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Da Seul a Losail: così la tv (e i suoi soldi) hanno cambiato lo sport

• 6 min lettura
Fonte: Il Corriere dello Sport | Condividi 📲
Gli spezzatini domenicali di calcio e basket, non sempre digeribili. Le finali olimpiche del nuoto a Pechino all'ora di colazione per la felicità degli sponsor e del network Tv statunitense Nbc. Fino ai più recenti clamorosi flop dei motori: la Formula 1 che affoga sotto il monsone di Sepang, in Malesia, e il Motomondiale costretto a rinviare l'esordio in notturna in Qatar per un acquazzone. Ha avuto dell'incredibile la prova delle 125, interrotta dal diluvio dopo appena 4 giri. Buon senso avrebbe voluto che la gara fosse da ripetere. Invece ordine d'arrivo valido con punti dimezzati. E via andare.
 
SHOW VIRTUALE - Regole stravolte. Spettacolo di dubbio fascino. Campioni sul piede di guerra. Incolumità degli stessi non sempre garantita. E risultati sempre più spesso scritti sull'acqua. Per colpa di chi? Di dirigenti ormai troppo sensibili al fascino del piccolo schermo. Ad audience stellari per soddisfare gli sponsor. E soprattutto ai ricchi contratti con i più grandi network. Fanno gola i ricavi della vendita dei diritti Tv, mentre diventano marginali gli incassi della vendita di biglietti. E lo spettacolo sportivo è sempre più virtuale. E pericoloso.
 
All'ultima Olimpiade di Pechino, i proventi dei diritti tv sono stati il 44% del giro d'affari. Solo il 16% è arrivato dagli sponsor e appena l' 8,6% dai biglietti. Cala la credibilità. Crescono ricavi e audience. Ma a che prezzo? Va un po' meglio nel circo della Formula 1, dove i proventi dei diritti Tv hanno toccato il miliardo di euro, a fronte di un giro d'affari complessivo di 7 miliardi a stagione.
 
Quando il nostro campionato di calcio optò per le partite in notturna anche d'inverno, molti allenatori contestarono la scelta perché è difficile restare integri (fisicamente) quando si è costretti a giocare sotto zero su campi ghiacciati. Dalle notturne impossibili al campionato spezzatino il passo è stato breve, come se giocare all'ora di pranzo fosse la stessa cosa che scendere in campo dopo cena. Overdose di calcio, verrebbe da dire. Ma a chi interessa denunciare eccessi che ormai sono la normalità anche in altri sport meno popolari?
 
La pallavolo ha stravolto i regolamenti per stare nei tempi televisivi con l'introduzione del "rally point system". Il tennis da due anni fa disputare al meglio dei tre set anche le finali dei Masters Series maschili. E proprio in questi giorni l'atletica ha deciso di tagliare i "tempi morti" delle false partenze nello sprint, sempre per esigenze Tv: chi sbaglia paga, senza prova d'appello. Foss'anche Bolt.
 
SEUL - Prigioniero della tv lo sport rischia di essere sempre più virtuale. Iniziò il Mondiale di calcio negli Usa nel 1994, quando a Pasadena Italia - Brasile giocarono la finale a mezzogiorno, a 40 gradi. Si è continuato con Verona-Lazio, il 16 dicembre 2001, sulla lastra di ghiaccio del Bentegodi. Ma il primo caso planetario di show sportivo assoggettato all'audience risale all'Olimpiade di Seul 1988. Per accontentare il pubblico televisivo negli States, l'attesa finale dei 100, quella tra Carl Lewis e Ben Johnson, si corse a mezzogiorno. Vent'anni dopo la resa olimpica si è celebrata a Pechino con le finali del nuoto all'ora di colazione. Gli atleti non hanno gradito, ma le loro rimostranze sono rimaste inascoltate. Alla fine nessuno ha avuto più la forza di protestare. Nemmeno lo squalo Michael Phelps, le cui otto medaglie d'oro sono state viste dagli americani comodamente in prima serata.
 
