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Televisione RAI MEDIASET

Ventura: 'Rai o Mediaset? Magari smetto'

• 7 min lettura
Fonte: iltempo.it | Condividi 📲

Com'è lo slogan della Ventura? «Crederci sempre, arrendersi mai», o qualcosa del genere. Va pronunciato in modo rapido e deciso, come una schioppettata. Braccio teso in avanti e dito puntato sul video: Berlusconi provò a emularlo, in campagna elettorale, andò come andò. Ora Supersimo se lo ripete a ogni passo, come un mantra orientale. Perché l'anno televisivo non è dei più semplici, e lei giura che adesso basta, che nel 2007 sarà ovunque, altrove o forse ancora qui. «E tornerò a bere chinotto, se sarà necessario».

Il chinotto?
«Ma sì. Ci sono dei periodi nella vita in cui puoi sorseggiare lo champagne, come questo. Però non dimentico da dove sono partita. Ero una ragazza di provincia, in cerca di fortuna: non avrei mai pensato di arrivare a questi livelli, senza venir meno ai valori che mi ha inculcato la mia famiglia. So distinguere il bene dal male. E dai compromessi».
Quindi?
«Premesso che ho un contratto con la Rai in scadenza a marzo, a breve non farò più questo lavoro. Il mondo della televisione è bellissimo, ma se lo guardi più da vicino ti accorgi che la sua doratura è artificiale. E io non vivo solo di questo. Non mi sveglio di soprassalto con l'incubo della telecamera che mi ignora. Sono felice quando posso fare cose normali, quando posso andare all'estero per rilassarmi, o al supermercato, o a scegliere nuovi mobili. Voglio stare con i miei figli prima che divengano grandi. Insomma, farò scelte differenti».
Ma non vuole andare così lontano, via. Da qualche tempo si autocandida come dirigente, magari a Raidue. Pochi passi e va dietro le quinte.
«Mi piacerebbe molto. Quello del direttore è un ruolo fantastico, ma non sarei all'altezza di Gori, Freccero, Giovalli, Marano. Dovrei imparare da loro. Però so capire istintivamente i personaggi adatti a un programma».
Il cast dell'Isola non era un granché.
«Non è vero. Abbiamo fatto scelte coraggiose, senza puntare troppo sulla notorietà dei partecipanti. Altri reality hanno speso più soldi e ottenuto cast più forti, ma hanno chiuso prima. I nostri avevano motivazioni solide rispetto a tante star, che magari non erano volute venire, perché avrebbero dovuto abbandonare le loro maschere, farsi vedere per quello che sono veramente. Ma è stata una stagione complicata per tutti».
Qualcuno vi rimprovera di aver volutamente corso il rischio di un Ceccherini bestemmiatore. Il suo linguaggio era prevedibile. Non potevate non sapere.
«Massimo è stato lì 35 giorni, ha fatto un grosso sforzo su se stesso. Ha chiesto scusa: cos'altro avrebbe dovuto fare, suicidarsi? Per il concetto della pietà cristiana dovremmo tutti accettare le sue scuse. Ma siamo capitati in un momento isterico della nostra società. Pare abbia combinato chissà cosa. Sfido chiunque a non avere un familiare o un amico che non abbia mai commesso questo tipo di errore».
Ne patteggia l'assoluzione? Cento avemarie?
«L'Isola è lo scenario dello psicodramma collettivo italiano, appassiona per questo. Nessuno può controllarsi fino in fondo: abbiamo tutti un lato oscuro. I naufraghi incarnano le nostre debolezze. Quando sono lì conoscono una sofferenza vera, la fame. Nessuno gli offre panini quando finisce la diretta».
Non mi riconosco in Calvani o Di Lernia.
«Calvani ha vinto perché è un Robin Hood, un Peter Pan, perché ha tirato fuori la grinta e un carattere pazzesco. Ha battuto Chiappucci, il campione senza macchia e senza paura. Ma è stata una bella finale: con la Occhiena, la donna che ha saputo ricostruirsi una vita. E Sara Tommasi: è una studentessa della Bocconi, mica solo una che fa i calendari».
Una drammaturgia cinica e diseducativa, secondo molti osservatori.
«Eravamo un bersaglio grosso, in tanti hanno sparato fregnacce per conquistarsi spazi facili sui giornali. La tv non deve essere educativa al trecento per cento. È lo specchio che riflette questo tipo di società. L'Isola è un gioco che colpisce alla pancia, questo sì».
Lei ci andrebbe?
«Come partecipante? Tutta la vita. È un'esperienza che arricchisce noi in studio, figurarsi sulla spiaggia, tra digiuni e bufere».
La sua amica Mara Venier non ha voluto andarci neppure per un giorno.
«Ma altri sì. Meluzzi ha accettato, e per lui e il cast è stato un viaggio catartico. Con Mara nessun problema: a marzo girerò con lei questo reality on the road in America. In onda spero a maggio».
