Rai e pay tv, il nodo del canone

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Fonte: Il Sole 24 Ore

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Televisione
  sabato, 26 aprile 2008
 00:00

La commissione Ue riaccende i riflettori sui servizi pubblici europei. E porta a termine una consultazione in vista della possibile revisione della Comunicazione del 2001 sull'applicazione degli aiuti di Stato ai servizi pubblici. Un gruppo di lavoro ad hoc promosso da IsiCult, Istituto Italiano per l'industria culturale, ha inviato un documento in risposta al questionario della Commissione.

La domanda centrale della consultazione é: l'offerta di servizi a pagamento da parte dei servizi pubblici può generare turbative di mercato e danneggiare gli operatori commerciali? La Rai e "gli altri", insomma, possono entrare nella pay tv? L'attuale contratto di servizio Rai-ministero non lo esclude affatto, anzi.

Alla prima domanda, il documento IsiCult avanza quattro possibili soluzioni. La prima è l'obbligo di partenariato con soci privati, senza favorirne arbitrariamente alcuni, però. La seconda è una limitazione temporale alla possibilità per i servizi pubblici di operare sui mercati, solo in alcune fasi del loro sviluppo.

La terza ipotesi? Delimitare l'ambito di attività della tv pubbliche: un quesito della Commissione allude a tale soluzione, il cui punto debole è la localizzazione nazionale di tali limiti.

La quarta ipotesi è quella di assegnare ai servizi pubblici un ruolo di stimolatore per l'intero sistema (come la Bbc, ndr), a partire dall'alfabetizzazione dell'utenza. Il ritardo dellaRai nel digitale terrestre, secondo il gruppo di lavoro, è, a questo riguardo, «critico ed emblematico».

Tutte le ipotesi hanno dei pro e dei contro. Resta centrale, in ogni caso, la separazione netta tra finanziamento pubblico e del mercato e tra prodotti finanziati dalle due fonti. Secondo il documento IsiCult, «il servizio pubblico dovrebbe svolgere attività commerciali solo a condizione di una chiara separazione di queste attività con quelle finanziate dal canone». L'obiettivo è assicurare che ci sia «una Rai che lavora per il bene della collettività e un'altra nell'interesse commerciale dell'azienda», senza continui compromessi con i decisori politici.

Un esempio di «equilibrio» è quello tra le attività commerciali della Bbc WorldWide e l'offerta di accesso gratuito a larghe parti dell'archivio Bbc, con il progetto Creative Archives. Diverso è il caso di RaiClick: un'offerta commerciale, insieme a un partner privato, è realizzata attraverso gli archivi Rai, finanziati negli anni anche dai cittadini a cui si propone un servizio a pagamento.

L'impatto concorrenziale di RaiClick «non è stato rilevantissimo». Quanto alla situazione concorrenziale, gli operatori pubblici "tengono" come quota di ascolto all'interno della tv tradizionale, perché i ricavi da canone crescono più di quelli complessivi (Italia esclusa). I servizi pubblici televisivi hanno goduto di risorse per 12,4 miliardi di euro nel 2006, tra canone e fondi governativi, pari al 67,6% di quelle totali.

La Rai è poco al di sotto del 50% ed è tra i Paesi europei dove il canone ha una delle percentuali più basse sul totale ricavi. La situazione é variegata: i servizi pubblici di alcuni Paesi europei hanno un canone superiore ai 200 euro (Svezia, Austria, Finlandia, Danimarca, Norvegia), altri sono in una fascia intermedia mentre Italia e Francia sono a quota 100. Alcuni Paesi hanno posto fine al canone pagato dai cittadini (Paesi Bassi e Belgio di lingua fiamminga), l'Ungheria l'ha sostituito con un finanziamento diretto.

Se il servizio pubblico deve estendersi ad altre piattaforme, una tassa sull'apparecchio tv, come in Italia, «non avrebbe senso per finanziare attività multimediale» il cui terminale può essere il Pc o un telefono mobile, osserva IsiCult..

In Italia, Francia, Germania, Regno Unito il finanziamento ricevuto dai servizi pubblici va da 1,5 miliardi in su: Germania e Gran Bretagna superano i cinque miliardi. Gli altri ricavi, a parte canone e pubblicità, rappresentano in media il 16% di quelli totali e non mostrano, negli ultimi anni, un trend di crescita, a differenza di quanto avviene per alcune tv commerciali, che ricavano circa la metà dei loro introiti da attività diverse dalla vendita di pubblicità.

Marco Mele
per "Il Sole 24 Ore"

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