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Luttazzi: 'Ho detto no a Baudo che mi voleva con lui a Sanremo'

Fonte: La Stampa

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Televisione
domenica, 18 febbraio 2007 - 00:00

Daniele LuttazziDaniele Luttazzi era un artista di rottura anche quando, nel 1978, cantava nel gruppo new wave Ze Endoten Control's. «Avevo creato la "musica neoplastica". Una serie di loop sonori, derivati da vecchi dischi di liscio deformati col calore». Due anni dopo Money for Dope è la volta di School is boring, acquistabile solo su www.danieleluttazzi.it e www.indiestore.com. Musiche e testi (in inglese) tutti suoi.

«Money for Dope» era «un musical elegìaco». E «School is boring»?
«Ogni canzone narra una vicenda amorosa con una ragazza diversa. A seconda del tipo di storia ho cambiato il tessuto sonoro, cercando un contrasto tra parole e musica».
 
L'Italia è invasa da cantanti romanzieri, lei incide dischi. Onnipotenza artistica?
«E' un'accusa provinciale. Per sentirmi autorizzato a fare dischi, mi sono bastati i complimenti dei musicisti quando hanno letto gli spartiti. In School is boring c'è l'orchestra d'archi che lavora con Ennio Morricone, un virtuoso come Stefano Di Battista e un duetto con Ada Montellanico di cui vado fiero».

Perché Internet?
«La discografia tradizionale è obsoleta. I più giovani scaricano il brano, non il disco. Ha ragione Vince Tempera: siamo tornati ai 45 giri. Con Internet abbatti i costi e hai una platea mondiale».
 
Lei è un comico pubblico, mentre i suoi dischi sono molto privati.
«Vero, nella mia carriera i due piani sono ben distinti. Con la satira emerge un lato del mio carattere, con la musica un altro. Convivono, ma sul palco non potrei mescolarli. Poteva farlo Gaber, ma la satira è altro. Non amo i comici che buttano là una canzone come un sorbetto».
 
Paolo Rossi porta a Sanremo un inedito di Rino Gaetano. Lei no?
«Ci ha pensato Pippo Baudo: mi ha proposto di presentare con lui il Festival. Ha detto alla mia ex manager che Luttazzi doveva rientrare in Rai "dalla Basilica di San Pietro", nel senso che lui è il Papa della Rai. Ho rifiutato perché non avrei potuto ironizzare sui cantanti (i discografici lo vietano), né toccare i temi cardine della satira: religione, sesso, politica, corpo. Mi piacciono le "sfide pop" di Elio e Paolo Rossi, ma non puoi ballare il tip tap su una palude».
 
Beppe Grillo si è lamentato dello special di Minoli. Lei gradirebbe?
«Inutile rispondere a un'eventualità impossibile. Mi basterebbe che RaiSat ritrasmettesse il mio Satyhcon. Mi hanno persino tolto dal sito Rai, è come se non avessi mai lavorato per loro. La dirigenza non mi vuole, Petruccioli ripete che sono troppo "coprolalico" dimenticando che la satira è di per sé coprolalia. In tv non c'è satira, solo sfottò».
 
Non crede che la sua epurazione, più che politica, sia religiosa?
«E' possibile. Giancarlo Leone, vicedirettore Rai, ha detto che nessuno si sta muovendo perché io torni in tv. Bene: Leone è stato nominato da Ratzinger "consulente per la comunicazione vaticana". Sono l'unico comico che in Italia parla di Chiesa, forse perché sono l'unico a conoscere la materia. Le religioni operano un plagio di massa, facendo coincidere reato e peccato. Il Vaticano condiziona la politica italiana su eutanasia e Pacs. Il governo, con i Dico, ha fatto una legge al ribasso insoddisfacente».
 
Fa parte dei delusi da Prodi? «La delusione è un sentimento facile che attiene al campo delle attese assolute. Chiaro che un governo di coalizione soddisfa mediamente tutti e pienamente nessuno. Nel mio ultimo spettacolo, Barracuda 2007, spiego che mi piace la finanziaria, non mi piacciono Mastella, i ritardi nella cancellazione delle leggi-vergogna e il rifinanziamento in Afghanistan. La sinistra si porta dietro contraddizioni dai tempi del Kosovo. Io conoscevo già D'Alema e Parisi: per questo non mi hanno deluso. Ma mi ricordo anche la squallida alternativa a Prodi».

E' vero che marcia sul ruolo di martire?
«In Italia, paradossalmente, se subisci un sopruso non te lo perdonano. Invitai Marco Travaglio nel 2001 perché mi sembrava doveroso parlare del passato di un uomo, Berlusconi, candidato Premier. Ho vinto tutte le cause perché l'intervista si basava su fatti certi, ma ho subito danni incalcolabili. Mi sono defilato, ma altri hanno creato la figura di "quello che fa la vittima". Mi danno dell'opportunista, ma io faccio le cose per passione. Ben sapendo che non conviene».

Andrea Scanzi
per "La Stampa"

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