Segnali nuovi e positivi: le reti si scambieranno le frequenze

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Fonte: La Repubblica - Affari e Finanza

D
Digitale Terrestre
  lunedì, 09 luglio 2007
 00:00

Attorno alla tv digitale terrestre c’è una situazione caotica. La crescita del numero degli utenti potenziali è in una fase di stanca. I broadcaster sulla nuova piattaforma girano con i motori al minimo, il varo di nuovi canali va a rilento, la copertura pure e non si vede la fila di nuovi produttori di contenuti che scalpitano per entrare sulla nuova piattaforma.

Il duplice test di Sardegna e Val d’Aosta è invece andato bene e ci sono nuove regioni che stanno trattando per ospitare il prossimo switch over, lo spegnimento della trasmissione analogica di Rai2 e Retequattro. E’ difficile leggere in questi fatti un filo unitario, ma molte cose sono in movimento e lo scenario potrebbe cambiare già nelle prossime settimane.

Partiamo dai numeri. I decoder del digitale terrestre in Italia, stando ai dati di fine aprile, sono 5,2 milioni; 4,8 milioni di decoder semplici e circa 400 mila integrati in altri apparati (soprattutto nuovi televisori digitali ma anche qualche lettore dvd). Cifra rilevante, che supera del 25% il numero degli abbonati di Sky, per fare una proporzione.

Ma il numero dei decoder davvero funzionanti sarebbe invece stimabile in circa 3,7 milioni: insomma non avrebbero ancora superato Sky. Ma circolano valutazioni secondo le quali il numero di italiani che poi il decoder del Dtt lo usano davvero con continuità sarebbe ancora più basso. D’altra parte perché dar loro torto? In molte aree il segnale arriva ancora male o per niente. Ma soprattutto, sul Dtt ci sono in pratica le stesse cose dell’analogico.

E allora perché cambiare abitudini? Quest’ultimo punto è quello dirimente: si è visto che dove l’offerta del Dtt è ricca, come in Gran Bretagna, o presenta delle significative novità, come in Spagna e Francia, le crescita si fa subito più rapida. Al punto che in Gran Bretagna adesso perfino la BSkyB di Murdoch sta lanciando una versione della sua pay tv sul digitale terrestre.
In Italia per ora tutto va a rilento.

Dopo il grande boom dell’estate 2005, quando, alla vigilia del campionato di calcio in cui avrebbero debuttato le carte prepagate si vendettero quasi un milione di decoder in un paio di mesi, la crescita è andata indietro. Da inizio anno ad oggi i nuovi decoder galleggiano sui 40 mila al mese. Complice certo la fine delle sovvenzioni che sono state definitivamente bocciate da Bruxelles.

Ma anche perché il calcio ha in effetti ormai raggiunto il suo limite di crescita. Servono contenuti nuovi e nuovi canali, ma proprio Mediaset, che due anni fa era stata il motore dell’esplosione del Dtt, ora frena. O meglio, frena Publitalia. Le truppe d’assalto di Giuliano Adreani, amministratore delegato sia di Mediaset che di Publitalia, ossia gli uomini che vendono il 65% di tutta la pubblicità televisiva italiana, se volessero potrebbero favorire la migrazione degli spot verso il digitale ma non lo fanno.

Publitalia al digitale non ci crede, è la convinzione generalizzata tra gli addetti ai lavori. Come, d’altra parte, non ha finora creduto ad Internet. Chi al contrario viene accreditato di maggiore entusiasmo verso le nuove piattaforme è Piersilvio Berlusconi. E’ lui che ha voluto le carte prepagate per la pay tv di Mediaset. E sono in molti ad aver visto nella recente redistribuzione di cariche in Rti, il cuore della produzione di contenuti di Mediaset, una sua mossa per avere più autonomia di movimento rispetto a Publitalia. Si vedrà.

Rai, per parte sua, è ancora indietro con gli obiettivi di sviluppo della rete digitale terrestre. Ma ha appena annunciato il suo disimpegno dalla tv mobile sul Dvbh, che le avrebbe comportato grossi oneri per l’acquisto delle frequenze necessarie, che non ha e questo vuol dire che può concentrare le sue risorse sul Dtt. Quanto a Telecom Italia, fino a che il passaggio di consegne tra Tronchetti e i nuovi azionisti non sarà completato è difficile che si impegni oltre l’ordinaria amministrazione.

