Tullio Camiglieri: 'Sky ha cambiato lo sport. Ora pensiamo alle fiction'

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Fonte: Il Tempo

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Sky Italia
  mercoledì, 16 maggio 2007
 00:00

A metà pomeriggio scoppia un’altra bomba nel mercato tv, ma per i diretti interessati è solo un petardo, o magari un bengala lanciato nel buio.

Accade infatti che il sito "Dagospia" annunci la felice conclusione della trattativa fra Maurizio Costanzo e il canale Sky Vivo, con il Baffo nazionale nel ruolo di direttore-consulente di una rete che propone reality a ruota libera, compresi quelli confezionati da Maria De Filippi. Ma al tramonto lui giura di non saperne nulla, e anche i vertici del network di Murdoch cadono dalle nuvole.

Per conferme o smentite ci sarà tempo: «Abbiamo tante cose cui pensare», sospira Tullio Camiglieri, direttore della comunicazione di Sky. Camiglieri, ogni giorno ce n’è una.

Come avete vissuto l’altro ieri la notizia dell’acquisto di Endemol da parte di Mediaset?
«È un fatto molto positivo. Sinora erano le aziende italiane a finire sotto il controllo di azionisti stranieri. Si è invertito il trend. Come andrà? Lo deciderà lo sviluppo della piattaforma, e il lavoro sui contenuti. Mediaset ha un management all’altezza». Non finirete per rimetterci voi? «La concorrenza stimolerà la creatività. Il problema è quando il mercato ristagna. Se c’è competizione ci guadagna il telespettatore».

È credibile Piersilvio Berlusconi quando dice che non toglierà i programmi Endemol alla Rai? «Endemol ha tutto l’interesse a essere presente su marchi diversi, e Mediaset a favorirne lo sviluppo».

Però sembra davvero una privatizzazione mascherata della Rai.
«Su Viale Mazzini va fatto un ragionamento serio. Il Paese deve continuare ad assegnare un ruolo di servizio pubblico, ma la Rai deve essere messa in condizioni di avere una governance capace e stabile, con pieno mandato sulle scelte di politica editoriale, e per un tempo congruo. La creatività di quell’azienda e il lavoro sui prodotti sono patrimonio di tutti. Se cambiano teste ogni sei mesi il compito diventa improponibile».

Nel frattempo è Sky a spingere sulle proposte di qualità.
«La multipiattaforma consente un’offerta su quasi 160 canali; ognuno ci può trovare quel che cerca. La vera riflessione va fatta sulla tv gratis e in chiaro. Lì siamo ancora molto indietro».

Avete superato i 4 milioni di abbonati, ma la strada per la diffusione capillare non è ancora compiuta.
Tullio Camiglieri«Quei numeri corrispondono a 12 milioni di utenti, e non è poco. Non siamo solo un’emittente satellitare, perché andiamo sul cavo telefonico con Fastweb, e altre soluzioni sono pronte. Intanto garantiamo dal 7 al 9 per cento di share: siamo con forza dentro al mercato tv». Qualcuno obietta: sono ascolti bassissimi, perché dispersi su tanti canali. «Il mercato non aveva fatto i conti con questa offerta diffusa. È come quando negli anni Ottanta l’editoria scoprì dei target specifici, e nacquero periodici di settori, dalla vela al modellismo all’alta fedeltà. Qui l’inserzionista investe meglio abbassando i costi. E poi Sky non vive di spot, ma di abbonamenti».

Montezemolo vi accusò di essere dei monopolisti pubblicitari.
«Un equivoco chiarito. Siamo sottoposti allo stesso tetto degli altri, non superiore al 15 per cento della programmazione».

Però insistete sulla riforma dell’Auditel.
«Sì, perché non è corretto che lo strumento di rilevazione sia oggi in mano di Rai e Mediaset: è come se le due squadre più forti del campionato si scrivessero le regole da sole. L’Auditel deve appartenere per un terzo a tutte le grandi tv (Sky e La7 comprese), per un terzo ai pubblicitari e per l’ultima parte a soggetti indipendenti. Altrimenti chi controlla il controllore? E poi occorre un Auditel in grado di superare la centralità dell’analogico per garantire il corretto rilevamento del digitale terrestre, dei satelliti, delle tecnologie Iptv, della tv sui cellulari. È un percorso a senso unico. Anche se non ci sarà una piattaforma definitiva: nessuna si imporrà sulle altre».

Il governo vi accusa di investire poco per il cinema.
«Poco? Abbiamo un accordo con l’Anica e i vari produttori per l’acquisto di film per 35 milioni l’anno. La verità è che l’Italia fatica a uscire dalla logica dell’assistenza statale per il cinema. Finanziano film mai usciti nelle sale, e persino mai completati, quando la soluzione sarebbe usare quei fondi pubblici per defiscalizzare le produzioni nazionali, per garantire l’operatività dei set italiani e più lavoro per le maestranze. E per aprire nuove scuole settoriali: l’ultima è stata fondata ai tempi del fascismo. Dovrebbero garantire l’accesso al credito per gli investitori privati, senza inventarsi gabelle come la "tassa di scopo". Invece insistono con il foraggiamento di microproduzioni perdenti».

E il "modello francese"?
«È un falso mito. In Francia un canale televisivo non può trasmettere più di 190 film l’anno. Raiuno ne ha mandati in onda 363, Canale 5 ben 431 e Retequattro addirittura 1.094 nell’arco di dodici mesi. È così che fanno sviluppare l’industria cinematografica? In questo modo prospera solo il nanismo. Ed è una mentalità atavica. Il sistema "protezionistico" risale alla legge Corona, varata alla fine del 1965, quando i grandi produttori italiani, i Ponti, i De Laurentiis, furono costretti a trasferire l’operatività negli Stati Uniti. Prima di quel giorno si realizzavano 315 pellicole l’anno, oggi solo un centinaio: e devono avere tutte il carattere dell’italianità, che non si capisce cosa significhi. Senza soldi i nostri registi vanno a girare in Bulgaria. Come si salva Cinecittà se non la si rende competitiva?».

Voi di Sky avete cominciato a produrre fiction derivate dal grande cinema, intanto.
«Due progetti di fiction sono già avviati, con la direzione artistica di Gabriele Salvatores (sei puntate ispirate al suo film "Quo vadis baby", per la regia di Guido Chiesa) e cinque thriller realizzati da Andrea Traina. Allo studio c’è anche la trasposizione televisiva di "Romanzo Criminale", con il coinvolgimento di Michele Placido e Giancarlo De Cataldo. Ma il vostro asso nella manica rimane il grande sport. «Abbiamo cambiato il modo di raccontare la partita, con grande dispiego di telecamere e di trovate registiche. Nessuno vorrebbe più vedere il calcio con le riprese di dieci anni fa».

Avete anche messo in crisi il sistema del pallone, tra rallenty di colpi proibiti e labiali rubati a giocatori e allenatori. Avete mai subìto pressioni per non insistere con le zoomate?
«No. E poi sta all’intelligenza dei protagonisti di non farsi beccare in castagna».

Stefano Mannucci
per "Il Tempo"

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