Urbano Cairo presenta il futuro di La7 tra ascolti record,
il lancio di La7 Play, il rinnovo di Mentana,
l'arrivo della serie Sky Original M. e le nuove sfide dell'editore.
L'Hotel Principe di Savoia di Milano è la cornice scelta da Urbano Cairo per delineare il futuro della sua galassia mediale. Tra dati di ascolto record e nuove sfide digitali, l’editore alessandrino affronta i temi caldi del momento: dal rinnovo di Enrico Mentana all'acquisizione della discussa serie M, passando per il suo rapporto con la politica e il futuro del Torino. In questa conversazione, Cairo rivendica l'indipendenza di La7 e riflette sulla complessa transizione dall'impresa alla gestione della cosa pubblica.
Presidente Cairo, iniziamo dall'annuncio che ha sorpreso molti: l'approdo su La7 di M, la serie Sky Original sull'ascesa di Mussolini tratta dai romanzi di Scurati. Cosa l'ha spinta a puntare su un titolo così discusso?
«È un'operazione che ha una valenza per ascolti e interessi commerciali fortissimi. Abbiamo chiuso l'accordo con Sky per una serie che ha avuto un successo incredibile e che non era ancora andata in chiaro; per noi sarà una grande cosa. Riteniamo che ci sia tanta gente che vorrebbe vedere M e non l'ha potuta vedere: l'interesse per un prodotto che ha fatto ascolti pazzeschi è evidente. Non mi pongo affatto il tema politico. Quando facciamo scelte di palinsesto non abbiamo in animo di seguire ispirazioni politiche, ma ragioni prettamente commerciali».
La7 non si limiterà alla semplice messa in onda. Come integrerete questo contenuto nel vostro racconto editoriale?
«Faremo almeno quattro serate. La serie sarà presentata da Corrado Augias ne La Torre di Babele e arricchita da un finale con ospiti in studio per approfondire il racconto sul passato e sul presente di questo Paese. Vogliamo che sia un evento costruito attorno all'approfondimento, mantenendo la nostra identità anche quando apriamo alla fiction».
A proposito di identità, Enrico Mentana ha recentemente definito La7 una rete "anti-Meloni". Lei come risponde a questa etichetta?
«La7 non ha mai fatto sconti a nessun tipo di governo. Sono editore dal 2013 e ho ricevuto costantemente telefonate da parte di chi governava o aveva governato, ma non abbiamo mai cambiato rotta. Quando Mentana arrivò nel 2010 la situazione non era diversa: c’erano Santoro e Lerner che non facevano sconti a Berlusconi. Oggi abbiamo Augias, Gramellini, Cazzullo, Floris; non mi sembra che stiamo parlando di pericolosi bolscevichi. Siamo una rete che occupa uno spazio critico ma che è apertissima a tutti i protagonisti della politica. Anzi, sull'intervista a Donald Trump dico che abbiamo fatto un regalo alla Meloni, diffondendo informazioni che le hanno fatto un favore: dovrebbero dirci che siamo diventati "meloniani"».
Rimanendo su Mentana, il suo contratto scade nel dicembre 2026. State già lavorando al rinnovo?
«Il contratto scade tra due anni e io sono sempre felice di averlo con noi. C'è grande stima e un rapporto amicale da tantissimi anni. Tuttavia, il rinnovo sulla parola forse no: i contratti vanno fatti. Magari ci vedremo a ridosso della scadenza per vedere se ha interesse a rimanere o se preferisce fare cose differenti, nel rispetto degli accordi che abbiamo. È la prima volta che introduco un margine di incertezza, ma il rapporto resta solidissimo».
Si è parlato molto anche di un possibile arrivo di Federica Sciarelli dopo l'addio a Chi l'ha visto?. C’è una trattativa in corso?
«La stimo moltissimo e la chiamai già molti anni fa, ma lei era troppo legata al suo programma e alla Rai. Non l'ho chiamata adesso, ma sa che da noi le porte sono aperte. È bravissima e ha fatto un lavoro eccellente, anche se penso che resterà in orbita Rai per altri progetti, magari non più alla conduzione».
Sul fronte industriale, quali sono le novità per la prossima stagione?
«Lanceremo in autunno La7 Play, una nuova piattaforma digitale con un'app moderna per dialogare con tutti i device. Crediamo molto nell'investimento sul digitale, specialmente dopo una stagione che ha segnato i nostri migliori ascolti di sempre: il 5% di share nel totale giornata e il 6,6% nel prime time. Abbiamo anche rafforzato la nostra presenza nell'editoria di settore aumentando al 14,43% la quota in Prima Comunicazione, trasformando un vecchio credito in capitale, pur restando soci silenti senza ruoli nella gestione».
Parlando di calcio, i tifosi del Torino si chiedono se ci siano novità concrete per la cessione del club.
«Non ho ricevuto offerte vincolanti, che sono le uniche che contano. Ci sono soggetti che guardano i numeri, ma finora è un nulla di fatto. Ho detto che sarei disponibile a cedere a un torinese ricco e generoso che abbia voglia di fare qualcosa per il Toro, ma non so se esista. Per ora la società resta saldamente nelle mie mani, garantendo la stabilità economica e sportiva che abbiamo mantenuto dal 2005».
Infine, le chiedo un commento sulle voci che la vorrebbero candidato sindaco a Milano. C'è un fondo di verità?
«Sì, è quello che sto pensando di fare: sto cercando qualcuno che compri tutto e poi.... Scherzi a parte, la politica è una cosa complicata. Come spiego spesso citando Giuliano da Empoli, molti imprenditori pensano che avere successo in azienda basti per riuscire in politica. Ma in azienda il terreno di gioco è chiaro: prodotti, costi, persone. In politica non ci sono regole stabili né un perimetro definito. Lo stesso Berlusconi, un imprenditore straordinario e visionario, in politica alla fine ha fatto solo il 30% di quello che avrebbe potuto, proprio perché non aveva la stessa capacità di incidere con velocità che aveva nelle sue aziende».
Articolo a cura di Simone Rossi
per "Digital-News.it"
(twitter: @simone__rossi)