E’ in questo scenario incerto che hanno fatto irruzione due segnali di novità. In Sardegna, già solo avendo tolto Rai2 e Retequattro, l’utilizzo del digitale si è impennato, come ha rilevato l’Auditel, parlando di un boom di ascolti. E infatti anche le tv locali rimaste sulla sola trasmissione analogica iniziano a premere per trovare spazio sui multiplex digitali dove gli ascolti crescono.

Poi c’è il caso Boing, il canale di cartoni animati di Mediaset sul digitale terrestre. E’ stato calcolato che fa più ascolti del Disney Channel su Sky. Due fatti, piccoli, certo, ma hanno iniziato a produrre i primi effetti. La stessa Rai da un mese ha messo sul digitale terrestre Gulp il suo analogo di Boing: prima solo 5 ore di programmazione, dalla scorsa settimana con un palinsesto che va dalle 7 del mattino alle 11 di sera.

Che attorno al Dtt si stia risvegliando l’interesse degli operatori lo testimonia anche il fatto che si è all’improvviso accesa la polemica sulla numerazione dei canali. Adesso tutti si preoccupano della posizione che avranno sul telecomando, anche perché se nell’analogico i canali che contano sono una dozzina, col digitale, che li moltiplica per cinque, molti, specie le locali, rischiano di trovarsi una numerazione da tv satellitare. E’ un nodo che il ministro Paolo Gentiloni deve dirimere rapidamente se vuole approfittare di questa improvvisa apertura di aspettative sulla nuova piattaforma.

Ma nei programmi del ministero c’è in questi giorni soprattutto la trattativa parallela con la Regione Sardegna e il Piemonte. Sulla Sardegna, il vecchio accordo che ha portato allo switch over dello scorso marzo, prevede anche lo spegnimento completo, ‘switch off’ lo chiamano i tecnici, di tutta la rete analogica dell’isola, per il primo marzo 2008, tra otto mesi. Per arrivarci serve però un passaggio intermedio, che prevede intanto l’estensione dello spegnimento di Rai2 e Retequattro analogiche in tutto il resto dell’isola (oggi è solo a Cagliari e Sassari).

Ma ora non si può più contare sui fondi per la sovvenzione ai decoder, come si è fatto nel marzo scorso. Le nuove provincie sarde tentano di riesumare gli aiuti in qualche modo ma il ministero non può concederli, anche perché tratta parallelamente con il Piemonte, dove gli amministratori avrebbero di fatto già rinunciato ai contributi in cambio di garanzie sulla copertura completa del territorio regionale e sull’assistenza tecnica nel passaggio soprattutto per le fasce più deboli della popolazione, in particolare i pensionati.

Il passaggio è decisivo, ma bisogna fare in fretta. Il laboratorio sardo è strategico, anche perché per realizzarlo bisogna rimettere mano alle frequenze. Il digitale non funziona come l’analogico, con i canali che trasmetto in mille frequenze diverse: qui vale il principio di un canale una frequenza su tutto il territorio.

Vuol dire che tutti devono essere d’accordo per creare una specie di stanza di compensazione: i gestori dei multiplex devono scambiarsi frequenze per realizzare questo riallineamento. «Le condizioni sembrano esserci -  afferma Piero De Chiara, presidente del consorzio DgTv, che riunisce i maggiori broadcaster -  ma ci vogliono tempi certi

Entro luglio il ministero d’accordo con le imprese e la regione deve dare il via alla migrazione di Rai2 e Retequattro anche nelle restanti provincie sarde, da realizzare in autunno. E entro settembre serve che l’Autorità delle Tlc emani il nuovo piano frequenze sulla Sardegna per procedere alla riassegnazione».

Se a marzo prossimo la Sardegna non avrà più un solo canale analogico attivo e si sarà avviato lo spegnimento progressivo di una grande regione del Nord come il Piemonte (a cui si potrebbe aggiungere anche il Trentino Alto Adige) si sarà dato al mercato tv italiano uno scenario con più certezze.

Anche perché senza certezze operative è difficile che si facciano avanti nuovi protagonisti a richiedere quel 40% di capacità trasmissiva che i gestori dei multiplex devono mettere all’asta tra i nuovi fornitori di contenuti. Sono aste che rischiano di andare deserte. E toccherà tenersi il duopolio ancora un bel po’.

Stefano Carli
per "Repubblica - Affari e Finanza"

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