Intanto Mediaset le ha sparato contro "Direttissima", programma-clone del primo "Quelli che il calcio".
«Ci avevano annunciato la guerra: visti i risultati? Il pubblico sa discernere... ma sono "contenta" che loro abbiano avuto il permesso di mostrare scene che a noi erano state proibite: l'esultanza dei giocatori, le panchine, le tribune. A Mediaset detengono i diritti, no? Giusto così. Noi abbiamo invertito da tempo la rotta, e siamo orgogliosi di fare una trasmissione in mezzo a tutti questi ostacoli, senza immagini dai campi. Potremmo azzardare oltre, non lo facciamo per rispetto di Sky. Abbiamo tante pagine: la politica, il costume. Certo, sarà complicato portare a termine il ciclo se la Lega Calcio continua a vietare ai propri tesserati di venire ospiti a "Quelli che"».
Sospetta che le stiano facendo pagare l'intervista a Moggi?
«Io sono strafelice di averlo invitato. Quella della Lega è una sorta di minaccia, non so neppure quanto consentita dalla legge, mentre quelli di Mediaset cercano da loro uno sconto sui diritti. Questo è il gioco, ma non è un attacco personale contro di me, anche se certi ostracismi non si vedevano dai tempi di Biagi, Santoro e Luttazzi. Mi piacerebbe che finisse questo malcostume tutto italiano di fare i palinsesti "contro" qualcuno. A me piace la competizione leale, quando si lavora sulle idee, senza strumentalizzare il dolore degli altri, i mariti, i divorzi. Ho dimostrato in questi cinque anni di saper gestire un programma che man mano veniva depauperato dei propri ingredienti: c'è stato uno sforzo produttivo straordinario per mantenere questi ascolti. Per garantire alla Rai la raccolta pubblicitaria, l'occupazione dello staff. Se sopravviveremo a tutto questo sarà già un bel risultato».
Però a Viale Mazzini non sembrano volerla tutelare più di tanto.
«La Rai è come un grande elefante, si muove lento e inesorabile. Ci sono sempre stati figli prediletti e figliastri trascurati. In altri momenti mi sono sentita protetta, ma la mia onestà professionale mi ha consentito di lavorare serenamente sia con la destra al timone sia con il centrosinistra. Io penso al prodotto, ho un'attitudine commerciale, e stare nella "colonia" milanese mi permette di isolarmi, senza pensare alle strategie romane. Ora penso solo a concentrarmi su "Quelli che". A marzo 2007 sarò io a decidere se continuare in Rai, un'azienda cui mi sento vicina, che rispetto e che mi ha offerto opportunità di grande prestigio, o se tornare a Mediaset».
Che ora le mette i bastoni tra le ruote per convincerla a cambiare casacca.
«È la mia casa madre: lì mi hanno preso quando non ero nessuno, mi hanno insegnato un mestiere e fatto crescere. Ma sarò io a prendere una decisione. La prossima settimana ho un appuntamento con Del Noce, vediamo».
Laura Pausini si è praticamente chiamata fuori dal progetto di un varietà per Raiuno stile "Milleluci" della Carrà e Mina.
«Per un impegno del genere dobbiamo essere convinte tutte e due. Ma nella tv odierna le idee contano più dei personaggi. Con Del Noce vedremo se viene fuori quella giusta. Ce ne sono tante, sospese in aria, non solo il maxishow del sabato prodotto da Ballandi».
Se Gori cede la Magnolia alla De Agostini?
«Se c'è un'intuizione forte posso andare da chiunque e dovunque. Alla De Agostini con Magnolia, in Spagna da Antenna 3. Non ho preclusioni».
"Music Farm" è stato chiuso per gli ascolti bassi o per non fare ombra a Sanremo?
«Il Festival non c'entra. È stata una bellissima esperienza, ma io faccio 65 prime serate all'anno, nel 2007 voglio diminuire la dose».
Ha dichiarato: "Ignoravo la potenza dell'invidia". Una donna di mondo come lei.
«Perché non ne provo. Ho visto un'intervista a Silvia Tortora, parlava di questa cosa atroce successa al padre, del latente sentimento distruttivo che lo circondava. Gli invidiosi vivono male. Io non ho neppure il tempo per entrare nelle loro dinamiche malate. Perderei energie preziose».
Galliani e Piersilvio grippano il motore contemporaneamente. Chi soccorre?
«Hanno già tante persone che lavorano con loro. In un minuto arrivano tutti i carri attrezzi della Lombardia».
La Melandri resta chiusa in ascensore.
«Buon Dio, ci sarà qualcun altro nel palazzo? Le lascio una bottiglietta d'acqua sulla porta».
Mai più con un calciatore?
«Non so cosa mi riserverà la vita, ma non è questo il momento. Né calciatori né altri».
Arrendersi mai?
«Figuriamoci».

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