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Televisione

Produrre i telefilm: dibattito tra esperti al Telefilm Workshop

• 6 min lettura
Fonte: Digital-Sat (original) | Condividi 📲
Sette giorni dopo la sua conclusione torniamo sul Telefilm Festival che si è svolto la scorsa settimana a Milano e così faremo per ogni lunedì fino alla fine di Giugno, analizzando i temi più interessanti emersi nel corso della manifestazione, che da quest'anno è stata preceduta da un workshop sui telefilm (organizzato in collaborazione con Millecanali ed Eurosat) dedicato a studenti, giornalisti e addetti ai lavori.
E proprio da qui vogliamo partire raccontandovi cosa è successo nel corso del primo incontro dal titolo "Produrre i telefilm. Similitudini e differenze tra metodologie di produzione di serie tv in Italia e all'estero". Un titolo complicato per parlare semplicemente di produzione con i responsabili di case di produzione, tra cui le famose Taodue ed Endemol, e non solo... A moderare l'incontro ci pensa un esperto del settore come Aldo Grasso, professore all'Università Cattolica e critico televisivo del Corriere della Sera.
Il primo tema lanciato dal moderatore sono proprio le possibili cause alla base della differenza tra la produzione di serie tv negli Stati Uniti e in Italia. Prova a rispondere Pietro Valsecchi, amministratore delegato di Taodue (la casa di produzione di Distretto di Polizia), secondo cui i nostri sceneggiatori non sono molto preparati ad affrontare la scrittura di lunga serialità, preferendo invece raccontare ritratti di grandi personaggi o storie di alta moralità in un percorso graduale, uscendo difficilmente dalla miniserie in due puntate, ormai un format tipico della nostra produzione. Ad avvalorare questa tesi ci pensa anche Aldo Grasso, il quale sostiene che la lunga serialità non fa proprio parte della storia televisiva italiana.
Quello che invece non è una miniserie si ispira alle grandi serie americane: come Distretto, ispirato - confessa Valsecchi - ad ER come filo logico di costruzione della storia, il cui architrave è il punto focale di ogni processo produttivo. La formula vincente per lui è, infatti «contenuto, profondità, sintesi».
Più a fondo nella sua analisi si spinge Marco Bassetti, membro dell'International Board di Endemol Italia, che cita anche le cifre che segnano la differenza del nostro paese con gli USA: a cominciare dagli orari del prime time, che oltreoceano occupa la fascia tra le 20 e le 23, mentre da noi è relegato tra le 21.30 e le 23.30; per non parlare dei costi di produzione che negli States partono dai 2 mln di dollari, a differenza dell'Italia dove il minimo è fissato intorno ai 900mila euro. Altra importante differenza è la netta separazione che c'è tra la produzione e la diffusione, per cui i network non possono produrre autonomamente, dovendosi così affidare alle case di produzioni esterne totalmente slegate dall'industria del cinema, non come in Italia dove la commistione è ancora presente.
Più in generale, in Europa i broadcaster non coprono la totalità dei costi sostenuti dal produttore, che deve pertanto sperare che il prodotto vada bene sia in patria (local) che all'estero (global), riuscendo solo così a rientrare tutte le spese. Inoltre, mentre la durata della produzione di una nuova serie in America è sempre di due anni (e di tutte quelle che iniziano l'iter, solo il 20% lo completa) e il suo sviluppo viene attentamente seguito da un responsabile del network (showrunner) al fine di correggere in corsa gli eventuali errori, nel vecchio continente tale ipotesi non può essere presa in considerazione a causa della mutualità derivante dal mondo cinematografico, dove il processo produttivo non poteva, per forza di cose, venire a contatto con la diffusione del prodotto.
Con queste premesse, il giudizio perentorio e pessimistico espresso da Bassetti non fa una piega: «l'Europa non riuscirà mai a colmare il gap con gli Stati Uniti».
