YouTube, la storia della tv non ''scritta'' dai posteri ma dai contemporanei

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Fonte: Il Riformista

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Internet e Tv
  giovedì, 09 aprile 2009
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Riportiamo di seguito il breve saggio di Gregorio Paolini, autore e produttore tv, nonché ideatore del magazine di Rai4 "Sugo", pubblicato sul numero odierno de "Il Riformista", che amplia il tema già sollevato dall'ultimo numero di Link (qui la presentazione di Digital-Sat) a proposito dell'archiviazione dei programmi tv alla luce dei nuovi mezzi messi a disposizione dalla rete. Un excursus storico-culturale la cui lettura siamo certi non dispiacerà al nostro sempre attento pubblico.
 
In principio era il kinescope (nella foto), un sistema che prese piede in America nel 1947: ogni show televisivo realizzato sulla costa orientale veniva filmato su pellicola e spedito a Los Angeles, dove le tv della costa occidentale lo ritrasmettevano per il loro pubblico. In Italia gli ingegneri della Rai, sulla base di una squisita tradizione umanistica, propria dell'industria di stato dell'epoca, lo ribattezzarono vidigrafo.
 
L'Ampex non era ancora stato inventato (i primi Quadruplex escogitati dall'ingegner Ray Dolby - più noto in seguito per altre invenzioni che lo resero ricco - furono presentati negli Stati Uniti nel 1956, e in Italia arrivarono più di dieci anni dopo). Nel frattempo il vidigrafo si dimostrò come l'uovo di Colombo: una cinepresa da 16 mm puntata su un televisore filmava su pellicola quello che stava andando in onda in quel momento dagli studi della CBS di New York (o da quelli della Rai di Milano e Roma).
 
Ovviamente la qualità non era eccelsa, i bordi dello schermo scomparivano e ogni tanto si perdeva la sincronia tra il video e l'audio. In questo modo però la tv  americana può vantare di aver conservato nei propri archivi gran parte delle produzioni dei suoi primi anni. Non è che fossero più lungimiranti degli italiani, è solo che mandare un segnale televisivo da New York a Los Angeles era più difficile che arrivare da Roma a Milano. Meglio spedire un rullo di pellicola. La Rai invece, che non aveva questo problema, riprendeva su pellicola solo i programmi e gli avvenimenti che sarebbe stato utile replicare in seguito.
 
Quando arrivò il nastro videomagnetico la situazione degli archivi, anziché migliorare, peggiorò, almeno in Italia: un nastro Ampex da 2 pollici costava un botto (300.000 lire di allora, circa 3.000 euro di oggi), e l'indicazione era di riciclarli. A meno che non contenessero opere di interesse culturale (commedie, opere liriche ecc.). O a meno che non si trattasse di grandi varietà, come Studio Uno o Canzonissima.
 
Non per una qualche forma di preveggenza dei dirigenti dell'epoca (che pure fessi non erano) nei confronti del futuro valore dell'archivio di cultura di massa rappresentato dagli show del sabato sera, ma più semplicemente perché Antonello Falqui & C. per realizzare i loro elaborati ed eleganti varietà, giravano per più giorni ed era quindi necessario "montare" il programma incollando materialmente tra loro diversi pezzi di nastro (proprio come avviene per la pellicola). Una pizza da 2 pollici piena di tagli incollati con lo scotch si sarebbe spezzata se sottoposta a una seconda registrazione, quindi quei nastri furono lasciati in archivio.
 
E questa è la prima lezione, secondo me, sulla questione degli archivi. Sono i contemporanei a decidere cosa deve essere archiviato, non i posteri. E lo fanno per i contemporanei, non per i posteri.
 
Oggi l'archivio visivo fondamentale dell'umanità è YouTube. C'è poco da ridere. Se vuoi rivedere un avvenimento importante, risentire una battuta di un comico, riascoltare una vecchia sigla, rivivere un momento del passato o prendi l'aereo e vai al Museum of Radio and Televiosion di New York, o riesci a introdurti nel sistema multimediale delle Teche Rai o di Mediaset, o più semplicemente vai su YouTube. Il 99% delle persone va su YouTube. Come la mettiamo, allora? Forse con YouTube bisogna fare i conti. Perché è l'altra faccia di un fenomeno più generale: com'è possibile che una ragazzina di 15 anni conosca le musiche degli ABBA? O che Mina sia diventata un'icona per parte di una generazione che non era neanche nata quando lei cantava in pubblico? È evidente che è successo qualcosa.
 
La storia come la intendiamo noi abbraccia un arco temporale di qualche migliaio di anni. La storia narrabile per immagini televisive ha poco più di cinquant'anni (diciamo ottanta se ci aggiungiamo i cinegiornali). Per chi è nato con la civiltà dell'immagine quella è la storia di cui ci si può nutrire, quella è la storia che si può fruire. Tutto ciò che è avvenuto prima si può raccontare per immagini solo con la fiction (o con quella forma intermedia che è la docu-fiction in stile History Channel, in cui la battaglia delle Termopili è fatta da un figurante vestito da greco e uno vestito da persiano che si scontrano sottocamera con due spade di latta). Anche la storia del costume, della moda, della musica sono in realtà storia di questi cinquant'anni.
 
Quindi spiegare il "revival" dei vecchi archivi audiovisivi con un discorso di "nostalgia" sembra abbastanza riduttivo. È ovvio che in un periodo di crisi economica drammatica la nostalgia è un bene-rifugio ("si stava meglio quando si stava peggio, eravamo più giovani" eccetera), ma questo discorso vale per le generazioni pre-web; questa nostalgia non dovrebbe riguardare chi  ha meno di trent'anni. Eppure gli archivi vivono su YouTube. Perché?
 
Anzitutto, la "forma breve" di YouTube consente di fruire solo dei "punti alti" degli archivi. È un archivio fatto tutto di climax e quindi plasmato sul tipo di consumo virale, episodico, frantumato, superficiale (e per questo stesso motivo dissacrante) proprio della generazione del web. Se il consumo mediatico parcellizzato e gratuito costituisce - nel bene e nel male - la piattaforma discorsiva della generazione del web e dei cellulari, il frammento di memoria - che in quanto frammento è costituzionalmente un "punto alto" del discorso - produce soddisfazione: perché sorprende, stupisce, e perciò intrattiene. Non credo si possa prescindere da questo dato di fatto.
 
D'altronde oggi il movie-tipo di YouTube dura poco più di un promo su una rete generalista. E a tutti gli effetti è un promo. Magari rivolto a una generazione che vive più di promo che di lunghe narrazioni, o che è portata a ricostruirsele trovando nuove connessioni (ti sharo questo video, te lo quoto eccetera) e quindi una parvenza di nuova narrazione usando vecchi mattoni, come facevano i romani del Medioevo quando usavano pezzi di mura delle Roma antica per costruire le loro case. Che erano magari più povere, che mancavano di un disegno di civiltà e anche di una razionalità urbanistica, ma li proteggevano dal freddo.
 
Credo che l'industria televisiva (e le associazioni degli autori) debbano fare i conti con questi nuovi modelli di fruizione. Non tanto per l'oggi ma per il domani. E trovare nuovi modi per difendere e sviluppare la propria narrazione. E non potranno essere solo quelli repressivi, che non sono riusciti neanche all'industria discografica. Anzi, l'hanno fatta ripiegare sotto le insegne di Steve Jobs. Che non aveva mai inciso una canzone.
 
Gregorio Paolini
per "Il Riformista"
 

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