Italia, proprietaria di 22mila Km di rete in fibra ottica, ma la banda larga non è più una sua esclusiva. Perché anche concorrenti come Tiscali o Alice di Telecom Italia oggi offrono banda larga utilizzando il normale doppino telefonico, col vantaggio di non aver dovuto sostenere grossi oneri. Il mercato di internet veloce è in forte espansione, ma la pressione competitiva è altrettanto forte e i margini per gli operatori si stanno comprimendo: l'Arpu residenziale di Fastweb, ossia la spesa media, per cliente sta scendendo (per il 2006 Deutsche Bank stima un calo del 14%) e questo rischia di deprimere il successo commerciale ottenuto visto che ogni anno i clienti sono sempre saliti più delle stime e ora sono a quota un milione.

Un risultato industriale importante è stato comunque raggiunto: la società ha smesso di bruciare cassa e l'equilibrio finanziario è un primo passo per i conti in nero. Infatti quest'anno il bilancio dovrebbe chiudersi in utile, segnando la fine della fase di start-up. Il condizionale è però d'obbligo perchè fin dal 2004, anno in cui ancora si chiamava e.Biscom, la società ha sempre annunciato il raggiungimento del break-even per l'anno successivo, senza finora riuscirci. Più che i numeri dell'azienda, però, al mercato piace poco l'indecifrabile comportamento del patron Silvio Scaglia: nell'autunno del 2005 saggia il terreno per vendere la sua quota del 25%. Poi, dopo alcuni mesi, fa marcia indietro: nessuna vendita, ma avanti da soli. La speculazione di Borsa s'infiamma e il titolo è periodicamente preso di mira. Scaglia assicura che non vende e lo ripete anche in un'intervista al Financial Times a inizio 2007. Passano pochi giorni e Scaglia disorienta tutti cedendo il 6,3% a UniCredit.

Un'identica opacità di comunicazione avviene con la vicenda, ben più spinosa, delle sospette fatturazioni gonfiate. La Procura di Roma ha aperto un'indagine su numerose compagnie telefoniche sospettate di illeciti per ottenere rimborsi Iva fittizi. Scaglia prima smentisce ogni coinvolgimento, per poi, qualche giorno dopo, ammettere di essere indagato.

Ma al di là dei risvolti giudiziari, la sensazione che gli analisti ricavano dalla situazione è che Scaglia e l'azienda non riescano a far capire al mercato in che direzione Fastweb stia andando: strategia stand-alone o ricerca di un partner? E che visione industriale persegua: crescita o redistribuzione delle risorse?

Simone Filippetti
per "Il Sole 24 Ore"

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