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Televisione ITALIA 1

Lo scempio dei doppiaggi: quanti errori nelle traduzioni!

• 4 min lettura
Fonte: Il Giornale | Condividi 📲

Fateci caso. In ogni telefilm di ambiente ospedaliero o poliziesco, che sia CSI o Criminal Minds, Grey's Anatomy o Numb3rs, a un certo punto spunta sempre fuori qualcuno che urla: «Quarant'anni, ferita da armi da fuoco, pressione in calo, maschio, di razza caucasica». Caucasica? Eppure il poveretto steso sulla barella, più di là che di qua, spesso intubato, ha la faccia e la costituzione di un normale bianco americano. Uno va a consultare il dizionario e scopre l'arcano. Per gli anglosassoni «caucasian» vuol dire «persona di razza bianca», di origine «indo-europea»; per noi italiani «caucasico» significa «appartenente a una delle popolazioni autoctone del Caucaso, regione dell'Asia al confine con l'Europa». Caucasici, a stretto rigor di logica, erano Stalin, oppure l'ultimo scià di Persia o Saddam Hussein. Eppure i telefilm americani continuano a rifilare quella solfa, con una pigrizia che va fatta risalire solo alla disattenzione (ignoranza?) di traduttori e adattatori dei dialoghi.

Del resto, siamo sempre il Paese in cui - è la verità - speaker di tg nazionali pronunciano all'inglese formule latine come «sub iudice» e «sine die», trasformandole in «sab giudais» e «sain dai», cine-giornaliste di fama scrivono «dump blonde», a proposito di Marilyn, invece di «dumb blonde», Di Pietro inserisce nel suo blog un'espressione inglese inesistente («To break the eggs in the basket», rompere le uova nel paniere), tutti «approcciano» un problema, «forwardano» un messaggio, «stressano» un concetto.
Se è vero, come sostiene Nanni Moretti, che chi parla male spesso pensa male, è altrettanto vero che un'anglofonia raccogliticcia e spesso maccheronica ha finito per riflettersi, con esiti anche spassosi, nelle traduzioni riguardanti spettacoli popolari, televisivi o cinematografici.

Dice: ma sono inezie, non se ne accorge nessuno. Mica vero. Prendete Dr. House, la cui nuova serie riparte a settembre su Italia 1. Siti specializzati in castronerie sono ancora intasati di messaggi che mitragliano un mirabile sfondone relativo alla prima serie, 2004. In una puntata lo scorbutico, zoppo, abrasivo, cinico, ma in fondo sentimentale nefrologo (non neurologo, come recita una pubblicità) dell'immaginario Princeton-Plainsboro Teaching Hospital, a un certo punto teorizza alla sua maniera: «Come insegna il filosofo Iagger non si può sempre avere quello che si vuole». Il doppiatore diceva proprio «Iagger», alla tedesca, con la «i», e pochi minuti dopo pure Cuddy, la bella collega innamorata del misantropo, replicava: «Ho controllato quel tuo filosofo Iagger, non si può sempre avere ciò che si vuole, ma con la determinazione ci si può arrivare molto vicino».

Chi sarà mai stato 'sto filosofo? Forse Werner Jaeger (1888-1961), uno dei più profondi interpreti del pensiero antico, gran studioso di Aristotele e del mondo greco? Macché. Lo «Iagger» in questione era ovviamente Mick Jagger, il leader degli Stones, autore della mitica You can't always get what you want. Esattamente: «Non si può sempre avere quello che si vuole». L'omaggio, tra l'ironico e il generazionale, era così spudorato che nei titoli di coda partiva, a totale chiarimento, l'incipit della canzone. Ma a quel punto l'effetto era andato bellamente a farsi benedire.

D'accordo, certi giochi di parole sono ardui, se non impossibili, da restituire in italiano, specie in serie gergali come I Simpson o Wallace & Gromit. Il pubblico effettivamente rischierebbe di non afferrare i riferimenti. Però la sciatteria no. Chi adatta i copioni dall'inglese dovrebbe conoscere le insidie dei cosiddetti false friends, parole che sembrano assonanti nel significato. Tempo fa in una puntata di Alias si faceva un gran parlare di nitrogeno liquido, solo che «nitrogen» indica semplicemente l'azoto. E che dire di «silicon» quasi sempre trasformato in «silicone», materiale per tette rifatte, al posto di «silicio»? O di «sensitive» tradotto volentieri in «sensitivo» in luogo di «sensibile»? O di «actually», che non vuol dire attualmente bensì «in realtà»? O di «scalpel», che non è lo «scalpello» ma il «bisturi»? O di «double agents», cioè spie che fanno il doppio gioco, trasformato in un documentario su History Channel in «il doppio degli agenti». O di «ingenuity», «ingegnosità», scambiato per «ingenuità» in uno speciale sui fratelli Wright.

Non che al cinema, dove pure si spende di più per adattare i dialoghi, vada sempre meglio. Specie nei film comici. C'era una battuta carina in Scemo + scemo, con il poliziotto che intima «Pull over!» e Jim Carrey che fa: «It's a cardigan». Nella traduzione, diventa: «Accosti!». «È liscio!» (il velluto). E che dire del sublime Hollywood party? Devastati dal maldestro Peter Sellers, le vittime protestano: «You messhugah!» (pazzo, in ebraico). E quello, per assonanza: «I'am not your sugar». Traduzione italiana: «Protettore di vacche!». «Come sta sua sorella?». Da far cadere le braccia. D'altro canto, nell'indimenticabile Braccio violento della legge Gene Hackman, detto «Popeye», ovvero Braccio di ferro, diventò incongruamente «Papà» solo per una questione di sincrono. Niente in confronto a quanto, più tardi, avremmo ascoltato nei Blues Brothers. Ricorderete la scena in cui Elwood, il fratello magro incarnato da Dan Aykroyd, rievoca teneramente al nero Cab Calloway i tempi in cui «mi cantavi i blues suonando l'arpa». L'arpa? In inglese suonava «harp», che significa semplicemente armonica a bocca.
Michele Anselmi
per "Il Giornale"

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