Michele Placido: 'la tv non libera, fa buoni film ma addomesticati'

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Fonte: La Repubblica

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Televisione
  sabato, 17 novembre 2007
 00:00
Lo chiediamo a Michele Placido: la fiction italiana è migliore del cinema italiano?
«Una volta la tv si arrangiava con i mezzi e il cinema aveva più soldi. Oggi è il contrario. Si sta arrivando però a un punto di contaminazione. I viceré: per avere più soldi Faenza fa un film ma anche una fiction di tre ore. E i soldi li prende non dal ramo della tv che finanzia il cinema, ma da quello della fiction».
 
Lei ha inaugurato questa stagione con La piovra.
«Prima la tv era più casereccia, con La piovra si rompe qualcosa. Il cinema italiano è già in crisi e arriva un prodotto televisivo fatto da uomini di cinema come Damiani, De Concini, Vancini. Sembra un grande film di sei ore e non una serie. Lì comincia una stagione televisiva che punta sulla qualità. Oggi è la stagione d'oro».
 
Il soggetto mafioso è stato sempre trainante.

«La prima Piovra porta con sé una forte carica di denuncia. Adesso la mafia viene usata come fonte di sicuro successo. Attenzione: la qualità di cui si parla è una qualità tecnica. Ma dal punto di vista del contenuto non c'è un Rosi, non c'è un Petri. La stessa Piovra dalla terza serie in poi viene addomesticata. I politici intervengono per impedire che si parli di connessioni tra politica e mafia».
 
E il Capo dei capi?
«È un buon prodotto però sembra un film di Rosi fatto da falsari napoletani. Sembra uguale ma non lo è. Né Rai né Mediaset possono permettere che si vada in profondità. Se io dovessi fare un film come regista su mafia, camorra o 'ndrangheta per la televisione e mi rivolgessi a due grandi sceneggiatori come Petraglia e Rulli, tutti e tre sapremmo che possiamo fare una cosa anche di grande qualità ma mistificando: rappresentando soltanto l'amicizia virile, la storia d'amicizia che viene dall'infanzia tra il buono e il cattivo, il destino che conduce uno su una strada e uno su un'altra. Ma c'è dell'altro che lì non viene fuori. Sorrentino che fa un film su Andreotti andrà incontro a qualche rischio perché rivelerà cose che un prodotto televisivo non avrà mai il coraggio di rivelare perché sarebbe censurato. Ecco la differenza. Forse c'è una strategia politico-culturale dei vertici televisivi apparentemente coraggiosa ma che in realtà resta in superficie. Il prodotto tv non avrà mai la funzione critica che avevano film come Salvatore Giuliano o Cadaveri eccellenti».
 
Rosi farebbe ancora volentieri certi film, ma nessuno gli farebbe fare le cose come secondo lui è giusto farle.
«È la ragione per la quale mi limito a fare fiction come attore. Però ho proposto a Giancarlo Leone di raccontare in tv la storia d'Italia e gli ho chiesto: me lo permetteresti, fino in fondo? Lui ha risposto: "Bisogna cominciare a essere più spregiudicati e a rischiare, altrimenti non si rinnova il prodotto". Se volessi raccontare la storia di Calabresi come si deve, non dovrei limitarmi alla famiglia che soffre. Ci sono motivi per cui Calabresi è vittima anche lui assieme a Pinelli. Parlo dell'ipotesi di un poliziotto schiacciato e sacrificato dal potere, un po' come in Le vite degli altri».
 
Sta parlando di un progetto in corso?
«C'è un progetto della Cattleya. Che nasce sul versante della storia umana. Mi hanno chiesto di lavorarci su».
 
È vero che il nostro cinema non fa che piangersi addosso e chiedere soldi allo Stato? Anche i "Centoautori"?
«Un po' è così. Nell'immagine che diamo, attaccata a una tradizione di sinistra snob, sono d'accordo con Barbareschi, appariamo come quelli che vanno a chiedere soldi allo Stato perché dobbiamo continuare a vivacchiare a ogni costo. Sarebbe meglio fare una buona tv, dove i soldi ci sono, piuttosto che un cinema così così, o piuttosto che un cinema che incassa ma, con tutto il rispetto per i film di Natale, non è cinema».
 
Romanzo criminale è stato mai pensato per un formato televisivo?
«Sky ne farà dodici puntate, con tutti attori sconosciuti. Sky permette maggiore spregiudicatezza e libertà. Sarà il vero stimolo a un cambiamento di linguaggio nel prodotto seriale».
 
Intervista di
Paolo D'Agostini
per "La Repubblica"

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