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Piersilvio Berlusconi: ''Farei condurre un reality a papà Silvio''

• 6 min lettura
Fonte: La Stampa | Condividi 📲
Voti no, preferisce non darsene, «non sta a me giudicare il mio lavoro». Ma alla vigilia di un compleanno importante - martedì compie 40 anni -, che coincide con il traguardo di un decennio alla guida di Mediaset, Pier Silvio Berlusconi ripercorre le tappe principali e prova a immaginare quelle che lo aspettano. Nell'ufficio al quarto piano del quartier generale di Cologno Monzese, il vice presidente del Biscione sorseggia un caffé e indica il punto di partenza della storia: «Ero un ragazzino di 12, 13 anni, partecipavo ad Arcore ai comitati programmi del venerdì pomeriggio. Mia sorella Marina e io zitti a prendere appunti. Forse per questo fin dall'inizio mi dicevano che un certo istinto televisivo l'ho sempre avuto».

Poi c'è stata anche un'esperienza davanti alle telecamere, vero?
«A Drive In, nel 1987. Ero timidissimo, mi fu fatta violenza da Antonio Ricci e da mio padre per sostituire un ospite in extremis. Non riuscii a scappare».

Meglio la scrivania del palcoscenico?
«Sì, mai subito il fascino dei riflettori».
Anche per il suo compleanno, quindi, non ci saranno fuochi d'artificio?
«Festeggerò pranzando con i miei genitori, mia sorella e Silvia (Toffanin, la fidanzata, conduttrice di Verissimo, ndr). Poi una cena con pochi amici. Hanno provato a farmi organizzare qualcosa di più grande, ma ho lasciato prevalere il mio modo di essere».

Lei è molto riservato. E' una vocazione o una forma di compensazione per un padre così esposto mediaticamente?
«Dipende dal mio carattere. La mondanità, ad esempio, mi annoia».
Ha sempre pensato che nel suo destino ci fosse la televisione?
«No, è successo tutto in maniera spontanea. Studiavo, facevo - con calma, ammetto - l'università. Volevo provare un'esperienza nel mondo del lavoro, ma con l'idea di continuare gli studi. Arrivai a Italia 1, nel 1993, per uno stage, come già avevo fatto a Publitalia. Dopo pochi mesi, però, mio padre cominciò l'avventura in politica e io mi ritrovai in un vortice di impegni e responsabilità sempre crescenti».

Che consigli le diede il Cavaliere?
«La deluderò, ma i segreti del mestiere li ho imparati sul campo. Ricordo un solo caso: era la seconda metà degli anni 90, Confalonieri e mia sorella Marina presentarono a mio padre la situazione aziendale per tenerlo informato. C'erano diversi problemi organizzativi, ruoli scoperti e mio padre mi disse soltanto: "Mi raccomando, cresci in fretta"».

E oggi qual è il suo bilancio?
«Meglio di così... So di essere fortunato, di lavorare in un'azienda fantastica e ho il privilegio di avere con me ottimi professionisti che, cosa importante, sono anche veri amici».

Ha mai litigato con suo padre per un programma?
«Nel 2000, quando lanciammo il Grande Fratello su Telecinco e Canale 5, fummo la prima grande tv al mondo che ci provava. Mio padre disse "Siete matti", ma allora come sempre non mi ostacolò. Oggi il Gf è trasmesso in oltre 60 Paesi e ovunque è un successo».

Un errore di cui si rammarica?
«Nessun grande errore. Forse qualche scelta azzardata come l'acquisto nel 2005 dei diritti del calcio in chiaro. Fu una sorta di reazione d'orgoglio al fatto che la Rai ci avesse strappato la Champions strapagandola».

Un successo di cui andare fiero?
«Riuscire a mandare avanti al meglio la macchina aziendale ogni giorno, l'aver contenuto la crescita dei costi televisivi negli ultimi 7 anni all'1,5% medio mantenendo alta e moderna la qualità editoriale. L'ultima soddisfazione è l'aver anticipato tutti sul digitale terrestre inventando un nuovo modello di offerta pay per primi al mondo. Ma la strada è ancora lunga».

Ha mai pensato di entrare in politica?
«No, la politica mi interessa da cittadino. Al limite posso dirle che mi intriga l'aspetto più legato alla comunicazione televisiva dei politici. Chiamiamola deformazione professionale».

Escluso suo padre, chi fra i politici rende meglio in tv?
«Come comunicatore mi è sempre piaciuto Bertinotti e apprezzo Fini, schietto, diretto. Dicono che Tremonti sia antipatico, ma in televisione è efficace. Franceschini devo ancora capirlo bene, ma va alla sostanza».

