Gene Gnocchi, ha praticato il calcio per molti anni in molte squadre. Una volta il livello di violenza era diverso?
«Per quello che mi ricordo c'era qualche lancio di monetine, qualche insulto, ma certo non rammento episodi di guerriglia urbana come quelli avvenuti a Catania».
Come mai la situazione è diventata ingovernabile?
«Il rapporto tra i peggiori ultras e lo stadio è cambiato: per i teppisti lo stadio è diventato un palcoscenico. Non sono interessati alla partita e nemmeno al risultato, ma solo al fatto che i loro gesti abbiano una risonanza pubblica. Per questo mi interrogo sulla decisione di sospendere i campionati. Una decisione giusta, che andava presa: ma in questo modo si dàsoddisfazione a chi ha compiuto questo gesto. Me li immagino contenti del clamore, e di averla fatta franca. C'è da dire che spesso le frange organizzate del tifo sono a stretto contatto con le società, le condizionano pesantemente. Capita spesso che gli ultras vadano a parlare con i calciatori negli spogliatoi, che pretendalo spiegazioni, che li minaccino».
Che misure si potrebbero adottare per arginare la violenza?
«Parecchi di questi teppisti sono noti alla polizia. Non bisognerebbe farli entrare. E poi occorrerebbe soffocare il fenomeno sul nascere. Chi espone certi striscioni vergognosi, per esempio, non dovrebbe entrare allo stadio. Forse anche i calciatori, visto che sono gli idoli dei tifosi, potrebbero contribuire, scegliendo un atteggiamentro sportivo di fairplay ed evitando il vittimismo dilagante».
La violenza verbale di certi dibattiti tv contribuisce ad alimentare il fuoco?
«Non toglierei il diritto all'informazione, comunque sia. Certo bisognerebbe scegliere meglio i toni. Ma quello dipende dal conduttore e dagli ospiti. Una volta c'era solo il Processo del lunedì, oggi con tutte le tv locali ci sono trasmissioni a ogni ora del giorno e della notte».
Porta i figli allo stadio?
«Sì, spesso. A Parma o anche a San Siro. Ci vado da quando avevo 8 anni, per me è un'abitudine. Non litigherei mai durante la partita, a meno che uno non venga lì e mi dia un cazzotto sui denti. Sono un appassionato vero: a calcio ho giocato pei molti anni, e dubito che i teppisti dello sport abbiano lo stesso atteggiamento».
Ha mai avuto paura su un campo di calcio?
«Quando ero inviato per Quelli che il calcio. Facevo l'allenatore delle varie squadre e quella volta andai sulla panchina del Napoli. Il Napoli perse e, all'uscita, i tifosi sputarono e diedero calci alla macchina della Rai. Secondo loro, avevo portato sfortuna».
Secondo lei, i giocatori come vivono i momenti di violenza? Sono indifferenti, oppure vengono emotivamente coinvolti?
«Sono sicuramente coinvolti, proprio perché, come dicevo prima, sono spesso a contatto con la tifoseria. Sta anche a loro, con l'esempio, dare una mano perché certe cose non accadano più».
Piero Degli Antoni
per "Il Giorno"