FUTURO - Lo strapotere televisivo sta divorando tutto e tutti. E presto avrà la forza di decidere anche le sedi dei grandi avvenimenti. Come le Olimpiadi del 2016. Tokyo e Chicago sono le favorite. Madrid e Rio de Janeiro le outsider. Si deciderà il 2 ottobre. Sulla carta Chicago vale Tokyo. E viceversa. Ma saranno le Tv a decidere tra States ed Estremo Oriente. Gare in Giappone vuol dire dirette a orari impossibili negli Usa. E siccome la Nbc contribuisce con un miliardo di dollari agli incassi del Cio, è facile capire come possa condizionare la scelta.
 
Franco Fava
per "Il Corriere dello Sport"
 

Ma dai network arriva una pioggia d'oro
In 20 anni i diritti Tv dei Giochi sono cresciuti del 253%. E i dirigenti si adeguano

Più delle parole, a volte contano i numeri: negli ultimi vent'anni i Giochi olimpici hanno visto crescere i ricavi legati ai diritti televisivi del 253%. E' forse in questo numero (non l'unico ma il più significativo) la chiave di lettura di un «irresistibile» processo.
 
La Stage Up, società specializzata nell'analisi del business sportivo, un po' di questi dati li ha messi insieme in forma organica. Eccone alcuni. In occasione dei Giochi invernali di Calgary e di quelli estivi di Seul, il Cio incassava dai diritti 727,5 milioni di dollari; vent'anni dopo, Torino e Pechino hanno portato nei forzieri svizzeri la bellezza di due miliardi e 568 milioni di dollari. Per essere più chiari: il budget di Pechino è stato coperto dalle tv per il 44 per cento.
 
Il problema è: può resistere a queste sirene economiche? Cinque anni fa, salutando la squadra italiana in partenza per le Olimpiadi di Atene, l'allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, disse: «I soldi dei diritti televisivi rischiano di essere una droga che uccide il calcio italiano» . Non aveva messo nel conto, il Presidente, l'effetto-contagio. Effetto, invece, percepito da Mark Spitz, grande nuotatore statunitense, vincitore di ben sette medaglie d'oro nelle Olimpiadi di Monaco: «Nell'assegnazione dei Giochi Olimpici contano tre cose: fare soldi, fare ancora più soldi e fare più soldi possibile».

Il fatto è che il calcio ha fatto proseliti: la televisione è lo strumento più rapido per far crescere ricavi e utili. Certo di tanto in tanto si alza qualche voce dolente, come quella del direttore di Rai Sport, Massimo De Luca che quando qualche mese fa vide i diritti di due Olimpiadi (quelle invernali di Sochi e quelle estive del 2018) «volare» alla volta di Sky, sottolineò come ormai il Cio segua la regola del massimo rendimento economico con il minimo sforzo. Le emittenti televisive, però, non sono organizzazioni benefiche e la loro disponbilità è legata alla capacità degli organizzatori di modellare l'evento in base alle loro necessità. Conseguenza: orari flessibili e gare polverizzate su un arco orario piuttosto ampio per inseguire la vasta platea mondiale aggirando in qualche maniera le strettoie dei fusi.
 
Da questo punto di vista, indimenticabile la finale mondiale del '94: a mezzogiorno, sotto il sole cocente di Pasadena; la Fifa, però, non poteva assulutamente perdersi per strada il mercato europeo, il più ricco dal punto di vista delle sponsorizzazioni calcistiche. La Fifa per il Mondiale italiano del '90 ( non un secolo fa) incassò dalle Tv 95 milioni di franchi; sedici anni dopo, per l'edizione tedesca ha rastrellato ben un miliardo e mezzo. Gli Europei di calcio sono ancora più esemplificativi: nove anni fa, il torneo belga-olandese determinò ricavi per 230 milioni di euro; quattro anni dopo i milioni furono 852 con un incremento del 270 per cento; l'ultima edizione, quella austro-elvetica, ha regalato all'organizzazione presieduta da Platini un miliardo e 250 milioni, con un ulteriore aumento del 47 per cento. Su quei valori le tv incidono per il 60 per cento.
 
A. M.
per "Il Corriere dello Sport"

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