A proposito di deformazione professionale, affiderebbe un programma al Cavaliere?
«Magari. Pensi al reality fatto da Donald Trump negli Usa, The Apprentice, in cui gareggiano aspiranti imprenditori. Con Silvio Berlusconi farebbe sicuro il 50% di audience».

Come è cambiata la tv italiana negli ultimi 10 anni?
«E' molto più diretta, vicina alla gente, meno ingessata. L'offerta è migliorata, e parlo di tutta la tv, non solo di Mediaset».

Quale obiettivo si pone?
«Che Mediaset attraversi al meglio la crisi per poi crescere ancora. Alcuni segnali che indicano ottimismo ci sono, ma temo che i tempi per la ripresa siano più lunghi di quanto si pensi».

Perché dice che Mediaset Premium - la pay tv del digitale terrestre - è una sfida difficile?
«Perché è il primo caso internazionale in cui un'azienda che fa tv generalista sviluppa un'offerta pay così rilevante e la propone su una piattaforma aperta a tutti gli editori. Non come il satellite in Italia che è monopolio di un editore che opera con decoder di proprietà. Ma già oggi con Premium abbiamo 3 milioni e 300 mila tessere attive, al di sopra delle aspettative, e ogni giorno circa 2000 persone scelgono di abbonarsi. Continueremo a migliorare la nostra offerta, ma detto questo, la tv generalista e gratuita ancora per molti anni resterà centrale e vincente».

A prescindere dalla pay tv, il digitale terrestre è già realtà in Sardegna. A maggio toccherà a parte del Piemonte, Torino e Cuneo: Rete 4 e Raidue non si vedranno più con il sistema analogico. Quali sono le vostre prospettive?
«Come tutte le rivoluzioni porta anche dei rischi. In Sardegna si era tanto parlato di un calo delle reti generaliste. In aprile, Rai, Mediaset e La 7 nel complesso perdono due punti, ma l'offerta dei nuovi canali digitali ha più che compensato: il saldo dà +3% rispetto all'aprile 2008. In Piemonte crediamo che la tendenza si ripeterà e stiamo pensando a un evento in piazza a Torino per spiegare le novità».

Toglierete dalla piattaforma Sky Canale 5, Rete 4 e Italia 1?
«Stiamo valutando. Partecipiamo a un'iniziativa, Tivù Sat, per offrire sul satellite le nostre reti gratuite a chi non è raggiunto dal segnale terrestre. E poi, certo, dovremo capire come favorire lo sviluppo del digitale terrestre su cui abbiamo investito molto e che sarà la piattaforma di tutta la tv».

Siete pronti a nuove acquisizioni?
«Non escludiamo opportunità all'estero. I giornali hanno parlato di Itv in Gran Bretagna, Pro Sieben in Germania, Digital Plus e altre due reti in Spagna, ma dico chiaro che non ci sono trattative».

Sviluppi su Internet?
«Stiamo lavorando per arricchire la nostra offerta che sarà comunque centrata su contenuti video».

Lei usa molto Internet? E' su Facebook?
«No, sono scettico. Capisco le potenzialità della Rete, ma mi fa un po' paura».

Torniamo a Sky. Dopo le polemiche sull'ingaggio di Fiorello, come pensa procederà la tv di Murdoch in questa svolta generalista?
«Parlerei piuttosto di rischio che Sky sta correndo. Tolto l'indubbio talento di Fiorello, ho i miei dubbi che siano contenti. Vede, la tv a pagamento non ha la forza di imporre un proprio evento, a meno che non si parli di contenuti che passano da soli, come la Serie A o i Mondiali di calcio».

Quali sono i volti tv che le piacerebbe avere a Mediaset?
«Oggi non ci sono volti tv che possano fare la differenza. E poi abbiamo già il meglio. Bisognerebbe inventare qualcosa di nuovo, che so? Totti e Ilary per una sitcom, Gattuso conduttore, Mourinho opinionista».

E un programma che invidia alla Rai?
«Mi piace molto "Ti lascio una canzone". Ha contenuti e toni giusti, è forte, pulito».

Si parla molto delle nomine dei direttori dei telegiornali, fra i quali quello del Tg5. Qual è la sua posizione?
«Non sento nessuna necessità di cambiare, siamo contenti di come è oggi il Tg5».
Luca Ubaldeschi
per "La Stampa"

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