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Diritti tv calcio, Antitrust: 'Vendita collettiva, ma no a legge'

• 3 min lettura
Fonte: ilvelino.it | Condividi 📲

Sì alla vendita centralizzata dei diritti televisivi del calcio professionistico. Ma no a una sua imposizione per legge dello Stato. Il parere ufficiale e definitivo dell'Antitrust che emerge oggi al termine della sua indagine conoscitiva sul mondo del pallone italiano fornisce al dibattito parlamentare sulla materia elementi interessanti ma controversi. Perché la nuova normativa che sta per arrivare in aula alla Camera da mercoledì 17 gennaio riflette in buona parte le indicazioni di principio enunciate dall'Authority. Ma lo fa appunto attraverso una legge di delega al governo; che è in fin dei conti proprio quello che l'organismo incaricato di vigilare su concorrenza e mercato sconsiglia ora di fare. Nel testo-base emerso dal lavoro di oltre due mesi nella commissione Cultura di Montecitorio sono stati comunque recepiti molti dei suggerimenti appena resi pubblici dall'Antitrust. A cominciare da quell'obbligo di destinare una quota "prevalente" degli introiti derivanti dalla trasmissione delle partite in televisione a una redistribuzione equa fra tutte le squadre che partecipano ai campionati.
E in questo la sintonia con quanto appena raccomandato dall'organismo guidato da Antonio Catricalà è profonda, visto che quest'ultimo invita a "destinare una parte significativa dei proventi alle finalità mutualistiche (a vantaggio delle società di Serie A e B e del sistema calcio nel suo insieme)". Il ddl-delega si discosta invece dall'Antitrust sulla ripartizione del resto delle royalties. Se infatti il Parlamento si sta orientando a privilegiare in seconda battuta le squadre che meglio si comportano sul campo ma anche quelle che godono di un seguito di tifosi (e quindi di telespettatori) più consistente, l'Antitrust prende in considerazione solo il primo dei due criteri; liquidando come improprio il secondo. Esorta infatti ad "attribuire una parte non residuale dei proventi sulla base di criteri meritocratici, prescindendo pertanto dai valori relativi al bacino d'utenza delle singole squadre che nulla hanno a che vedere con il merito sportivo". È prevedibile che sarà proprio questo punto a suscitare perplessità e polemiche sia nel mondo del calcio sia in quello della politica. Visto che in pratica disconosce il fatto che, per quanto possa essere collettiva la vendita dei diritti audiovisivi, ad alzare il prezzo che le emittenti sono disposte a pagare è sicuramente il numero di abbonati che queste possono a loro volta racimolare presso grandi club come Milan Juventus, Inter, Roma, Napoli, Lazio etc. Il problema più grosso che incombe però a questo punto sulla legge che sta per arrivare in assemblea a Montecitoio è, come detto, quello della sua stessa natura di atto legislativo.
A tale proposito infatti l'Antitrust nel momento in cui sottolinea con decisione che la vendita collettiva dei diritti radiotelevisivi "potrebbe migliorare la situazione di un sistema calcistico vittima di squilibri di tipo economico fra società maggiori e minori", aggiunge però che essa va intesa "come facoltà e non come obbligo". In questa logica l'unica indicazione implicita che arriva sempre dal provvedimento dell'Authority è quella di affidare alla Federazione italiana gioco calcio il compito di disciplinare la materia. Anche perché a suo avviso "le Leghe, in quanto rappresentative delle società cui devono essere applicate le stesse regole di redistribuzione delle risorse, non sono i soggetti adatti alla definizione di tali regole". Viene in sostanza paventato abbastanza esplicitamente un conflitto di interessi. E viene di conseguenza consigliato di affidare i compiti di ripartizione "a un soggetto terzo, o quantomeno a un organismo indipendente che risponda alla Figc sulla falsariga della Co.Vi.Soc".

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