Per il presidente di Publispei (la casa di produzione di serie come Un medico in famiglia), Carlo Bixio, un altro elemento di differenza è il numero delle tv: in Europa ve ne sono molte di più che negli States, ma da noi non possono essere utilizzate da tutte a causa delle divergenze linguistiche. Ecco che una soluzione potrebbe essere rappresentata dalle tecnologie multilingua, come i dvd e il satellite, per poter creare finalmente delle produzioni totalmente europee.
Ritornando al caso italiano, Bixio esprime il proprio dissenso contro le parole del presidente della commissione di vigilanza Rai, Mario Landolfi, che aveva invocato che la Rai tornasse a produrre autonomamente non ricorrendo più alle produzioni esterne: «ad ognuno il suo lavoro: a noi produttori il compito di produrlo, alle televisioni quello di trasmetterli». Proprio il concetto di servizio pubblico sarebbe, per il presidente di Publispei, un'anomalia tutta italiana...
Al responsabile fiction Mediaset, Giorgio Grignaffini, è affidato invece il compito di ripercorrere la storia della fiction italiana: tutto nacque solo alla fine degli anni '90, proprio con Un medico in famiglia (1998, RaiUno), Vivere (1999, Canale5) e Distretto di Polizia (2000, Canale5). Fu un vero successo di critica e pubblico tanto che i broadcaster, volendo cavalcare l'onda, pretendevano l'impossibile dalle fiction, chiedendo di passare in breve tempo dalla miniserie tematica (figlia della storica sceneggiata della prima tv) a prodotti seriali con temi quotidiani. E, come ha espresso molto bene Grignaffini, «non è possibile creare inventori dal nulla».
Mediaset, da canto suo, ha cercato di far coesistere i due generi fornendo un crescente impulso alla lunga serialità (l'esempio di Vivere è evidente), mantenendo però qualche miniserie classica, adattata nei contenuti e nei temi al target di riferimento di una rete come Canale 5, decisamente più basso rispetto a quello istituzionale della Rai, incorrendo anche in qualche flop che, secondo il dirigente Mediaset, «fanno parte del gioco produttivo: se si cerca l'innovazione, è scontato che si corrano dei rischi...».
Della partita è stato anche Bartolomeo Corsini, direttore della sede lombarda del Centro Sperimentale di Cinematografia, che ha basato il suo intervento sulla necessità di creare due figure professionali: lo scrittore-sceneggiatore e il produttore creativo, che avrebbe il compito di collegare il mercato con la struttura narrativa. A dimostrazione di ciò, Corsini ha preso ad esempio gli allievi del suo Laboratorio avanzato di creazione e produzione Fiction a cui è importante far conoscere i mercati internazionali per favorire e incentivare l'esportazione delle serie prodotte in Italia, processo attualmente difficilmente praticabile.
Al termine di questa tornata di relazioni, il moderatore Aldo Grasso ha chiesto qualche parere riguardo le possibili soluzioni per ridurre il gap con i produttori americani o comunque rendere migliore il prodotto seriale italiano.
Per Valsecchi la parola chiave è ricerca: rinnovarsi sempre e mettersi in discussione, tenendo presente che il pubblico è oramai più che competente e che occorre lavorare fondamentalmente sul prodotto in sé, la cosiddetta architrave di cui si parlava in precedenza.
Marco Bassetti è invece tornato sulla vicinanza del cinema con la tv, vero problema - secondo lui - della produzione italiana, a cui manca anche la figura dell'head productor all'americana, colui il quale, libero da condizionamenti e imposizioni da parte del network, si fa carico dell'intera responsabilità del processo produttivo che è chiamato a dirigere. Pertanto il patron di Endemol Italia lancia un appello ai giovani: «è fondamentale al giorno d'oggi comprendere tutto per poterlo poi gestire con molta responsabilità e competenza, avendo cura di sviluppare un occhio aperto anche al più piccolo particolare».
Preziosi consigli che tutti i presenti hanno dimostrato di apprezzare, trovandosi per lo più d'accordo con le argomentazioni degli autorevoli relatori. Se volete dire la vostra, la nostra casella mail è sempre a vostra disposizione: redazione@digital-sat.it
Appuntamento a lunedì prossimo!
Giorgio Scorsone (Giosco)
per "Digital-Sat.it"

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