Antonello Piroso (La7): 'Povera tv, schiava dei Palazzi'

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Fonte: La Stampa

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Televisione
  domenica, 12 agosto 2007
 00:00

Antonello PirosoCome si definirebbe lei, Piroso?
«Un ragazzo un po’ cresciuto, ragazzo perchè l’adolescenza e la giovinezza sono gli anni delle scoperte di sè e del mondo. Questa curiosità è la stessa molla che spinge il giornalista a capire perchè succede qualcosa o non succede nel mondo. Vorrei che i rapporti umani si basassero sempre sulla schiettezza e la lealtà, poi molte volte purtroppo non accade».

Ma la televisione per lei cos’è?
«E’ un bellissimo mezzo che ti consente di entrare in contatto con tante persone contemporaneamente questo ti obbliga a prendere molto sul serio e con rispetto lo spettatore e non troppo sul serio te stesso. Serve, dunque, sempre una grande onestà verso i telespettatori».

Cosa non le piace della televisione italiana?
«L’85% della televisione è più attenta al palazzo della politica che alle altre cose e in Italia la politica è ferma. Dunque, la televisione che riflette un mondo immobile dà l’impressione di essere ferma».

A quale televisione si riferisce?
«In questi giorni ho guardato i palinsesti di Rai e Mediaset e vedo che non ci sono novità, non c’è la ricerca di nuovi volti, format o personaggi».

E su La7, la tv dove lavora lei, vi sono cambiamenti?
«Sì, per esempio c’è il ritorno di Luttazzi. E’ una buona scelta per la rete e anche per lui perchè potrà sperimentare la grande libertà. Siamo un’isola felicemente anarchica dove ciascuno gode della massima libertà. Nessuno ci dice prima cosa possiamo o non possiamo fare».

Vi sono altri arrivi?
«Marco Paolini farà degli spettacoli in posti molto suggestivi. Queste cose vanno nella direzione giusta: noi dovremmo riuscire a portare lo sguardo delle persone dove non stanno guardando. Un vizio italiano è rimanere sempre nel gregge, gli italiani sono persone che sentono il bisogno di stare sempre nel branco perchè dà sicurezza e tutela, mai fuori dal coro».

Lei invece è fuori dal coro?
«Anche se faccio parte del sistema spero di mantenere una posizione critica. Un altro vizio italiano è di baciare la pantofola, l’Italia è un paese che si basa sul principio di cooptazione sia per la classe politica perchè per la classe dirigente se vuoi fare carriere devi infilarti in un branco: la stampa, gli industriali, il Vaticano».

Con quali conseguenze?
«A forza di non inimicarsi nessuno si finisce per non esprimere mai una posizione autonoma. Se uno deve sempre lisciare il pelo a tutti rischia l’immobilismo che si vede oggi nella politica italiana».

Ma un giornalista deve prendere una parte secondo lei?
«No. negli anni scorsi è passato il messaggio che un giornalista avendo opinioni sue le deve dichiarare. Ma questo non mi piace. Il complimento che mi fa più piacere è quando mi dicono che non si capisce da che parte sto, so che per usare un francesismo può sembrare un atteggiamento da paraculo, però lo ritengo un successo professionale».

Questo rende la sua carriera più difficile?
«Io mi comporto in buona fede, non mi pongo il problema, “a chi giova?"».

Ma lei non è protetto da nessuno?
«Se devo sperare in una protezione, spero nel Padreterno».

Chi sono i suoi maestri?
«Sono orgoglioso di dire che mi prese a bottega Claudio Rinaldi a Panorama nel 1986, lo slogan di Panorama è questo: “Io ho molti amici, il mio giornale neanche uno”. I miei maestri sono i giornalisti che leggono ancora volentieri oggi come Miriam Mafai, Piero Ostellino e Gianpaolo Pansa, persone che in genere non la mandano a dire».

Il suo successo in video da cosa viene?
«La verità è che la televisione è un mezzo infame e impietoso perchè se fingi si vede. La regola è essere sempre sè stessi, poi puoi piacere o non piacere. Il mio successo, se così si può chiamare, viene dal fatto che non sono mai falso. Odio il conformismo:trovo, per esempio, che il tiro a bersaglio su Marzullo è veramente troppo facile, anche se da lui non sono mai andato e non andrò mai».

Quali sono per lei le grandi notizie del mondo di oggi?
«Innanzitutto il problema dell’ambiente. Parlarne non è certamente una moda, significa dover decidere oggi che mondo lasceremo domani ai nostri figli e questo non è fare politica».

Qual’è la buona politica?
«Certo sarebbe auspicabile anche un mondo di coesistenza pacifica tra Stati, persone e religioni».

Ma lei andrà anche in vacanza?
«Si, mordi e fuggi per non perdere mai di vista l’attualità».

Com’è fare il giornalista?
«Parafrasando una frase di Longanesi direi: "E’ sempre meglio che lavorare».

Alain Elkann
per "La Stampa"

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